Dal forum Business, Social: One Vision di Torino emerge una domanda cruciale: l’economia sociale resterà funzione riparativa del modello dominante o diventerà uno degli spazi da cui ripensare l’Europa?
Azzurra Spirito è una senior advisor, programme manager e public speaker attiva nell’ambito dell’innovazione sociale trasformativa, con un profilo orientato alla progettazione di processi, allo sviluppo di pratiche collaborative e al lavoro con comunità e sistemi di rete. Collabora inoltre con il team RUDI su alcuni progetti, contribuendo allo sviluppo di percorsi e riflessioni ad alto valore sociale e strategico.
Il forum Business, Social: One Vision, promosso dalla Camera di commercio di Torino, da Torino Social Impact e da ITCILO si è svolto in occasione della Giornata Mondiale della Giustizia Sociale, una scelta di data che sembra già di per sé una presa di posizione: istituita dall’ONU nel 2007 nell’orbita dell’agenda ILO sul lavoro dignitoso, la Giornata porta con sé un’idea precisa — che i diritti non arrivano a valle delle politiche economiche come correzione redistributiva, ma ne sono precondizione. Una scelta resa tanto più significativa dalle profonde ambivalenze che l’economia sociale si trova a vivere oggi.
Il Rapporto Draghi presentato nel settembre 2024 su commissione di von der Leyen come diagnosi sulla perdita di competitività europea, aveva aperto uno spazio inatteso: per la prima volta un documento così autorevole non trattava l’inclusione sociale come un costo da gestire, ma come una componente della competitività stessa. Eppure il 1° maggio 2025 la Commissione ha soppresso l’unità dedicata all’economia sociale dentro la DG Crescita, trasferendo l’intera responsabilità alla DG Occupazione.
Allo stesso modo la nuova programmazione europea bypassa il livello urbano, e la narrativa dominante privilegia riarmo e sicurezza. Inoltre, nonostante la Raccomandazione del Consiglio del 2023 chiedesse agli Stati membri piani nazionali per l’economia sociale entro il 2025, a rispondere è stata solo una minoranza di paesi, tra cui la Spagna — presente al forum con la propria Direttrice Generale — e, in fase avanzata, l’Italia.
Eppure il forum sembra voler fare emergere la rilevanza che il livello cittadino gioca in questo contesto. Torino, come città metro montana (che tratta le aree periurbane non come appendici ma come parte di un sistema complesso fatto di scambi di energia, acqua, alimenti, persone e conoscenze) nei decenni ha stratificato importanti infrastrutture sociali, arrivando a costituire un ecosistema in cui istituzioni pubbliche, imprese, finanza e ricerca lavorano dentro una cornice comune. Torino Social Impact — nato nel 2017 come piattaforma di coordinamento, oggi con oltre 400 partner — è la forma istituzionale di questa traiettoria, avviata dall’impegno camerale del 2005 e progressivamente allargata fino a diventare un riferimento europeo per chi cerca modelli di governance dell’economia sociale a livello urbano.
A riguardo, un ulteriore passo in avanti era stato compiuto undici giorni prima del forum: il 9 febbraio 2026 il Consiglio Comunale di Torino aveva approvato all’unanimità la Mozione Ciampolini, chiedendo un Piano dell’economia sociale specifico per la Città — distinto da quello Metropolitano già vigente — come strumento di programmazione autonoma in un contesto europeo che tende a ignorare il livello urbano. Naturalmente quest’ultimo passaggio richiama fortemente un’altra esperienza, quella della Città Metropolitana di Bologna, presente al forum, per raccontare il suo Piano. Accanto a lei Milano, con un approccio più orientato al dialogo con il privato e con la finanza, incarnato dalla Commissione Speciale Economia Civile di Palazzo Marino.
Il forum, già a partire dall’architettura degli interventi, è sembrato infatti non voler costituire una semplice occasione di confronto per restituire lo stato dell’arte ma di voler porre, piuttosto, una domanda: l’economia sociale rimarrà invischiata nella vecchia trappola che la tratta come il terzo attore su cui scaricare gli squilibri del modello dominante, o sarà messa in condizione di essere uno degli spazi da cui ripensare il funzionamento stesso dell’economia europea, quando la pressione esterna sembra più richiederlo?
