RUDI Lab
Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei Ministri ha esaminato il Piano d’Azione Nazionale per l’Economia Sociale, elaborato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Una settimana dopo, il Forum Nazionale del Terzo Settore ha commentato il documento con una frase che vale la pena prendere sul serio, non solo come dichiarazione di circostanza: “l’Italia può essere un esempio virtuoso in Europa” (Forum Terzo Settore, 9 luglio 2026).
È un’affermazione ambiziosa, e come tutte le affermazioni ambiziose merita di essere messa alla prova dei fatti — italiani ed europei. RUDI Lab ha avuto occasione, come ospite a un recente incontro dedicato alle politiche europee per l’economia sociale, di ascoltare da vicino la voce delle istituzioni comunitarie su questo tema: un punto di osservazione che ci permette di leggere il Piano italiano non isolatamente, ma dentro la cornice — normativa, culturale, politica — che l’Europa sta costruendo dal 2021. È da questo doppio sguardo, nazionale ed europeo, che nasce l’articolo che segue.
Cosa prevede il Piano italiano
Il Piano nasce come attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023, che ha chiesto a tutti gli Stati membri di dotarsi di un quadro giuridico e istituzionale favorevole allo sviluppo dell’economia sociale. È il primo atto giuridico europeo mai adottato su questo tema, e arriva a valle del Piano d’azione della Commissione europea del dicembre 2021, che aveva fissato un orizzonte di oltre sessanta azioni da realizzare entro il 2030.
Il documento italiano, elaborato da un tavolo insediatosi ufficialmente il 16 maggio 2024 e passato per una consultazione pubblica che ha raccolto un centinaio di contributi, individua quattro categorie di soggetti dell’economia sociale: Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico ed enti religiosi civilmente riconosciuti, a cui si affiancano le fondazioni di origine bancaria. Parliamo di un ecosistema che, secondo i dati riportati nel Piano, coinvolge quasi 400mila organizzazioni, 1,53 milioni di lavoratori e oltre 4,6 milioni di volontari (Social Impact Agenda, 6 luglio 2026).
Tra le misure più rilevanti:
- il riconoscimento degli enti dell’economia sociale come Servizi di Interesse Economico Generale (SIEG), con conseguenti agevolazioni fiscali e amministrative;
- la creazione di una Direzione generale dedicata presso il MEF, con funzione di regia e coordinamento;
- il rafforzamento degli strumenti di accesso al credito, a partire dal Fondo di garanzia PMI esteso a tutti gli enti del Terzo settore, e un maggior utilizzo di InvestEU e FEI;
- l’introduzione di un “rating sociale” riconosciuto per legge e di strumenti come social bond e minibond per l’impresa sociale;
- una strategia di acquisti pubblici sostenibili, con criteri di aggiudicazione che valorizzino l’impatto sociale oltre al prezzo più basso;
- investimenti nella formazione e nella certificazione delle competenze, anche per la Pubblica Amministrazione che dialoga con questi soggetti (Vita.it, “Il Piano nazionale per l’economia sociale spiegato in dieci punti”).
Il Piano ha una durata decennale, con una revisione di medio termine dopo cinque anni, in linea con il calendario di monitoraggio fissato dalla Raccomandazione europea (2027 e 2032).
Va detto con altrettanta chiarezza — perché è un elemento che qualifica la lettura, non solo un dettaglio tecnico — che il passaggio del 2 luglio è stato un’informativa, non un decreto o un DPCM: un atto politico-istituzionale che apre la fase attuativa, ma che dovrà tradursi in ulteriori provvedimenti per produrre effetti giuridici e finanziari pienamente operativi (Cantiere Terzo Settore). Lo confermano anche le reazioni del mondo cooperativo: Simone Gamberini, presidente di Legacoop, ha accolto con favore il documento ma ha chiesto che gli indirizzi annunciati si traducano rapidamente in provvedimenti concreti (Avvenire).
Il modello europeo: una cornice a due velocità
Per capire se il Piano italiano possa davvero diventare un “esempio virtuoso”, occorre guardare a come l’Europa ha costruito la propria strategia sull’economia sociale, e su cosa la distingue dall’impostazione italiana.

Il percorso comunitario si regge su due pilastri distinti. Il primo è il Piano d’azione della Commissione (2021): soft law, non vincolante, organizzato attorno a quattro linee direttrici — sostegno alle imprese e sviluppo delle competenze, accesso ai finanziamenti (incluso lo sviluppo di una tassonomia sociale), transizione verde e digitale, e miglioramento della riconoscibilità del settore presso i cittadini. Il secondo è la Raccomandazione del Consiglio (2023), che introduce tre principi che ogni Stato membro è chiamato a riconoscere: il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto, il reinvestimento della maggior parte degli utili nel perseguimento dello scopo statutario, e una governance democratica e partecipativa.
