Che cosa cambia, per imprese, PA, ETS e fondazioni, se il bene comune entra nella struttura delle decisioni economiche.
Un progetto può avere un obiettivo sociale convincente e produrre, lungo il percorso, rapporti poco equilibrati. Succede quando i partner partecipano solo formalmente, la conoscenza resta concentrata, chi sostiene il lavoro non partecipa ai benefici o la rendicontazione descrive le attività senza chiarire le scelte. È uno dei nodi che Mariana Mazzucato affronta in The Common Good Economy: A New Compass: un obiettivo condiviso richiede anche regole di collaborazione coerenti.

Nei capitoli qui disponibili, l’autrice confronta una visione dell’economia centrata sulla correzione dei fallimenti con una prospettiva in cui istituzioni e altri attori contribuiscono a orientare e governare i mercati. L’attenzione passa alle relazioni tra settore pubblico, imprese, finanza, lavoro e comunità. Non basta stabilire che cosa finanziare: occorre chiedersi come vengono presi gli impegni, chi sviluppa capacità nel tempo, quali condizioni sono poste all’uso delle risorse e chi riceve il valore creato collettivamente.
La «bussola del bene comune», presentata nell’introduzione del libro, raccoglie cinque attenzioni che possono orientare questa discussione: direzione degli obiettivi, cocreazione, condivisione della conoscenza, condivisione dei benefici e trasparenza. Nei materiali letti la bussola è annunciata, mentre il suo sviluppo dettagliato appartiene ai capitoli successivi. Già questa mappa iniziale, però, permette di formulare domande utili per un progetto.
Per esempio, una fondazione che sostiene una sperimentazione può chiarire quale cambiamento pubblico intende favorire e come gli apprendimenti prodotti saranno accessibili ad altri. Una PA che promuove una partnership può rendere espliciti criteri, responsabilità e spazi di decisione. Un ETS può documentare il proprio contributo alla costruzione dei risultati, comprese le competenze e le relazioni generate. Un’impresa può mostrare in che modo la propria partecipazione modifica pratiche, investimenti o catena del valore. Sono esempi applicativi per il nostro contesto, non casi presentati come tali nel libro.
Questa impostazione rende più rigorosa anche la parola «impatto». Contare attività e destinatari è necessario, ma non esaurisce la questione. Occorre distinguere ciò che è stato realizzato dai cambiamenti osservabili e verificare come risorse, voce, conoscenza e benefici siano stati distribuiti. L’accountability allora accompagna il progetto: rende leggibili le decisioni in corso d’opera e offre elementi per correggerle.
Mazzucato mette in guardia dal rischio di richiamare il bene comune come formula generica mentre le pratiche continuano a seguire logiche estrattive. Per chi lavora tra economia sociale, filantropia e politiche pubbliche, questa è una sollecitazione preziosa. La credibilità di un’alleanza dipende dalla possibilità di verificare la coerenza tra finalità dichiarate, processi decisionali e benefici effettivi.
Come RUDI, possiamo tradurre questa idea in un’abitudine professionale: all’inizio di ogni collaborazione, accanto a obiettivi, budget e indicatori, mettere per iscritto chi decide, chi apprende, chi assume i rischi e chi beneficia dei risultati. È un modo concreto di rendere visibile il valore che si intende costruire insieme.
Il libro da cui nasce questa riflessione:The Common Good Economy: A New Compass nella scheda dell’autrice.
Didascalia per l’immagine del libro — articolo 3.Dichiarare un obiettivo condiviso non basta: occorre capire chi decide, chi contribuisce e chi beneficia dei risultati. È una delle questioni che guidano The Common Good Economy: A New Compass. La sua autrice, Mariana Mazzucato, è docente alla University College London e fondatrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose; studia il ruolo delle istituzioni e della collaborazione nella creazione di valore pubblico. In questo articolo traduciamo la sua prospettiva in domande utili per PA, ETS, fondazioni e imprese. Il libro · L’autrice.