Crowdfunding, fiducia e comunità: cinque domande a Valeria Vitali

A margine dell’evento Donare 3.0 – Il dono che cambia le regole, abbiamo approfondito alcuni dei temi emersi con Valeria Vitali, Presidente di Fondazione Rete del Dono.

Il suo intervento ha messo in evidenza un passaggio centrale: la crescita del crowdfunding non racconta soltanto l’aumento delle donazioni online, ma l’attivazione di persone, reti e comunità. Dietro i numeri ci sono donatori che scelgono di esporsi, personal fundraiser che trasferiscono fiducia alle cause, territori che diventano luoghi riconoscibili di impatto e strumenti, come il matching gift, capaci di moltiplicare non solo le risorse, ma anche la corresponsabilità.

Di seguito riportiamo un breve passaggio dell’intervista.

Il crowdfunding è ancora solo raccolta fondi?

Julia Hoffmann:

Valeria, dai dati di Donare 3.0 emerge che il crowdfunding continua a crescere. Possiamo dire che oggi non è più solo uno strumento digitale di raccolta fondi, ma anche un modo per costruire fiducia e comunità?

Valeria Vitali:

Sì, credo che questa sia una delle trasformazioni più interessanti. Il crowdfunding nasce certamente come strumento di raccolta fondi, ma oggi mostra una dimensione molto più ampia: attiva persone, relazioni e reti.

Quando una persona dona o apre una campagna, non compie solo un gesto economico. Partecipa a una causa, la rende visibile, la condivide con altri. Il valore non sta solo nella somma raccolta, ma nella capacità di trasformare il dono individuale in esperienza collettiva.

Le piattaforme digitali rendono più semplice donare, ma la vera forza resta relazionale: le persone si fidano di altre persone, riconoscono una causa come vicina e sentono di poter contribuire a un cambiamento concreto.

Il ruolo dei personal fundraiser

Nel crowdfunding il ruolo dei personal fundraiser sembra decisivo: persone che si espongono in prima persona per una causa. Quanto conta oggi la fiducia personale nella riuscita di una campagna?

Conta moltissimo. Il personal fundraiser è una figura chiave perché mette in gioco la propria credibilità.

Quando una persona decide di attivare una raccolta fondi per un ente o per un progetto, non sta semplicemente chiedendo una donazione: sta dicendo alla propria rete “io credo in questa causa, vi invito a sostenerla con me”.

Questo passaggio è molto importante perché la fiducia non nasce solo dall’organizzazione, ma anche dalle relazioni personali che le persone hanno costruito nel tempo. Il personal fundraiser diventa quindi un ponte tra ente, causa e comunità. Rende il progetto più vicino, più comprensibile e più umano.

Prossimità, territorio e impatto

Uno dei dati più interessanti è che il 61% dei progetti su Rete del Dono ha un impatto locale o territoriale. La prossimità è solo vicinanza geografica o riguarda anche la possibilità di vedere e riconoscere il cambiamento prodotto?

La prossimità non è solo geografica. Certamente il territorio conta, perché le persone sono più motivate quando riconoscono un bisogno vicino, una comunità di riferimento, un cambiamento che possono comprendere.

Ma la prossimità è anche narrativa, relazionale e fiduciaria. Un progetto è prossimo quando riesce a far capire bene quale problema affronta, chi coinvolge, quali risultati vuole produrre e perché quel contributo è importante.

In questo senso la prossimità è strettamente legata all’impatto: le persone hanno bisogno di vedere che il loro dono genera valore, che non si disperde, che entra dentro un percorso concreto.

Matching gift e corresponsabilità

Il matching gift sembra moltiplicare non solo le risorse, ma anche la corresponsabilità. Perché funziona così bene e che cosa comunica al donatore il fatto che qualcuno raddoppi il suo contributo?

Il matching gift funziona perché rafforza la fiducia. Quando una fondazione, un’impresa o un partner decide di raddoppiare le donazioni, comunica che crede nel progetto e che è disposto a investire insieme alla comunità.

Il donatore percepisce che il proprio gesto ha più forza, ma anche che non è solo. Questo meccanismo crea un’alleanza tra ente, partner e donatori.

Non è solo una leva economica, ma una leva di partecipazione. Il messaggio è molto chiaro: “se tu doni, io partecipo con te”. Questo aumenta il senso di efficacia e può aiutare molte campagne a raggiungere o superare il proprio obiettivo.

SDGs, sostenibilità e cultura del dono

Tu fai parte del Comitato Scientifico di ASSIF e condividiamo il lavoro del tavolo sulla sostenibilità. Secondo te, che ruolo possono avere gli SDGs nel rendere più leggibile il legame tra fundraising, impatto e responsabilità sociale degli enti?

Gli SDGs possono essere uno strumento molto utile, purché vengano usati bene. Non dovrebbero essere solo un’etichetta da aggiungere alla comunicazione, ma una cornice per aiutare gli enti a leggere meglio il proprio contributo al cambiamento.

Per il fundraising questo è importante, perché sempre più donatori, aziende, fondazioni e stakeholder chiedono coerenza, trasparenza e capacità di raccontare l’impatto.

Collegare una campagna agli SDGs può aiutare a far capire che una donazione non sostiene solo un’attività puntuale, ma contribuisce a una sfida più ampia: salute, educazione, inclusione, riduzione delle disuguaglianze, sostenibilità ambientale, comunità.

Naturalmente serve attenzione metodologica. Non basta dire “siamo allineati agli SDGs”: bisogna spiegare in che modo, con quali azioni, quali risultati e quali evidenze.

In questo senso, il lavoro che ASSIF può fare sulla sostenibilità è importante: aiutare i fundraiser e gli enti a usare gli SDGs come linguaggio strategico, non come decorazione. Il punto non è solo comunicare meglio, ma rendere più chiaro il valore sociale generato dal dono.

L’intervista conferma una traiettoria emersa con forza da Donare 3.0: il crowdfunding non è più soltanto uno strumento digitale, ma una pratica relazionale. Funziona quando costruisce fiducia, rende visibile la prossimità, attiva persone e restituisce senso al contributo di ciascuno.

In questa prospettiva, fundraising, sostenibilità e valutazione d’impatto non sono mondi separati. Sono parti di una stessa domanda: come rendere il dono più consapevole, più leggibile e più generativo per le comunità?

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