Innovazione sociale, co-progettazione e collaborazione con la PA
Intervista di Julia Hoffmann a Sara Branchini
Ci sono realtà del Terzo Settore che non si limitano a sviluppare progetti, ma aiutano i territori a costruire modalità nuove di relazione tra istituzioni, comunità e organizzazioni sociali. Il Centro Antartide è una di queste. Nato a Bologna all’incrocio tra città, università e cittadinanza attiva, nel tempo ha sviluppato un metodo che tiene insieme ascolto dei bisogni, partecipazione, ricerca-azione, innovazione sociale e accompagnamento a processi di co-programmazione e co-progettazione con la Pubblica Amministrazione. In questa intervista a Sara Branchini, provo a far emergere non solo una storia significativa, ma anche una domanda più ampia: che cosa può insegnare oggi questa esperienza a chi lavora tra Terzo Settore, enti pubblici e sviluppo dei territori?
Julia Hoffmann
Sara, partirei dalle radici. Il Centro Antartide non nasce semplicemente come organizzazione che fa progetti, ma dentro una storia più lunga. Ci racconti da dove parte questa esperienza?
Sara Branchini
Le radici del Centro Antartide sono antiche e affondano nell’esperienza delle Università Verdi in Italia, che in Emilia-Romagna ha trovato un terreno particolarmente fertile. Non parliamo di università statali in senso stretto, ma di organizzazioni, associazioni, università popolari e percorsi formativi nati negli anni ’80 attorno all’ambientalismo e all’educazione alla sostenibilità. In quel contesto l’Università Verde di Bologna, nata nel 1984, ha rappresentato una realtà importante, con un’impostazione fortemente formativa e civica: sensibilizzazione ambientale, workshop, conferenze, partecipazione, attivazione locale. Erano esperienze che andavano oltre il semplice trasferimento di conoscenze e contribuivano a costruire cittadinanza attiva.
E da quell’humus come nasce il Centro Antartide?
Il Centro Antartide nasce nel 1992 ed è gestito proprio dall’Università Verde di Bologna APS. Prende forma attraverso un accordo tra l’allora sindaco del Comune di Bologna, Renzo Imbeni, e il rettore dell’Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco. L’idea era lavorare all’incrocio tra città e università, creando occasioni di dialogo ma soprattutto di impatto concreto sulla città, tra divulgazione, innovazione e costruzione di valore condiviso. Se la leggiamo oggi, quella intuizione contiene già molti elementi che oggi chiamiamo co-programmazione, collaborazione interistituzionale e sviluppo integrato del territorio.
Quindi si può dire che il Centro Antartide abbia praticato innovazione sociale prima ancora che questa espressione diventasse corrente?
Sì, direi di sì. Siamo partiti da temi ambientali, ma nel tempo il nostro sguardo si è ampliato anche alla sostenibilità sociale. Sono cambiati i temi — sostenibilità, sicurezza stradale, inclusione, resilienza, umanizzazione dei luoghi di cura, rigenerazione urbana, verde in città — ma è rimasto coerente il metodo: mettere in relazione mondi diversi, attivare connessioni, costruire reti tra ricerca scientifica, società civile, enti pubblici e imprese, attraverso partecipazione e ricerca-azione. Per noi il punto non è solo “fare attività”, ma contribuire a costruire comunità e rafforzare quello che in sociologia chiameremmo capitale sociale: fiducia, impegno civico, norme condivise, capacità di stare insieme.
Questo è un passaggio che mi interessa molto, perché spesso si usa la formula “innovazione sociale” in modo generico. Per voi che cosa significa davvero?
Per noi innovazione sociale non è semplicemente creare qualcosa di nuovo. È un lavoro continuo di lettura delle priorità e dei bisogni, anche quando non sono del tutto espliciti o misurati. Significa considerare i cambiamenti in corso, coinvolgere attori diversi per comprendere la complessità delle sfide, costruire condizioni di sostenibilità, porre attenzione al processo, alle relazioni, al capitale sociale e alla misurazione degli impatti. A volte innovare significa inventare; altre volte significa ripensare, riorganizzare, ricombinare in modo diverso qualcosa che esiste già, perché i bisogni del presente chiedono nuove forme di risposta.
Nel vostro racconto emerge una caratteristica molto forte: non vi limitate a lavorare “dal basso”, ma operate spesso in affiancamento agli enti pubblici. È qui che il vostro ruolo diventa particolarmente interessante anche per chi ragiona di co-programmazione e co-progettazione?
Sì, è un punto centrale. Tradurre l’innovazione sociale in pratica non può dipendere soltanto da spinte spontanee o da energie civiche isolate. Per questo lavoriamo molto a supporto dei soggetti che orientano politiche e strategie di sviluppo: Comuni, Regioni, Aziende sanitarie, Ateneo. Li affianchiamo nell’attivazione di percorsi partecipativi, nella co-programmazione, nella co-progettazione di azioni e politiche locali, ma anche nella valutazione di impatto dei progetti. In sostanza, lavoriamo per rendere effettiva l’inclusione degli stakeholder nei processi di ideazione, realizzazione e misurazione dell’innovazione. In questo senso siamo un ente del Terzo Settore un po’ particolare: abbiamo temi e istanze precise, ma lavoriamo spesso in affiancamento agli enti locali, soprattutto quelli più piccoli, dove le competenze su questi processi possono essere molto variabili.