L’apertura affidata a Simona De Giorgio, responsabile del Comitato per l’imprenditorialità sociale della Camera di commercio di Torino e coordinatrice di Torino Social Impact, ha fissato subito la soglia del discorso. L’economia sociale è stata immediatamente inscritta dentro una cornice in cui i diritti non arrivano a valle delle politiche economiche come correzione redistributiva, bensì operano a monte come criterio di progettazione.
Mario Calderini, portavoce di Torino Social Impact e professore al Politecnico di Milano, cita Tocqueville lì dove descrive come il dispotismo mite non opprima frontalmente ma isoli: è la frammentazione — l’assenza di corpi intermedi capaci di agire collettivamente — a garantire al potere la propria permanenza. Per questo l’economia sociale diventa importante.
Le definizioni operano dentro ordinamenti nazionali, senza un’architettura giuridica e finanziaria che consenta all’economia sociale di agire come soggetto europeo oltre i confini. Capire come strutturare le politiche per accendere un punto di privilegio — una condizione normativa che riconosca trattamento preferenziale — resta una delle sfide aperte.
Tre istanze che si sono succedute nel tempo si configurano come una trappola per l’economia sociale oggi. Essere riparativa — rispondere dove falliscono stato e mercato — ha prodotto uno scarico progressivo su soggetti strutturalmente fragili, contribuendo all’erosione del welfare piuttosto che al suo consolidamento. Essere produttiva — rivendicare una dignità di settore con i numeri in mano — ha aperto la strada al riconoscimento economico, ma senza mai generare una politica industriale dedicata. Essere infrastruttura democratica — offrire governance partecipativa come risposta alla crisi di legittimità — rischia di esaurirsi nell’istituzionalizzazione. Alle origini di Rochdale, nel 1844, non c’era amministrazione dell’esistente: ventotto operai tessili fondarono la prima cooperativa moderna come atto di antagonismo, non di integrazione. Torino rappresenta bene questa duplice tensione, e la governance di Torino Social Impact rappresenta un possibile antidoto: l’immaginazione collettiva.
È la prima sessione con Paola Babos, Olivier De Schutter e Simel Esim a chiarire a cosa dovrebbe dedicarsi questa immaginazione. De Schutter, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, formula una critica netta al modello che fa corrispondere alla crescita la tassazione, e a questa la redistribuzione. La soluzione non può tradursi semplicemente nel chiedere indicatori più sofisticati o misure migliori della disuguaglianza: il nodo è nei modelli economici. La Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth — iniziativa ampia e transnazionale sviluppata nell’ambito del programma NEEP con il coinvolgimento di circa duecento istituzioni — indica con chiarezza che l’oggetto da ripensare non è un comparto, ma la forma complessiva dell’economico. Il policy brief pubblicato congiuntamente a febbraio 2026 da UNTFSSE, dall’Ufficio del Relatore Speciale e dalla Global Coalition for Social Justice articola questo ripensamento attorno a cinque assi: trasformazione dei sistemi economici, lavoro e cura, protezione sociale, clima e risorse naturali, finanza e solidarietà globale.
Simel Esim, funzionaria dell’ILO con responsabilità sull’economia sociale e solidale, porta questo stesso spostamento sul piano della governance. Il richiamo alle risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU del 2023 e del 2024 — che hanno per la prima volta riconosciuto il contributo dell’economia sociale agli SDG — serve a mostrare che il campo ha acquisito visibilità istituzionale a livello multilaterale, ma il punto più tagliente va oltre: la sicurezza economica non può esistere senza partecipazione democratica. La governance shareholder-centred viene letta come una forma di dipendenza strutturale della crescita che impedisce di immaginare alternative stabili. Da questo punto di vista, l’economia sociale non è semplicemente una famiglia di organizzazioni tra le altre, ma una delle poche forme organizzative capaci di sottrarsi, almeno in linea di principio, a questa dipendenza grazie alla primazia delle persone sul capitale.
Paola Babos, direttrice aggiunta di ITCILO, ha focalizzato tutto ciò in una cornice segnata da incertezza strutturale, polarizzazione e vulnerabilità del progresso — che va ancorato a istituzioni e integrato politicamente per non essere reversibile. Il punto di partenza non è la rilevanza dell’economia sociale — data per acquisita, con 4,3 milioni di organizzazioni, 11,5 milioni di occupati e un fatturato superiore a 912 miliardi di euro nell’Unione — ma come farla evolvere. Il momento attuale non è più una fase di shock, come fu durante la pandemia: è una condizione di crisi strutturale. Invecchiamento demografico, pressione sull’housing, carenza di lavoratori nella cura sono tendenze permanenti. In questi settori, la domanda sociale è più acuta e la capacità di risposta del mercato tradizionale più carente. Le leve indicate sono il procurement pubblico e privato, con energia e educazione come ulteriori ambiti prioritari.
