Il 26 luglio 1991 Egon Scotland, corrispondente della Süddeutsche Zeitung, sale su un’automobile sulla quale sono chiaramente visibili le scritte “Press” e “TV”. Con lui c’è Peter Wüst, giornalista di Radio Schleswig-Holstein. Stanno cercando tre colleghi — due austriaci e un tedesco — dei quali si sono perse le tracce. Sono arrivati in Croazia per raccontare una guerra che sta appena cominciando a mostrare la propria violenza. Scotland si trova lì soltanto da due settimane. Quando raggiungono il villaggio di Jukinac, nei pressi di Glina, l’automobile viene investita dai colpi delle forze paramilitari serbe guidate da Dragan Vasiljković, conosciuto come “Captain Dragan”. Wüst cerca di proteggere Scotland: lo fa abbassare, reclina il sedile e inverte la marcia. Ma Egon è già stato colpito. Viene trasferito sull’auto del giornalista croato Senad Pasić, che rimane con lui durante il disperato viaggio verso l’ospedale di Sisak. Scotland morirà poco dopo. Aveva 42 anni.
Di lui non resta soltanto la storia di un giornalista ucciso mentre svolgeva il proprio lavoro. Resta soprattutto il modo in cui aveva scelto di farlo.
Un giornalista capace di ascoltare
L’ex collega Hans Holzhaider lo ha ricordato non come un cronista attratto dalla prima linea, ma come un giornalista interessato alle persone, alle loro vite e alle conseguenze umane della guerra. Scotland sapeva ascoltare. Guardava negli occhi chi gli parlava e gli dedicava un’attenzione piena. Per questo, raccontano coloro che lo hanno conosciuto, le persone incontrate sul campo finivano spesso per considerarlo non soltanto un giornalista, ma un amico. È un dettaglio che restituisce il senso più profondo del suo mestiere: non limitarsi a registrare i fatti, ma riconoscere le persone che quei fatti attraversano.

Dopo la sua morte, la moglie Christiane Schlötzer-Scotland trovò tra le sue carte una poesia dattiloscritta intitolata To the Reporter. Gliel’aveva consegnata, pochi giorni prima, una persona incontrata sul campo. Era un monito rivolto a chi racconta la guerra: il prossimo a morire potrebbe essere proprio il cronista chiamato a documentarla. Oggi, nel luogo in cui Scotland venne colpito, una lapide ne conserva la memoria. Ma una lapide, da sola, non può restituire pienamente ciò che quella morte rappresentò.
Un punto di svolta
Nel 2017 Dragan Vasiljković è stato condannato in Croazia a quindici anni di carcere per crimini di guerra. La sentenza ha riconosciuto anche la sua responsabilità in relazione all’attacco nel quale Scotland perse la vita. Secondo le ricostruzioni raccolte da Balkan Insight, il suo è rimasto l’unico caso in cui qualcuno sia stato condannato per la morte di un giornalista durante le guerre jugoslave, nelle quali furono uccisi oltre 140 giornalisti e operatori dei media. La vicenda di Scotland è emblematica perché rende visibile un cambiamento che avrebbe segnato molti conflitti successivi: la scritta “Press”, concepita per rendere riconoscibile e proteggere chi documenta una guerra, non garantiva più sicurezza.
La visibilità non era necessariamente protezione. Poteva trasformarsi in esposizione. In alcuni casi, persino in un bersaglio. Trentacinque anni dopo, quella vulnerabilità non è scomparsa. Si è estesa e, per molti aspetti, aggravata.
