CFO for Good: perché il Terzo Settore ha bisogno di una nuova leadership finanziaria

Un nuovo capitolo per la governance finanziaria del Terzo Settore nell’era dell’Economia Sociale.

Nel nuovo scenario europeo – segnato da una revisione delle principali norme sulla sostenibilità e dalla proposta Omnibus I che limita gli obblighi di rendicontazione e due diligence alle sole imprese di maggiori dimensioni – diventa ancora più evidente che la solidità degli enti non può basarsi esclusivamente sulla regolazione.
Serve una visione più ampia, capace di tenere insieme responsabilità, competenze e bene comune.

A questa prospettiva si affianca l’importante passo compiuto dal legislatore italiano con l’introduzione della Valutazione di Impatto Generazionale (VIG): uno strumento che impone di considerare, nelle politiche pubbliche, non solo l’impatto ambientale e sociale attuale, ma anche gli effetti sulle generazioni future, come previsto dagli articoli 9 e 41 della Costituzione.
È un cambio culturale che supera la logica del “qui e ora” e riconosce la sostenibilità come un impegno verso chi verrà dopo di noi.

Una visione che trova spazio anche nella riflessione di Carola Carazzone (ASSIFERO) sull’economia filantropica: la filantropia come infrastruttura di lungo periodo, capace di investire in capitale umano, comunità e territori con orizzonti estesi, contribuendo a costruire quella continuità che le fluttuazioni normative non riescono sempre a garantire.

Ed è proprio in questa convergenza – tra responsabilità intergenerazionale, filantropia civica e competenze interne – che il Terzo Settore può procedere con la sua missione.
L’economia sociale non ha mai trattato la sostenibilità come un vincolo formale, ma come una responsabilità verso il territorio, le comunità e le generazioni future.
Per questo, mentre l’Europa ridefinisce la propria architettura normativa, gli ETS e il mondo del non profit hanno l’opportunità di consolidarsi come garanti di continuità e presidio di bene comune, capaci di tenere insieme impatto presente e futuro.

In questo contesto emerge una figura cruciale: il CFO del Terzo Settore.
Una figura che non è “chi fa i conti”, ma chi custodisce la visione finanziaria dell’impatto, chi traduce valori in decisioni operative, chi permette a un’organizzazione di stare dentro la complessità con lucidità, rigore e intelligenza strategica.

Grazie a percorsi come FQTS e alle reti di apprendimento promosse dal Forum del Terzo Settore, questa professionalità non cresce in solitudine: cresce in squadra, in rete, in un ecosistema che investe nel capitale umano, grazie al contributo di Fondazione per il Sud, come leva di stabilità e di innovazione sociale.

Classe 2025 CFO (responsabile finanziario) per le RETI DI TERZO SETTORE

RUDI oggi rafforza questa direzione grazie al completamento, da parte di Julia Hoffmann, di un percorso specifico e altamente specialistico dedicato alla gestione finanziaria, al credito e al rapporto con il sistema bancario, con focus particolare su ETS, imprese culturali, imprese sociali e reti cooperative. Una formazione che si innesta nella visione RUDI: accompagnare gli enti a progettare il cambiamento in modo credibile, trasparente e sostenibile.

Perché un CFO è cruciale negli ETS contemporanei

Che cosa significa CFO? L’acronimo CFO sta per Chief Financial Officer: la figura responsabile della gestione finanziaria strategica di un’organizzazione.
Negli Enti del Terzo Settore questo ruolo assume un peso ancora maggiore, perché richiede di unire competenze amministrative, manageriali, strategiche, di governo e di sostenibilità, in un contesto complesso fatto di risorse ibride, regole specifiche e relazioni con diversi stakeholder.