Rispetto a questa cornice, l’impostazione italiana si distingue per un tratto preciso: dove l’Europa lavora soprattutto con la leva finanziaria e di mercato (tassonomia sociale, fondi InvestEU, linguaggio dell'”imprenditorialità sociale” e della competitività), l’Italia innesta il Piano su una leva prevalentemente fiscale e amministrativa — il riconoscimento SIEG, gli sgravi tributari — e su un impianto costituzionale, richiamando esplicitamente l’articolo 2 (le formazioni sociali) e l’articolo 118, quarto comma (il principio di sussidiarietà) della Costituzione. È una differenza di registro che riflette due tradizioni diverse: quella comunitaria, più orientata a “vendere” l’economia sociale come motore di competitività; quella italiana, che la radica in una storia giuridica e civile già solida — Codice del Terzo Settore, Registri pubblici, decenni di legislazione cooperativa.
Su questo scarto di registro — economia sociale come welfare versus economia sociale come competitività — abbiamo potuto ascoltare direttamente la posizione delle istituzioni europee. Sarah de Heusch, direttrice di Social Economy Europe, intervenendo in un recente confronto internazionale sul tema a cui RUDI Lab ha partecipato come uditore, ha richiamato i dati del rapporto OCSE “Social Economy in Europe: Contributing to Competitiveness and Prosperity” per rivendicare quella che ha definito la responsabilità di “scardinare i falsi miti” sul settore: l’economia sociale va comunicata come competitiva, non solo come rete di protezione sociale (Vita.it, “A Torino un faro puntato sull’economia sociale”).
Nello stesso confronto, Lamia Kamal-Chaoui (OCSE, Centre for Entrepreneurship, SMEs, Regions and Cities) ha sottolineato come la sinergia tra Nazioni Unite e Unione Europea generi uno slancio congiunto per mostrare che l’economia sociale non è un settore marginale, ma una componente centrale per la crescita inclusiva del continente. E Aicha Belassir, direttrice generale per l’economia sociale del Ministero del Lavoro spagnolo, ha portato un termine di paragone istituzionale rilevante: la Spagna ha già un intero dicastero dedicato al tema — un livello di istituzionalizzazione che l’Italia, con la sua nuova Direzione generale al MEF, sta iniziando ora a costruire.
Un dato, in particolare, merita di restare impresso: Patrizia Bussi, direttrice di ENSIE (European Network of Social Integration Enterprises), ha citato Bologna come la prima città italiana ad essersi dotata di un piano metropolitano per l’economia sociale — un riferimento diretto al territorio in cui RUDI Lab opera quotidianamente.
Una radice che l’Europa non ha: l’economia civile italiana
C’è un ulteriore livello di lettura, che raramente compare nella cronaca sul Piano ma che a nostro avviso è decisivo per capire perché l’argomento del “primato italiano” non sia solo retorica. Nel 1753, a Napoli, nasce la prima cattedra al mondo di “Economia civile” — non “economia politica” — affidata ad Antonio Genovesi, alcuni anni prima della cattedra scozzese di Adam Smith, che peraltro era di filosofia morale e non di economia (Zamagni, intervista su Economia Circolare). La linea di pensiero che nasce con Genovesi, Filangieri e Dragonetti teorizza un mercato fondato sulla reciprocità e sulla fiducia come principio economico, non come eccezione morale al calcolo utilitaristico — una prospettiva che nel Novecento prosegue non tanto nell’accademia quanto nella pratica: i fondatori del movimento cooperativo italiano, le casse rurali, le cooperative di consumo e produzione.
È una linea che Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno riportato al centro del dibattito contemporaneo a partire dagli anni 2000, restituendole lo status di paradigma economico alternativo — non una nicchia valoriale, ma una teoria compiuta della cooperazione e del mercato (Treccani, “Cooperazione”).
Questa stessa intuizione — che la relazione non sia un mezzo per produrre valore, ma il meccanismo produttivo stesso — è quella che Paolo Venturi (AICCON) ha sintetizzato con efficacia in un intervento pubblico a cui abbiamo dedicato attenzione nel nostro lavoro di ricerca sul dono e sul crowdfunding in Italia: la comunità, ha detto, non è soltanto il fine del dono, ma è il dispositivo. È la stessa idea di Genovesi, tradotta nel linguaggio del fundraising contemporaneo — un filo che RUDI Lab continuerà ad approfondire in un prossimo articolo dedicato.
