Colombia: biodiversità, comunità indigene e il vero significato della partecipazione

Dopo un mese trascorso in Colombia, tra un’immersione linguistica a Medellín e un viaggio attraverso il Paese, Roberta rilegge quell’esperienza con lo sguardo di chi lavora sui diritti umani, rischio e due diligence.

Ne esce una riflessione su cosa significhi davvero “impatto partecipato” quando in gioco ci sono territori fragili e comunità indigene, e su perché la dimensione sociale della sostenibilità, dalla transizione energetica al terzo settore, si gioca sul campo e non sulla carta.

Un tema al cuore della partnership tra BHR to the Point e RUDI.

Buona lettura!

“Sono arrivata in Colombia per imparare lo spagnolo e ci ho passato un mese, tra Medellín e un lungo viaggio attraverso il Paese. È difficile restituire a parole la ricchezza di ciò che ho visto. La Colombia è uno dei Paesi più biodiversi del pianeta: custodisce una porzione dell’Amazzonia, foreste e paesaggi naturali tra i più straordinari che esistano, ed è prima al mondo per numero di specie di uccelli. Una ricchezza naturale che è anche, e non a caso, una ricchezza culturale: molti di questi territori sono abitati e protetti da comunità indigene che vi vivono da secoli, e che di quegli ecosistemi sono i primi custodi.

Ma quella stessa ricchezza porta con sé un’ombra lunga. Per decenni la Colombia è stata attraversata da un conflitto armato, e proprio le aree più remote e ricche di foreste, spesso territori indigeni, sono state teatro della presenza delle FARC e di altri gruppi armati. L’accordo del 2016 ha chiuso la guerra con le FARC, ma non il conflitto: in molte zone i gruppi armati restano, alimentati da economie illegali come il narcotraffico, l’estrazione mineraria illecita e la deforestazione. Le comunità indigene si trovano così nel mezzo, esposte alla violenza, allo sfollamento e alla perdita di controllo sulla propria terra.

E c’è un paradosso che, da chi si occupa di diritti umani e impresa, non ho potuto non notare: accanto ai gruppi armati, a minare la vita di queste comunità arrivano a volte anche i progetti. Iniziative che si presentano come sviluppo, o persino come sostenibilità, ma che finiscono per espropriare le comunità della loro terra, della loro autonomia e delle loro decisioni. È di questo che voglio parlare.

L’ultima parte è quella che evidenzierei maggiormente: introduce molto bene la tesi centrale dell’articolo, cioè che un progetto non diventa sostenibile semplicemente perché persegue una finalità ambientale o di sviluppo; conta anche come viene costruito, con chi e con quale distribuzione del potere decisionale.

Quando la due diligence deve guardare più a fondo

È qui che entra in gioco il mio lavoro. Nei contesti affetti da conflitto e ad alto rischio, gli standard internazionali chiedono alle imprese una due diligence rafforzata.

Vuol dire non fermarsi alla mappatura del rischio, ma fare analisi del contesto: capire chi controlla realmente un territorio, come si distribuisce il potere economico, quali attori possono trarre vantaggio da un investimento e quali comunità rischiano di esserne danneggiate o escluse. Vuol dire adottare il principio del “non nuocere”, perché in questi contesti anche un progetto ben intenzionato può accendere tensioni. E vuol dire, soprattutto, proteggere chi partecipa alle consultazioni: individuando gli interlocutori idonei, adottando un approccio culturalmente appropriato, e assicurando anonimato e confidenzialità.

I mercati del carbonio: quando l’ impatto dimentica le persone

C’è un ambito, in Colombia, in cui tutto questo si vede con particolare nitidezza, ed è quello a cui dedico parte della mia ricerca: i mercati volontari del carbonio e i progetti REDD+, quelli che generano crediti dalla protezione delle foreste.

Sulla carta sono progetti di impatto: portano risorse a comunità che custodiscono ecosistemi preziosi. Nella pratica, non sempre. Il caso più emblematico è quello del progetto Baka Rokarire, nel territorio indigeno del Pirá Paraná, nell’Amazzonia colombiana, che coinvolge oltre 2.000 persone di sei popoli. Le autorità indigene hanno portato il progetto davanti alla giustizia, sostenendo che era stato avviato senza un vero consenso: il contratto sarebbe stato firmato da un rappresentante non più legittimo, il consiglio indigeno di più alto livello non sarebbe mai stato coinvolto, e in fase di verifica gli auditor non avrebbero nemmeno visitato le comunità.

Nel 2024 la Corte Costituzionale colombiana, con una sentenza divenuta un riferimento (T-248), ha dato ragione alle comunità: il progetto mancava di un consenso libero, previo e informato (FPIC) credibile, e le garanzie esistenti erano inadeguate. La Corte non ha condannato i mercati del carbonio in sé, ma ha stabilito un principio semplice e potente: senza la partecipazione reale di chi vive quel territorio, un progetto “verde” può ferire proprio le persone che dovrebbe aiutare.