La seconda sessione moderata da Marella Caramazza del Cottino Social Impact Campus esplora in quali settore, a quali condizioni e grazie a quali strumenti potrebbe contribuire alla competitività. Lamia Kamal-Chaoui, direttrice del Centro per l’Imprenditorialità, le PMI, le Regioni e le Città dell’OCSE, ha presentato il rapporto congiunto OCSE-Commissione Europea Social Economy in Europe: Contributing to Competitiveness and Prosperity — il primo documento di questa natura firmato congiuntamente dal Segretario Generale dell’OCSE e dalla Vicepresidente Esecutiva della Commissione.
Sarah de Heusch, direttrice di Social Economy Europe, ha evidenziato come l’ecosistema che serve a sostenere una competitività reale — coeso, democratico, non estrattivo — è quello che l’economia sociale già pratica. Ha portato evidenze empiriche a sostegno: uno studio comparativo tra Francia e Belgio mostra che le organizzazioni del settore performano meglio di quelle profit a parità di risorse inferiori, sono più longeve e meno rischiose per gli investitori. La sfida che ha indicato è comunicativa prima che politica: sfatare i miti richiede dati solidi e volontà di nominarsi competitivi.
Stefano Granata, presidente di Social Impact Agenda per l’Italia, ha posto la domanda più scomoda del panel: perché la finanza di impatto, pur crescendo, non raggiunge sistematicamente l’economia sociale? La sua risposta è genealogica. L’economia sociale nasce come economia riparativa, e questa origine si è sedimentata come elemento identitario facendola percepire come non attrattiva per gli investitori privati.
In Italia, questa tara ha rallentato lo sviluppo della finanza di impatto rispetto ad altri paesi europei. Ci sono germinazioni, ma non un flusso. Ha identificato tre questioni strutturali: l’assenza di piani industriali integrati per il settore, che produce una logica del tutto-o-niente; la difficoltà di connettere la finanza paziente già disponibile — fondi pensione, casse previdenziali, fondazioni bancarie — alle organizzazioni del settore; e, come condizione ultima, l’attrattività verso le risorse umane. Un campo che non riesce ad attrarre talenti non ha futuro. Ed è anche il motivo per cui manca l’immaginazione.
Laura Micciché, della Cassa Depositi e Prestiti, ha risposto con la logica dell’abilitatore sistemico: CDP non finanzia direttamente i beneficiari finali, ma costruisce l’infrastruttura finanziaria che consente ad altri capitali di entrare. Lo strumento principale è un fondo rotativo per le imprese dell’economia sociale, con copertura CDP fino all’80% abbinata a un grant del Ministero delle Imprese e del Made in Italy del 20% — un meccanismo di blending pubblico-pubblico che abbassa il rischio percepito e rende l’accesso possibile anche per organizzazioni con bassa capitalizzazione. L’effetto leva dichiarato è di sei volte le risorse pubbliche impegnate. A questo si affianca un fondo dei fondi per l’impact investing, strumento di secondo livello che non investe direttamente nelle organizzazioni ma in fondi gestiti da operatori specializzati, con housing tra i beneficiari prioritari. Ha illustrato infine un pilota su Catanzaro costruito come social outcome contract: cooperative che lavorano con persone con disabilità ricevono una quota per i costi fissi e un grant condizionato al raggiungimento di obiettivi definiti — attività di supporto terapeutico e sociale, integrazione lavorativa. Il modello è difficilmente standardizzabile per sua natura, e Micciché lo ha riconosciuto senza esitazione. La direzione indicata è costruire con la pubblica amministrazione non una relazione di committenza, ma una collaborazione strutturale grazie a un mix di investimenti con più componenti e orizzonti temporali lunghi.
