Dalla cura al cambiamento sistemico: il mio percorso mi porta in RUDI

di Francesca Carannante

Ci sono percorsi professionali che non seguono una linea retta, ma si costruiscono attraverso incontri, domande e il desiderio di trovare nuovi modi per generare cambiamento. Il mio è iniziato dalla cura, ha incontrato la creatività e oggi si apre a una nuova prospettiva: la filantropia strategica e la sostenibilità dell’impatto sociale.

Se ripenso al mio percorso, mi accorgo che, anche quando mi occupavo di cose apparentemente diverse, stavo cercando di rispondere alla stessa domanda: come possiamo creare le condizioni affinché le persone possano esprimere il proprio potenziale, sentirsi parte di una comunità e contribuire attivamente al cambiamento?

Oggi, questa stessa domanda mi porta a RUDI, dove inizio un percorso di stage nell’ambito del Master in Filantropia Strategica. Sviluppare impatto sociale a partire dai territori e dalle imprese familiari, promosso dalla Ca’ Foscari Challenge School.

Il mio percorso professionale nasce dall’incontro tra cura, creatività e desiderio di attivare cambiamenti concreti nelle comunità. La formazione in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica mi ha avvicinata al benessere della persona e alla complessità dei contesti in cui vive.

Parallelamente, da oltre dieci anni, coltivo la mia formazione nel teatro comunitario. Il teatro mi ha permesso di sperimentare un’altra forma di cura e di conoscenza: quella che passa attraverso il corpo, la narrazione, l’ascolto e la possibilità di dare voce a esperienze che spesso faticano a trovare spazio.

Nel tempo ho compreso che questi due mondi non erano così distanti. La riabilitazione e il teatro, ciascuno con i propri strumenti, mi hanno mostrato il valore dei processi che restituiscono alle persone la possibilità di essere protagoniste della propria storia. Entrambi mi hanno insegnato che il cambiamento non può essere imposto dall’esterno, ma deve trovare spazio nella partecipazione, nella relazione e nella possibilità di sperimentarsi in contesti nuovi.

Questa convinzione ha orientato anche le mie esperienze successive, portandomi a confrontarmi con la giustizia riparativa, il coordinamento giovanile, il lavoro con le comunità e la progettazione sociale. Attraverso realtà del Terzo Settore, il presidio di Libera di Giovinazzo “M. Fazio”, La Locomotiva ETS, di cui sono presidente, e il programma Giovani Changemaker promosso da Ashoka, ho incontrato persone e organizzazioni che cercano di trasformare i bisogni dei territori in occasioni di partecipazione e cambiamento.

Sono esperienze diverse, ma unite da una consapevolezza comune: le risorse per generare trasformazione esistono già nelle comunità. La sfida è riconoscerle, metterle in relazione e creare le condizioni affinché possano esprimere il loro potenziale.

Lavorando nel sociale, mi sono spesso trovata davanti a una contraddizione. Da una parte, ho incontrato persone, associazioni e professionisti capaci di generare cambiamenti significativi; dall’altra, ho visto quanto sia difficile dare continuità a queste esperienze, sostenerle economicamente e trasformarle in processi duraturi.

Quante idee valide si interrompono perché mancano le risorse? Quanti progetti producono risultati importanti senza riuscire a consolidarli nel tempo? Quante organizzazioni impegnate quotidianamente nella cura delle persone faticano a trovare lo spazio per interrogarsi sulla propria sostenibilità, sulla governance o sulla capacità di misurare il valore che generano?

Sono domande che hanno progressivamente modificato il mio modo di guardare al cambiamento sociale. Ho iniziato a sentire l’esigenza di andare oltre la realizzazione del singolo progetto, per comprendere meglio ciò che rende un intervento sostenibile, ciò che permette a un’organizzazione di crescere e ciò che consente a un cambiamento locale di produrre effetti più ampi.

È in questo passaggio che si inserisce il mio interesse per il cambiamento sistemico, approfondito anche attraverso una masterclass dedicata a questi temi con Ashoka. Ho iniziato a guardare con maggiore attenzione alle connessioni tra persone, organizzazioni, istituzioni, risorse economiche e territori, riconoscendo quanto le trasformazioni più profonde richiedano di intervenire non soltanto sui sintomi dei problemi, ma anche sulle dinamiche che li alimentano.

Da qui è nata l’esigenza di acquisire nuove competenze: comprendere come si costruiscono strategie di impatto, come si orientano le risorse, come si sviluppano alleanze e come si accompagnano le organizzazioni nel rendere sostenibili le proprie missioni.

La scelta di frequentare il Master in Filantropia Strategica nasce proprio da questa ricerca. Non volevo allontanarmi dal lavoro sociale, ma trovare strumenti nuovi per contribuire a renderlo più efficace, consapevole e duraturo.

Studiare la filantropia strategica significa, per me, interrogarsi sul rapporto tra risorse e cambiamento: non soltanto su come reperire finanziamenti, ma su come orientare capitali economici, relazionali e umani verso obiettivi condivisi. Significa comprendere come fondazioni, imprese familiari, enti del Terzo Settore e comunità possano collaborare per generare valore sociale nel lungo periodo.

È un modo di pensare che sento vicino alla mia esperienza. Nei territori ho visto quanto le energie delle persone possano essere straordinarie, ma anche quanto abbiano bisogno di essere sostenute da organizzazioni solide, alleanze strategiche e modelli capaci di reggere nel tempo.

Per me, la sostenibilità non è il contrario della missione sociale. È una delle condizioni che permettono a quella missione di continuare a esistere, evolversi e raggiungere altre persone.

È in questo passaggio che ho incontrato RUDI Lab. Mi ha colpita la possibilità di lavorare sul punto di connessione tra visione e concretezza: accompagnare enti del Terzo settore, amministrazioni, fondazioni e imprese nella progettazione strategica, nella ricerca di risorse, nella valutazione dell’impatto e nello sviluppo di collaborazioni capaci di generare valore condiviso. Sono temi che sento vicini perché dialogano con le domande che hanno attraversato il mio percorso e con le sfide che incontro nel lavoro sul territorio.

L’avvio del mio percorso in RUDI, anche attraverso il tirocinio collegato al Master, rappresenta per me l’occasione di mettere in relazione l’esperienza maturata sul campo con strumenti e competenze nuovi. Vorrei imparare a leggere i bisogni e le potenzialità di un territorio anche dal punto di vista organizzativo e strategico, contribuendo a trasformare intuizioni e progettualità in percorsi sostenibili nel tempo.

Continuo a credere che il cambiamento parta dalle relazioni e dalla capacità di immaginare alternative, ma che per consolidarsi abbia bisogno di strutture, competenze e alleanze. In RUDI riconosco uno spazio in cui esplorare questa connessione: portare lo sguardo di chi lavora nelle comunità e, allo stesso tempo, imparare a costruire le condizioni perché le iniziative sociali possano crescere e lasciare un segno duraturo.

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