La lezione: la partecipazione è la sostanza, non la forma

È esattamente il punto che unisce la mia esperienza al lavoro di e con RUDILab: il primo articolo che ho letto sul blog di RUDI parlava di comunità energetiche e di governance partecipata, dell’idea che il valore, per essere davvero condiviso, debba essere costruito con le comunità e non semplicemente distribuito su di esse. La Colombia mostra, in forma estrema, cosa succede quando quel principio viene disatteso: la partecipazione ridotta a una firma, il consenso trattato come un adempimento, l’impatto misurato in crediti anziché in diritti.

La dimensione sociale della sostenibilità, la “S” di cui parlo spesso, non si difende con un documento ben scritto. Si difende con un metodo: capire il territorio, ascoltare chi lo abita, verificare chi ha davvero titolo a decidere, garantire che il coinvolgimento sia informato e sicuro. Vale per un progetto nell’Amazzonia colombiana come per uno di transizione ecologica in una valle europea. Cambia la scala, non il principio.

Transizione energetica: la prossima frontiera della partecipazione

Questo tema, lungi dall’essere confinato all’Amazzonia, è ormai centrale ovunque. La transizione ecologica moltiplicherà i progetti che insistono sui territori, non li ridurrà: crediti di carbonio, impianti rinnovabili, nuove filiere di minerali critici (rame, nichel, litio, e lo stesso oro) necessari alle tecnologie pulite. Tutti generano pressione sulle comunità che quei territori li abitano. Il rischio è ripetere, su scala più grande, l’errore visto in Colombia: un progetto etichettato come “verde” ma calato dall’alto, senza il consenso e la partecipazione di chi ne subirà gli effetti.

È il senso del concetto di “transizione giusta” (just transition): la decarbonizzazione non è solo una questione tecnica ed economica, ma anche sociale. Non basta che un progetto faccia bene al clima; deve essere costruito con le persone, distribuire in modo equo costi e benefici, non lasciare indietro né i lavoratori né le comunità locali. Una transizione che produce nuovi soprusi non è una transizione riuscita: è lo stesso vecchio problema con un colore diverso. Applicare la due diligence sui diritti umani ai progetti della transizione significa esattamente questo: garantire che l’obiettivo ambientale non passi sopra le persone, ma con le persone.

Il terzo settore come infrastruttura della partecipazione

Chi rende la partecipazione reale, e non una casella da spuntare? Molto spesso è la società civile organizzata. In Colombia sono stati i consigli indigeni e le loro associazioni a portare la voce delle comunità fino alla Corte Costituzionale. Da noi, questo tessuto connettivo tra istituzioni, imprese e cittadini è in larga parte il Terzo settore.

Non è un ruolo accessorio. Enti del Terzo settore, fondazioni e organizzazioni di comunità sono, in molti casi, l’infrastruttura che trasforma un’idea di impatto in valore davvero condiviso: conoscono i territori, godono di fiducia, sanno ascoltare e organizzare la partecipazione dove le istituzioni non arrivano e le imprese, da sole, non saprebbero farlo.

È esattamente lo spazio in cui lavora RUDI.

E le comunità energetiche italiane ne sono l’esempio più concreto: cittadini, enti e imprese che producono e condividono energia governandola insieme, facendo della transizione un processo partecipato e non un impianto imposto.

La stessa domanda che mi sono posta nell’Amazzonia colombiana — chi partecipa, chi decide, chi beneficia — è la domanda che distingue una comunità energetica che genera valore condiviso da un progetto che si limita a occupare un territorio.

Uno sguardo che torna a casa

Ecco perché non serve andare fino in Colombia per applicare tutto questo. La stessa domanda attraversa i progetti di impatto ovunque: le comunità energetiche, le filiere, i percorsi di rendicontazione su cui il Terzo settore e realtà come RUDI lavorano ogni giorno.

Il mio contributo, dentro questa partnership, è portare lo sguardo della due diligence sui diritti umani là dove serve: nel punto in cui un’idea di impatto, di investimento o di transizione incontra le persone reali che ne vivranno le conseguenze, in bene o in male.Perché la sostenibilità non si dichiara. Si costruisce, con chi la deve vivere. E si dimostra.”

Roberta Amoriello

Note e Fonti

Sentenza T-248/2024 – Protezione dei diritti fondamentali dei popoli indigeni nei progetti REDD+ Fonte: Corte Constitucional de Colombia  |  Data: 25 giugno 2024

Dura amonestación de la Corte Constitucional a empresas de carbono y al Gobierno colombiano Fonte: Mongabay Latam / CLIP  |  Data: 15 luglio 2024

Mercados de carbono y derechos humanos: ¿Cómo las compensaciones a través de los proyectos REDD+ afectan la vida en los territorios en Colombia? Fonte: Business & Human Rights Resource Centre  |  Data: 2026

Investigaciones periodísticas revelan que las inversiones en bonos de carbono en la Amazonía colombiana no respetan los derechos de los Pueblos indígenas Fonte: Forest Peoples Programme  |  Data: 17 aprile 2023

Circular 10002024E4000134 – Salvaguardie sociali e ambientali nei progetti REDD+ Fonte: Ministerio de Ambiente y Desarrollo Sostenible de Colombia  |  Data: 26 novembre 2024

Roberta Amoriello Colombia

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