Prendersi il tempo per leggere, incontrarsi e ascoltare la comunità e il mondo che ci circonda.

Foto @LorenzoBurlando il gruppo di “Fuori Pagina” giugno 2026
Com’è nata l’idea di Edicola Fuori Pagina?
Fuori Pagina è nata prima di tutto da un’assenza. Quando la storica edicola Carella di Porta San Vitale ha chiuso, dopo più di centocinquant’anni, ci siamo resi conto che il quartiere avrebbe perso un punto di riferimento, che non è solo un’attività commerciale. Tutti noi e quasi tutte le persone che conosciamo a Bologna sanno dov’è e cos’è l’edicola “di Carella”, “quella aperta la notte”, “dove andavano a prendere i giornali gli artisti” e così via. Un’edicola, e questa in particolare, è un luogo attraversato ogni giorno da persone diverse, uno spazio piccolo ma importantissimo nella vita della città. Quando è stata messa in vendita, lo abbiamo saputo tramite conoscenze comuni, e il primo istinto è stato “non può chiudere, bisogna trovare un modo per tenere viva l’Edicola”.
Da lì è nata una domanda: che cosa può essere oggi un’edicola, in un momento in cui la sola vendita dei giornali non è più sufficiente a tenerla in vita?
Siamo partiti da un gruppo di circa venti persone under 35, con esperienze e competenze molto diverse, e abbiamo provato a immaginare una risposta collettiva. Non volevamo snaturare l’edicola, ma ripartire proprio dalla sua funzione originaria: far circolare notizie, storie, idee e conversazioni. Alla vendita di quotidiani e riviste abbiamo quindi affiancato editoria indipendente, incontri, momenti culturali e occasioni di socialità.
Anche il nome racconta questo movimento: si parte dalla pagina, ma poi si va “fuori”, verso le persone, il quartiere e tutto quello che una lettura può generare quando viene condivisa.
C’è stato un momento preciso in cui avete capito che non stavate semplicemente recuperando un’edicola, ma stavate costruendo qualcosa di molto più grande?
Più che un momento preciso, direi che è stata la reazione del quartiere a farcelo capire.
Fin dai primi giorni in cui abbiamo cominciato a metterla a posto, a svuotarla dei materiali più vecchi, a sistemare il chiosco, si è creato un flusso di persone più o meno ricorrenti che passava, ci teneva compagnia, si offriva di aiutare.. Abbiamo anche ricevuto un paio di lettere da persone della zona che poi sono diventate amiche e sono state parte del grande lavoro di riapertura.
Alla festa di inaugurazione davvero si è sentita l’energia enorme di questo passo, ma è dopo che è iniziata la parte più interessante, quella in cui l’edicola esisteva e non era più “una novità”. E abbiamo capito che si era mosso qualcosa. Le persone non venivano soltanto per comprare qualcosa. Si fermavano, facevano domande, raccontavano i propri ricordi legati alla vecchia edicola, proponevano attività oppure passavano semplicemente per vedere come stavamo.
Abbiamo capito che non avevamo riaperto soltanto una serranda: avevamo riattivato una relazione.
Crediamo che il passaggio decisivo sia stato proprio questo. Quando le persone hanno cominciato a dire “passo dall’edicola” anche senza sapere esattamente che cosa avrebbero trovato, Fuori Pagina ha smesso di essere soltanto un progetto nostro ed è diventata, almeno in parte, un luogo del quartiere.
Da quel momento abbiamo iniziato a ragionare non tanto su quanti eventi organizzare, ma su come costruire un’abitudine. L’obiettivo è fare in modo che le persone abbiano voglia di tornare anche il giorno dopo, quando apparentemente non sta succedendo niente, senza farsi prendere dalla necessità di riempire continuamente un calendario.