Mi sembra un punto molto rilevante: non solo attivare partecipazione, ma aiutare la Pubblica Amministrazione a renderla praticabile e strutturata. Puoi raccontarci qualche esperienza concreta?
Negli ultimi anni abbiamo seguito diversi percorsi interessanti. Con il Comune di Castel Maggiore, ad esempio, abbiamo accompagnato un processo che sta portando alla definizione di una modalità nuova di gestione collaborativa di un immobile di una ex scuola. C’è stata una fase di co-programmazione, svolta grazie al Bando Partecipazione della Regione Emilia-Romagna, e poi una co-progettazione che si innesta proprio sugli elementi emersi in quella fase. L’idea è superare la logica classica dell’assegnazione di uno spazio e costruire, insieme all’amministrazione e ai soggetti del territorio, uno spazio per le famiglie, definendone funzioni, attività, modalità di governo e monitoraggio.
Con il Comune di Ozzano dell’Emilia abbiamo lavorato per ripensare il modello di dialogo tra le frazioni e l’amministrazione, cercando di superare un sistema di consulte che forse oggi non risponde più pienamente alle caratteristiche delle comunità. Con il Comune di Sasso Marconi abbiamo accompagnato un percorso di coinvolgimento di cittadini e associazioni per perfezionare un progetto di riqualificazione dell’area del lungo fiume, integrando proposte capaci di tenere insieme resilienza e socialità. Con l’Azienda USL di Bologna, invece, realizziamo pratiche di umanizzazione nei luoghi di cura, coinvolgendo scuole, istituzioni culturali e studenti universitari. Sono esempi diversi, ma con un filo comune: dal lavoro con il territorio si arriva a immaginare in modo collaborativo azioni, politiche e strategie.
In questi casi, quindi, il valore non è solo il singolo progetto, ma anche l’apprendimento che resta dentro i territori e dentro le amministrazioni?
Esattamente. Questo tipo di percorsi non produce soltanto politiche o progettualità specifiche. Contribuisce anche a consolidare una visione di co-programmazione dentro le pubbliche amministrazioni, che oggi è sempre più importante. Inoltre fa da palestra per la formazione di competenze e professionalità che poi restano interne agli enti e possono essere riattivate in altri contesti. Questo aspetto è meno visibile, ma è decisivo: non si tratta solo di ottenere un risultato puntuale, ma di far crescere capacità diffuse di ascolto, lettura dei bisogni, progettazione, governance e valutazione.
Qui tocchi un punto che sento molto vicino: la qualità del processo. Se dovessi indicare alcuni ingredienti fondamentali perché questi percorsi funzionino davvero, da dove partiresti?
Partirei dai bisogni. Innovare non significa imporre una soluzione, ma partire da necessità reali. Il quadro dei bisogni non va mai dato per scontato, e la partecipazione, anche quando nasce da un input istituzionale, deve poggiare su una lettura condivisa delle priorità. Poi c’è il tema delle reti: per attivare percorsi autentici di co-programmazione e innovazione bisogna uscire dalla logica delle bolle e coinvolgere davvero i soggetti rilevanti, non solo quelli già vicini a noi. Un altro elemento essenziale è la sostenibilità, ma accompagnata da presidio. Non è pensabile che questi processi vadano avanti da soli: servono strumenti di accompagnamento, governance collaborativa, supporto costante, e una presenza mista tra enti pubblici, che devono mantenere un ruolo di regia, ed energie civiche e del Terzo Settore, che non dovrebbero mai essere lasciate in una logica di supplenza. Infine c’è la valutazione di impatto partecipata: non solo rendicontazione finale, ma modalità di lavoro impostata fin dalle prime fasi, con monitoraggio continuo e indicatori costruiti a più voci.
Ed è proprio qui, forse, che la vostra esperienza diventa particolarmente interessante anche per chi lavora nel Terzo Settore e nella Pubblica Amministrazione: perché mostra che partecipazione, co-programmazione e valutazione non sono elementi separati, ma parti della stessa architettura.
Sì, credo che sia così. La nostra forza, se dovessi sintetizzarla, è aver tenuto insieme nel tempo visione, metodo e capacità di leggere i cambiamenti. Abbiamo attraversato temi diversi e contesti diversi, ma mantenendo un’idea costante: il cambiamento si costruisce mettendo in relazione soggetti, competenze e bisogni, e l’innovazione sociale non è uno slogan, ma un lavoro quotidiano fatto di ascolto, ricerca, mediazione, sperimentazione e responsabilità condivisa.
Chiusura editoriale RUDI
L’interesse di questa esperienza, oggi, non sta soltanto nella sua longevità. Sta nel fatto che il Centro Antartide mostra con chiarezza una cosa che spesso resta implicita: la collaborazione tra Pubblica Amministrazione, Terzo Settore e comunità non si improvvisa. Ha bisogno di metodo, accompagnamento, traduzione tra linguaggi diversi, capacità di leggere i bisogni e di costruire governance praticabili. In questo senso, il Centro Antartide non è solo una realtà di innovazione sociale: è anche un esempio concreto di come la co-programmazione e la co-progettazione possano diventare dispositivi reali di trasformazione territoriale, se accompagnati da visione, presidio e valutazione.
Il Centro Antartide rappresenta oggi un’esperienza significativa di co-programmazione tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione, capace di trasformare partecipazione e ascolto in governance collaborativa.