Ende: il tempo come prima infrastruttura della comunità

Riflessioni sul tempo, sulle relazioni e sul valore sociale dei luoghi che sanno ancora accogliere

Il consiglio di RUDILab per le vacanze estive… buon riposto a tutti..

«Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.»
— Michael Ende, Momo

Ci sono libri che appartengono all’infanzia.

E poi ci sono libri che aspettano di essere riletti da adulti per mostrarci quanto fossero profondi.

Momo di Michael Ende è uno di questi.

Pubblicato nel 1973, racconta la storia di una bambina che possiede un dono apparentemente semplice: sa ascoltare.

Non dà soluzioni.

Non interrompe.

Non propone ricette

Semplicemente dedica tempo agli altri.

Ed è proprio questo dono a renderla capace di restituire qualcosa che la società del suo tempo — e forse ancora di più quella di oggi — rischia continuamente di perdere.

Il tempo delle relazioni.

Gli Uomini Grigi e la promessa di avere più tempo

Nel romanzo di Ende arrivano gli Uomini Grigi.

Sono esseri misteriosi che convincono le persone a risparmiare tempo.

La loro promessa sembra positiva:

risparmiare minuti,
essere più efficienti,
non sprecare energie.

Ma il loro inganno è proprio questo.

Mentre le persone credono di guadagnare tempo, in realtà perdono ciò che rende la vita significativa.

Perdono il tempo delle conversazioni.

Il tempo dedicato agli amici.

Il tempo con i bambini.

Il tempo con gli anziani.

Il tempo apparentemente inutile.

Quel tempo che non produce immediatamente qualcosa, ma costruisce ciò che rende una comunità una comunità.

Le persone diventano più veloci, ma anche più sole.

Più organizzate, ma meno felici.

Più efficienti, ma meno presenti.

Quando il tempo viene sottratto alle relazioni

Rileggendo oggi Momo è difficile non pensare alle nostre città.

Pensiamo a quante volte diciamo:

“Non ho tempo.”

Non ho tempo per fermarmi.

Non ho tempo per ascoltare.

Non ho tempo per incontrare un vicino.

Non ho tempo per una conversazione senza uno scopo preciso.

E così, lentamente, cambiano anche i nostri luoghi.

Chiudono piccoli negozi.

Scompaiono spazi di incontro.

Diminuiscono i luoghi dove era possibile semplicemente stare.

Per molte persone anziane questo cambiamento è particolarmente evidente.

Non perdono soltanto un servizio.

Perdono occasioni di relazione.

Un negozio sotto casa, un’edicola, un bar, una piazza non sono soltanto attività economiche o spazi fisici.

Sono infrastrutture sociali.

Sono luoghi dove qualcuno può riconoscerti.

Dove una persona può essere vista.

Dove una conversazione può iniziare.

Il tempo non è una risorsa individuale

Nella nostra società siamo abituati a considerare il tempo principalmente come una risorsa personale.

Lo organizziamo.

Lo ottimizziamo.

Lo pianifichiamo.

Ma forse dovremmo iniziare a considerarlo anche come una risorsa collettiva.

Perché senza tempo condiviso non esistono relazioni.

E senza relazioni non esiste comunità.

Il tempo è ciò che permette alla fiducia di crescere.

Alla conoscenza reciproca di svilupparsi.

Alla solidarietà di nascere.

Un quartiere non diventa una comunità semplicemente perché delle persone abitano nello stesso luogo.

Diventa una comunità quando quelle persone hanno occasioni per incontrarsi.

E ogni incontro richiede tempo.

I luoghi che restituiscono tempo

Negli ultimi anni, lavorando con organizzazioni del Terzo Settore, enti pubblici e realtà orientate all’impatto sociale, ho incontrato molti luoghi che sembrano raccontare una risposta possibile alla domanda posta da Michael Ende.

Sono luoghi piccoli.

A volte fragili.

Spesso nati dal basso.

Ma hanno una caratteristica comune:

restituiscono tempo alle persone.

Sono spazi dove qualcuno può fermarsi.

Dove una relazione può nascere senza essere programmata.

Dove una persona può sentirsi parte di qualcosa.

Pensiamo a una biblioteca di quartiere.

A un’edicola che diventa spazio culturale.

A un laboratorio sociale.

A una piazza curata dai cittadini.

A un’associazione che apre le proprie porte.

In tutti questi casi il valore prodotto non è soltanto nell’attività realizzata.

È nel tempo che rende possibile.

Il tempo come dimensione dell’impatto sociale

Quando parliamo di valutazione dell’impatto sociale siamo abituati a misurare risultati, cambiamenti, beneficiari, indicatori.

Sono strumenti fondamentali.

Ma forse esiste una dimensione che merita maggiore attenzione.

Il tempo.

Quanto tempo una comunità riesce a generare?

Quanto tempo le persone dedicano alla cura reciproca?

Quanto tempo viene restituito a chi rischia di rimanere solo?

Quanto tempo viene trasformato in relazione?

Queste domande aprono una prospettiva nuova.

Perché l’impatto sociale non nasce soltanto dalle attività che realizziamo.

Nasce dalle condizioni che permettono alle persone di incontrarsi.

E la prima di queste condizioni è il tempo.

Forse Momo oggi lavorerebbe sulla comunità

Se Michael Ende avesse scritto oggi il suo romanzo, forse gli Uomini Grigi non ruberebbero soltanto ore alle persone.

Forse ruberebbero attenzione.

Presenza.

Capacità di ascolto.

Disponibilità alla relazione.

E forse Momo non sarebbe soltanto una bambina che ascolta.

Sarebbe una persona impegnata a ricostruire luoghi dove il tempo possa tornare ad appartenere alle persone.

Perché una comunità non nasce quando abbiamo più servizi.

Nasce quando abbiamo più occasioni per prenderci cura gli uni degli altri.

Il futuro dell’innovazione sociale forse passa anche da qui.

Dalla capacità di riconoscere che il tempo non è ciò che resta dopo aver fatto tutto il resto.

È la materia prima con cui costruiamo tutto ciò che conta.

Perché il tempo è vita.

E la vita, come ci ricorda Michael Ende, dimora nel cuore.

Forse è arrivato il momento di considerare il tempo non soltanto come una dimensione entro cui osservare il cambiamento, ma come una vera e propria infrastruttura che rende il cambiamento possibile.

Buone Riposo a tutti!

Illustrazione realizzata con il supporto dell’intelligenza artificiale, su ideazione e direzione creativa RUDI.

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