Funzioni e competenze centrali del CFO negli ETS

L’esperienza maturata nel percorso di formazione con i docenti: Francesco Abbà, Giuseppe di Francesco e Roberta Costa, mostra con chiarezza che un CFO, oggi, deve saper tenere insieme tre piani:

PRIMO: Gestione finanziaria e pianificazione

Il CFO presidia budget, forecast, liquidità e scenari, costruendo una visione economica che non guarda solo all’anno in corso, ma ai cicli di medio periodo.
La pianificazione, per essere tale, deve includere temporalità, sostenibilità e capacità di previsione, soprattutto in presenza di bandi, cofinanziamenti e fondi a rimborso.

SECONDO: Governance, rischi e sostenibilità

Il CFO diventa garante della qualità della governance: integra i criteri ESG, contribuisce ai processi di rendicontazione, migliora trasparenza e accountability, dialoga con il sistema bancario e comprende i criteri introdotti dalle LOM (Linee Guida sul Credito 2020). È la figura che traduce la strategia in scelte concrete, sostenibili e misurabili.

TERZO: Conoscenza degli strumenti finanziari dedicati

Un CFO negli ETS deve saper usare strumenti come mutui, affidamenti, leasing, garanzie, fondi rotativi ed equity sociale (FSVGDA, Impact4Coop, Sefea Impact). Questa conoscenza amplia la capacità dell’ente di crescere, investire e strutturarsi.

E il fundraising? Il tassello che completa il quadro

Senza costruire un trattato, basta dirlo con chiarezza:
un CFO negli ETS deve capire il fundraising.

Non per farlo direttamente, ma per: valutarne la sostenibilità economica, integrare le entrate del fundraising dentro la programmazione, leggere contratti, tempistiche e obblighi dei bandi, collaborare con fundraiser e direzioni strategiche per evitare squilibri e sorprese.

In molti ETS il fundraising garantisce continuità ai progetti: il CFO è la figura che permette di non dipendere mai da una sola fonte di finanziamento, mantenendo visione, equilibrio e lungimiranza.

Il punto di svolta: il dialogo con il sistema bancario

Gli enti vivono spesso un paradosso: hanno valore sociale enorme, ma non sempre riescono a dimostrarne l’affidabilità finanziaria. Le nuove Linee Guida europee (LOM) spostano l’attenzione dalle garanzie reali ai piani prospettici credibili e documentati: “La banca valuta il merito creditizio sulla base dei piani prospettici e non più sulle garanzie prestate.” Servono quindi CFO capaci di: tradurre la missione in numeri. pianificare fabbisogni (cosa, quanto, quando, perché), presentare piani di investimento sostenibili, costruire relazione fiduciaria con gli istituti.

Un lavoro di architettura invisibile della sostenibilità

Guardando da vicino il lavoro dei CFO nel Terzo Settore, emerge una verità semplice: questa figura è l’architettura invisibile che permette agli enti di crescere senza perdere stabilità. Non è un ruolo tecnico isolato, ma un punto di connessione tra missione, numeri, strategie, donatori, banche, comunità e futuro.

In un ecosistema in cui risorse pubbliche, private, filantropiche e comunitarie convivono – spesso con tempi, regole e logiche molto diverse tra loro – il CFO è la persona che traduce la complessità in scelte possibili. È il presidio che permette a un ETS di svilupparsi senza rischiare, di innovare senza inciampare, di aprire relazioni senza perdere equilibrio.

E soprattutto, è la figura che ricorda a tutti che la sostenibilità non è solo economica: è anche strategica, organizzativa, sociale.
Per questo il CFO deve conoscere il fundraising, la normativa, gli strumenti finanziari, gli SDGs, il linguaggio del credito e quello dell’impatto. Una competenza ibrida, certo, ma necessaria.

Gli ETS di oggi – e quelli che immaginano il domani – hanno bisogno di questa professionalità: qualcuno che sappia leggere il presente, ma soprattutto preparare il terreno al futuro.
Un futuro che non si improvvisa, si pianifica.

E il CFO, oggi, è la figura in grado di affrontare il massiccio cambio generazionale che il Terzo Settore sta affrontando e con le dovute competenze finanziarie rende tutto questo possibile.

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