I numeri di oggi
Al 29 luglio 2026, il Committee to Protect Journalists ha registrato 27 giornalisti e operatori dei media uccisi dall’inizio dell’anno. Il dato resta soggetto ad aggiornamenti, perché alcuni casi sono ancora oggetto di verifica. (CPJ – Killed in 2026) Il 2025 è stato l’anno più letale documentato dal CPJ dall’inizio della sua rilevazione, nel 1992. Nel rapporto pubblicato a febbraio 2026 risultavano 129 giornalisti e operatori dei media uccisi, 86 dei quali dal fuoco israeliano. Gli aggiornamenti successivi del database hanno ulteriormente modificato il conteggio, confermando la dimensione senza precedenti del fenomeno. (CPJ – Record number of journalists killed in 2025) Dal 7 ottobre 2023, considerando Gaza, Libano, Yemen, Israele e Iran, il CPJ ha documentato almeno 263 giornalisti e operatori dei media uccisi. Tra loro figurano 207 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e due morti nei centri di detenzione israeliani. Il CPJ precisa che parte del dataset è ancora in revisione. (CPJ – Journalist casualties in the Israel-Gaza war)
A questi dati si aggiungono le vittime degli altri conflitti, dall’Ucraina al Sudan, e quelle della guerra tra Israele e Iran. Già nel giugno 2025 un attacco israeliano contro la sede dell’emittente pubblica iraniana IRIB aveva provocato la morte del giornalista Nima Rajabpour e dell’operatrice dei media Masoumeh Azimi. (CPJ – Iranian media under siege) I numeri non sono perfettamente sovrapponibili: comprendono uccisioni deliberate, morti durante combattimenti o incarichi pericolosi e casi ancora sottoposti a verifica. Ma convergono su un punto: la possibilità di raccontare liberamente i conflitti è oggi sottoposta a una pressione crescente.
E ogni giornalista ucciso non rappresenta soltanto una vita spezzata. È una voce sottratta, una testimonianza interrotta, una parte di realtà che rischia di non essere più documentata.
Da una morte, una risposta concreta
Dalla morte di Egon Scotland nacque anche una risposta organizzata. Nel 1993, mentre la guerra nell’ex Jugoslavia continuava a colpire anche giornalisti e operatori dell’informazione, Christiane Schlötzer-Scotland fondò a Monaco di Baviera, insieme ad alcuni colleghi, Journalisten helfen Journalisten e.V. — Giornalisti aiutano giornalisti. L’associazione nacque per offrire un aiuto rapido e concreto a giornalisti feriti, perseguitati o costretti a lasciare il proprio Paese e alle loro famiglie: sostegno economico, assistenza sanitaria e legale, protezione e accompagnamento nelle situazioni di emergenza. Non era stata immaginata come una struttura destinata a durare. Si sperava che la sua funzione potesse esaurirsi con la fine della guerra.
Non è stato così.
Da oltre trent’anni Journalisten helfen Journalisten continua a operare in memoria di Scotland e di molti altri colleghi uccisi o perseguitati, tra i quali la fotoreporter Anja Niedringhaus, assassinata in Afghanistan nel 2014. Questa esperienza mostra come la memoria possa diventare infrastruttura di solidarietà: non soltanto commemorazione, ma capacità organizzata di proteggere, sostenere e restituire possibilità di azione a chi continua a svolgere lo stesso lavoro.
Il filo che unisce Glina a Gaza
Il filo che unisce Glina ai conflitti di oggi non è soltanto il mestiere delle persone coinvolte. È la progressiva erosione della distinzione tra chi combatte e chi documenta; tra chi prende parte alle ostilità e chi cerca di renderle conoscibili all’opinione pubblica.
Nel 1991 la scritta “Press” non riuscì a proteggere Egon Scotland dal fuoco di una formazione paramilitare. Oggi giornalisti chiaramente identificabili vengono colpiti, minacciati, arrestati o privati delle condizioni necessarie per lavorare anche da eserciti regolari e apparati statali, sotto gli occhi della comunità internazionale. Non tutte le morti avvengono nelle stesse circostanze e non tutte possono essere definite, senza un’indagine, uccisioni intenzionali. Ma il numero documentato di attacchi diretti, insieme alla scarsità delle indagini e delle condanne, rende visibile una responsabilità sistemica: quando l’impunità si consolida, il rischio non rimane eccezionale. Diventa una condizione strutturale del lavoro giornalistico.
Ricordare Egon Scotland, trentacinque anni dopo, significa allora andare oltre l’anniversario.
Significa riconoscere che proteggere chi racconta una guerra vuol dire proteggere il diritto collettivo a conoscere ciò che accade. Significa impedire che la violenza possa agire senza testimoni, senza documentazione e senza memoria.
Raccontare una guerra non dovrebbe richiedere il sacrificio della propria vita. Nel 1991 non fu possibile garantirlo a Egon Scotland. Trentacinque anni dopo, non siamo ancora riusciti a garantirlo a troppi altri.
E proprio per questo la scritta “Press” non riguarda soltanto chi la indossa. Riguarda tutti noi.
Fonti: Committee to Protect Journalists (cpj.org); Wikipedia, voce Egon Scotland; Balkan Insight – Last Despatches; Journalisten helfen Journalisten e.V. (journalistenhelfen.org); Alamy.