La terza sessione ha visto alternarsi le voci istituzionali europee con le prospettive nazionali. Mario Nava, direttore generale per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Inclusione della Commissione Europea, ha articolato il ragionamento su due piani differenti: la presentazione dello stato dei programmi e la lettura delle condizioni necessarie perché funzionino. Il punto di riferimento centrale è la Social Window nell’ambito di InvestEU, che segna una rottura rispetto alla logica tradizionale dei grant: lo strumento è concepito come leva capace di attrarre risorse dal mercato privato. Ha definito esplicitamente questa scommessa come tale. I risultati della mid-term review indicano tre condizioni di successo: quadri normativi adattabili ai livelli nazionale e regionale; accesso alla finanza attraverso strumenti diversificati; dati e statistiche come precondizione di visibilità, perché nell’economia di mercato la proof of knowledge è fondamentale. Il riferimento al Rapporto Draghi è stato diretto: l’Europa non ha materie prime, ha competenze. La competitività basata sulla riduzione dei costi è strutturalmente perdente — la direzione è salire nella catena del valore.
Juan Antonio Pedreño, presidente di Social Economy Europe, ha però dato voce ai rischi di iscrivere in questa cornice l’economia sociale. Ha elencato i risultati del decennio: Piano d’azione europeo, intergruppo parlamentare, Raccomandazione del Consiglio, Comitato di Lussemburgo, riconoscimento come uno dei quattordici ecosistemi industriali strategici dell’Unione. Ma la DG Crescita ha abbandonato il tema e non ci sono segnali di interesse a una futura riconnessione al tema. Il Quadro finanziario pluriennale rimane una posta in gioco critica per il finanziamento strutturale del settore. La diversità interna al campo — di forme giuridiche, tradizioni nazionali, posizionamenti politici — è insieme una ricchezza e un ostacolo alla costruzione di una posizione comune. A Mataró, inaugurando la Capitale spagnola dell’Economia Sociale 2026 undici giorni prima del forum, Enrico Letta aveva detto che il mercato unico si è costruito su mercati aperti e istituzioni sociali solide: l’economia sociale non è periferica a quel progetto, ne è strutturale.
L’intervento di Gianluca Salvatori, segretario generale di Euricse, ha permesso di rimettere con chiarrzza a fuoco il tema. La categoria del terzo settore — come attore residuale che interviene dove falliscono stato e mercato — ha prodotto subalternità strutturale. La narrativa dell’economia sociale rompe questo schema: non più risposta ai fallimenti, ma proposta di un modo diverso di organizzare produzione e distribuzione. L’Europa non può prescindere da questa prospettiva: il binomio su cui è costruita l’Unione — mercato e stato — ha sempre avuto l’economia sociale come terzo elemento strutturale, anche quando non era nominata come tale. La perequazione, in questo quadro, non aumenta necessariamente le disuguaglianze: può ridurle. Il precipitato italiano di questa tensione — che si sta affievolendo anche a livello europeo — è il tema dell’insicurezza. Ma questa insicurezza deve essere letta non tanto come frutto di minacce esterne, ma di fragilità interne, come nel caso delle migrazioni che spaventano perché mettono in crisi un’identità già fragile. Non un problema di numeri, ma di auto-percezione collettiva. Salvatori ha richiamato Albert Hirschman: i cicli di delusione producono exit, i cicli di impegno producono voice. L’economia sociale è uno strumento di voice per definizione. Uscire dalla minorità significa affrontare l’insicurezza e la minaccia esistenziale, e darsi una direzione comune.
I casi nazionali hanno portato al centro i cantieri in corso. Aicha Belassir, direttrice generale per l’Economia Sociale del governo spagnolo, ha condiviso un inquadramento operativo sull’esperienza spagnola. La seconda Strategia spagnola per l’economia sociale 2023-2027 — articolata su quattro assi e oltre centododici azioni — registra una valutazione intermedia al novanta per cento, con il dieci per cento residuo da completare entro i prossimi due anni. La cultura della revisione sistematica è indicata come elemento metodologico distintivo, non come obbligo formale. Il quadro normativo poggia su tre leggi strutturali, tra cui la Legge 5/2011 sull’economia sociale — pionieristica in Europa. La Spagna è il primo paese europeo ad aver adottato un conto satellite nazionale per misurare il settore e ad aver applicato la metodologia statistica internazionale dell’ILO per garantirne la comparabilità. Il Consiglio di Promozione Sociale con le comunità autonome garantisce il coordinamento multilivello che altrove manca.