foto @Rudilabo FUORIPAGINA “Quartiere d’archi: Concerto gratuito all’apeeerto” 28-07-2026, Porta San Vitale, Bologna
Ci sono luoghi di piccole dimensioni capaci di assumere un significato molto più grande dello spazio che occupano. Fuori Pagina nasce dalla rigenerazione di un’edicola storica di Porta San Vitale e dalla volontà di trasformarla in un luogo aperto, riconoscibile e attraversabile dalla comunità.
Quello in cui si trova è un angolo complesso del quartiere. Quando l’edicola rimane chiusa, non viene meno soltanto un’attività commerciale: si interrompe una presenza quotidiana, viene a mancare un punto di riferimento e lo spazio rischia di diventare più anonimo e distante. La sua riapertura non può, da sola, risolvere le complessità del territorio, ma può contribuire a restituire continuità, attenzione, relazioni e cura. In questo senso, essere presidio non significa esercitare controllo, ma abitare lo spazio attraverso la presenza e l’ascolto.
Anche la pace si costruisce nelle scelte quotidiane: quando decidiamo di ascoltare invece di semplificare, comprendere invece di giudicare, ricucire invece di dividere. Non significa cancellare le differenze, ma evitare che ogni differenza diventi distanza, contrapposizione o conflitto. Un presidio culturale può così contribuire, nel suo piccolo, a migliorare il clima sociale del proprio tempo, offrendo uno spazio nel quale persone, idee ed esperienze diverse possano incontrarsi.
Attraverso le voci di Valentina e Francesco, l’articolo racconta la visione che accompagna Fuori Pagina e il modo in cui stampa, cultura, relazioni di prossimità e cura dello spazio urbano possono tornare a generare comunità. Accanto alla loro esperienza, propone una prima lettura delle dimensioni di valore sociale attivate dal progetto: un luogo nel quale fermarsi, leggere, incontrarsi e prendersi il tempo necessario per ascoltare la comunità e il mondo che ci circonda.
Che cosa significa, per voi, “prendersi cura” di questo luogo?
Significa prima di tutto esserci. Aprire ogni giorno (anche a Ferragosto), ascoltare, osservare come viene usato lo spazio e accettare che il luogo possa cambiare anche grazie alle persone che lo attraversano.
Prendersi cura non significa soltanto organizzare iniziative visibili. È anche sistemare una sedia, scegliere con attenzione una rivista, ricordarsi il nome di chi passa spesso, lasciare che qualcuno si fermi senza sentirsi obbligato a comprare qualcosa. È permettere a una persona di leggere, studiare, incontrare qualcuno o semplicemente sostare.
Significa anche tenere insieme cultura e sostenibilità economica. Se vogliamo che Fuori Pagina duri, dobbiamo riuscire a far convivere la sua funzione sociale con quella commerciale. Per noi non sono due dimensioni opposte: una conversazione può portare alla scoperta di un libro, un incontro può far conoscere una rivista, una relazione può trasformarsi in fiducia e quindi nella scelta di tornare.
Infine, prendersi cura significa rispettare la storia dell’edicola senza trasformarla in un monumento immobile. Vogliamo custodirne l’eredità, ma permetterle di evolvere insieme al quartiere.
In più, occupare gli spazi in modo che siano curati e vivi, è importantissimo. Specialmente ora che via San Vitale ha questo “laccio emostatico” dato dalla chiusura al transito per i cantieri della Garisenda, questo ramo di centro rischia un po’ di avvizzire. Mettendo un tavolino, una sedia all’ombra, dando spazio semplicemente per “esistere”, si dà linfa a una zona che diventa non solo l’ingresso al centro, ma in cui si può rallentare e socializzare.
Qual è il momento della giornata in cui senti che l’edicola esprime davvero la sua identità?
L’immagine che viene in mente è quella di un momento in cui nello stesso spazio stanno succedendo cose molto diverse: qualcuno compra il giornale, qualcun altro sfoglia una rivista, una persona si ferma a parlare, qualcuno sta preparando un’attività e magari un bambino si affaccia incuriosito. Un momento in cui non c’è un pubblico fisso con uno spettacolo da guardare, ma tutto avviene in maniera viva e fluida.
È lì che riconosciamo davvero Fuori Pagina, quando convivono in modo naturale commercio, cultura, gioco, lettura e vita quotidiana. E senza la pressione di dover essere qualcosa o qualcuno di preciso, di consumare e di avere fretta. Ecco, non crediamo nella fretta!
Anche quello che stiamo facendo proprio in questi giorni con il Circolino Fuori Orario racconta bene questa identità. Nel cuore di agosto, quando molti luoghi scelgono di rarefare l’offerta o chiudono, l’edicola continua a essere un presidio e diventa uno spazio in cui incontrarsi, giocare e stare insieme. Un torneo, un quiz o una coppia che decide di dare un nome spiritoso alla propria squadra possono sembrare piccole cose, ma sono proprio questi rituali semplici a trasformare uno spazio in un luogo riconoscibile e abitato.


foto @ Repubblica articolo di Giorgio Burreddu segui @fuoripagina
Se tra dieci anni qualcuno dovesse raccontare Edicola Fuori Pagina, quale speri sia la prima cosa che dica?
Mi piacerebbe che dicesse: “è un luogo di cui il quartiere aveva bisogno, anche prima di sapere di averne bisogno”.
Oppure, ancora più semplicemente: “è il posto in cui puoi passare”.
Vorrei che tra dieci anni Fuori Pagina sia ricordata non soltanto per gli eventi organizzati, ma per le relazioni che è riuscita a costruire e per le abitudini che ha generato. Mi piacerebbe che le persone sentissero di aver contribuito alla sua storia e che il progetto avesse dimostrato che un’edicola può ancora essere un’infrastruttura importante per una città.
Forse l’innovazione sociale, nel nostro caso, sta proprio qui: nel riconoscere il valore di un luogo che esisteva già e nel dargli nuove possibilità di vita.
Un ultimo pensiero sullo spirito del progetto
Una delle cose che trovo più belle è che Fuori Pagina non si lascia spiegare completamente da un singolo evento o da una singola attività. Si capisce attraverso una somma di piccoli gesti: una persona che torna, qualcuno che propone un’idea, un vicino che si ferma a salutare, una rivista scoperta per caso, una conversazione che comincia dal giornale e finisce molto lontano. Il coinvolgimento delle persone, di tutte le età, nell’aggiungere un mattoncino, cosa che non avviene in un negozio convenzionale. Ci fa sentire che siamo tutti, un po’, dei fuoripagina.
Per questo diciamo che non vogliamo costruire soltanto una stagione di eventi, ma una stagione di vita dell’edicola.
Il risultato più importante non sarà poter dire di avere organizzato tante cose. Sarà sentire qualcuno che, uscendo di casa, dice spontaneamente: “Passo dall’edicola”.
Foto di copertina @Lorenzo Burlando