Ecco perché, quando il Forum Terzo Settore parla di “esempio virtuoso”, non si tratta solo di un giudizio sulla qualità tecnica del Piano 2026, ma del riconoscimento di un vantaggio storico-culturale che pochi altri Stati membri possono vantare: l’Italia non sta importando un concetto, sta finalmente dando forma istituzionale a una tradizione di pensiero che ha 270 anni.


Luci e ombre: cosa resta da fare
Un articolo esaustivo non può fermarsi all’entusiasmo. Alcuni nodi restano aperti e vale la pena segnalarli con la stessa chiarezza:
- Il Piano non è ancora vincolante. È un’informativa politica, non un atto normativo: servono decreti attuativi perché le misure diventino operative (Cantiere Terzo Settore).
- L’accesso al credito resta un ostacolo strutturale, perché i modelli di rating bancario tradizionali non tengono ancora conto del patrimonio indivisibile né della governance mutualistica tipica di questi soggetti (Vita.it, “dieci punti”).
- La scarsità di percorsi formativi dedicati è segnalata come ostacolo sia per chi lavora nell’economia sociale sia per la Pubblica Amministrazione che ci si interfaccia.
- Manca ancora una piattaforma nazionale di dati e un conto satellite Istat dedicato, oggi frammentati in metodologie di misurazione dell’impatto diverse tra loro.
Su questi ultimi due punti, in particolare — misurazione dell’impatto e formazione — si gioca gran parte della capacità del Piano di tradursi in cambiamento reale sui territori. Non a caso, è proprio il tema al centro del dibattito che si sta consolidando tra il mondo della finanza a impatto e quello del Terzo settore, come emerso anche nel talk “Oltre il trade-off” promosso da Social Impact Agenda il 16 luglio, che ha aperto una riflessione su come tradurre le opportunità del Piano in strumenti concreti nello spazio tra filantropia e investimento tradizionale (Social Impact Agenda).
Perché questo tema riguarda chi opera nel Terzo settore, oggi
Per le organizzazioni non profit, le cooperative, le fondazioni e gli enti che RUDI Lab accompagna quotidianamente, il Piano non è un esercizio teorico: è la cornice dentro cui, nei prossimi dieci anni, si definiranno l’accesso al credito, le regole degli appalti pubblici sociali, gli strumenti di misurazione dell’impatto che ogni ente dovrà saper padroneggiare per restare competitivo e credibile agli occhi di finanziatori e Pubblica Amministrazione. Capire fin da ora come si muove l’Europa, e come l’Italia sta interpretando quello spazio, significa poter anticipare — non subire — i cambiamenti che verranno.
Se il tema ti interessa e vuoi approfondirlo oltre quanto raccontato qui, RUDI Lab ha preparato un dossier più esteso, con l’analisi comparata del quadro normativo europeo e italiano, la cronologia completa degli atti UE e nazionali, e materiali di approfondimento sulla misurazione dell’impatto per gli enti dell’economia sociale. Scrivici per riceverlo.
Fonti e approfondimenti
- Forum Terzo Settore, “Economia sociale: ‘L’Italia può essere un esempio virtuoso in Europa’”, 9 luglio 2026
- Vita.it, “Il Piano nazionale per l’economia sociale spiegato in dieci punti”
- Vita.it, “Via libera in Consiglio dei ministri: nasce il Piano nazionale per l’economia sociale”
- Vita.it, “A Torino un faro puntato sull’economia sociale”
- Avvenire, “C’è un Piano nazionale per l’economia sociale: ecco cosa prevede”
- Cantiere Terzo Settore, “Approvato il piano per l’economia sociale: ora servono atti e risorse”
- Fondazione Terzjus, “Piano italiano per l’Economia Sociale: ecco cosa c’è dentro”
- AgenSIR, “Nasce il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale”
- Social Impact Agenda, “Il Consiglio dei Ministri approva il Piano nazionale per l’economia sociale”
- Social Impact Agenda, “Il 16 luglio il talk online ‘Oltre il trade-off'”
- Giornale Radio Sociale, “Un nuovo Piano per l’economia sociale”
- EUR-Lex, Raccomandazione del Consiglio UE sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale
- EUR-Lex, Glossario “Economia sociale”
- Publications Office of the EU, Piano d’azione della Commissione europea per l’economia sociale, dicembre 2021
- Economia Circolare, “Cooperazione ed economia civile, intervista a Stefano Zamagni”
- Treccani, “Cooperazione — Il contributo italiano alla storia del pensiero: Economia”
- Wikipedia, “Economia civile”
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