Lucia Albano, sottosegretaria al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha presentato l’avanzamento italiano. La consultazione pubblica aperta il 17 ottobre 2025 ha raccolto 120 contributi: il 96% da soggetti privati, il 4% da enti pubblici. Due obiettivi qualificanti emersi: la perimetrazione degli enti dell’economia sociale, fino a oggi assente in Italia, e la costruzione di un sistema decennale di monitoraggio con struttura presso il MEF. Il lavoro con ISTAT per il conto satellite è in corso. L’impegno è affrontare almeno una norma all’anno secondo una linea di priorità definita. L’istituzione di una struttura di supporto stabile è ancora in lavorazione — definita questione amministrativa complessa — ma il tavolo di lavoro reso permanente è già un segnale politico.
Il raccordo parlamentare è stato assicurato da Silvia Roggiani, deputata e membro della Commissione per il federalismo fiscale, e da Patrizia Toia, europarlamentare con lunga esperienza nelle politiche sociali europee. Il loro punto comune: il rischio di ricentralizzazione dei fondi nella nuova programmazione europea è reale e richiede un presidio attivo tra il livello parlamentare nazionale e quello europeo.
Gli interventi conclusivi hanno portato la prospettiva delle città e del radicamento territoriale. Daniela Freddi, della Città Metropolitana di Bologna, ha tematizzato la differenziazione interna al campo come questione di governance e non solo di forma giuridica: non tutti gli attori sono equivalenti per struttura decisionale, radicamento territoriale, capacità di rendere conto. Il modello a missione — con orizzonte decennale e priorità definite su archi temporali più brevi — è la forma organizzativa più coerente con le sfide attuali. Il dialogo con il mondo profit e con la finanza richiede questa chiarezza interna. Ha indicato la missione abitare come area di maggiore contraddizione: per stare sul mercato servono capitali e scala; per rispettare la missione sociale servono prezzi accessibili. Poter nominare questa contraddizione è il primo passo fondamentale.
Valerio Pedroni, consigliere comunale a Milano e presidente della Commissione Speciale Economia Civile di Palazzo Marino, ha proposto la visione più espansiva della giornata. L’economia sociale non può restare confinata al perimetro del welfare e dell’educazione: deve entrare nella manifattura, nella rigenerazione urbana, in tutti i settori — con la stessa dignità con cui operano gli altri attori. Il social procurement attraverso le municipalizzate è lo strumento concreto: orientare la spesa delle società a partecipazione pubblica verso fornitori dell’economia sociale introduce una domanda stabile che non passa per i bandi a breve termine. Ha distinto nettamente tra alleanze, necessarie, e confusione con le società benefit, da evitare: una società benefit non è economia sociale se non ha governance partecipativa e primato delle persone sul capitale.
La giornata ha fatto emergere una tensione che attraversa il campo da almeno un decennio e che il forum, non ha risolto — né pretendeva di farlo. Da un lato, l’economia sociale ha ottenuto un riconoscimento istituzionale senza precedenti: piani nazionali, risoluzioni multilaterali, strumenti finanziari dedicati, presenza nei documenti strategici europei. Dall’altro, questo riconoscimento è fragile: dipende da equilibri politici instabili, da finanziamenti non ancora strutturali, da una narrazione che fatica a imporsi contro la pressione della logica estrattiva. La domanda posta al mattino — trappola o spazio di ripensamento? — è rimasta aperta. Ma il forum ha mostrato che il campo la conosce, e che non è disposto a risponderle per inerzia.
Sitografia essenziale
- Torino Social Impact – pagina dell’evento Business, Social: One Vision
- Università di Torino – scheda evento del 20 febbraio 2026 alla Cavallerizza Reale
- Nazioni Unite / UN DESA – Giornata Mondiale della Giustizia Sociale
- Commissione europea / Social Economy Gateway – Raccomandazione del Consiglio del 2023 sull’economia sociale
- Commissione europea – The future of European competitiveness (Rapporto Draghi)
- Comune di Torino – mozione del 9 febbraio 2026 per il Piano cittadino dell’economia sociale
- OECD / European Union – Social Economy in Europe: Contributing to Competitiveness and Prosperity
- Ministero spagnolo / Commissione europea – Strategia spagnola per l’economia sociale 2023-2027
- MEF – consultazione pubblica italiana sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale