Un invito speciale da papà Vito per conoscere finalmente il Forno di Vincenzo.
“…squarciandomi i sogni, verso itinerari ingoti o fissi, senza origine né fine, su tracce modellate o da scoprire lungo un percorso ignoto…”
Cit Mario Antemucci (Campobasso) da concorso di poesia Eboli.
Un viaggio da Salerno a Eboli in pullman, in una giornata coperta. Arrivare a Eboli è stato come passare le dita su una cicatrice invadente, squarci su corpi ricuciti d’urgenza. Un territorio pieno di architetture ingombranti e spoglie, necessarie? Forse. E forse proprio no.
L’accoglienza della Comunità di Eboli è stata inizialmente molto timida e poi, grazie a una specialissima guida, il papà di Vincenzo, a mano a mano sempre più calorosa e corale. Una vera emozione da portarsi a casa e verso altri orizzonti.
Il forno come presidio di lavoro e dignità
L’obiettivo era conoscere Vincenzo di persona e conoscere il suo forno. Era da tempo che questo invito ci aspettava e, quando finalmente lo abbiamo raccolto, si è aperta molto più di una semplice visita. È stata una scoperta incredibilmente stratificata, piena di intrecci, di persone speciali, di gesti di cura, di lavoro e di prossimità.
Ma già dire così è poco. Perché il Forno di Vincenzo non è soltanto un forno. È un presidio. È un luogo in cui il lavoro prende la forma della dignità, dell’autonomia, dell’apprendimento, della responsabilità. È un luogo in cui il pane non è solo pane: è mestiere, relazione, qualità, passione per le materie prime, possibilità concreta di stare nel mondo con un ruolo riconosciuto.
Vincenzo mi mostra il suo forno con quella cura calma di chi non sta solo spiegando un mestiere, ma facendo entrare qualcuno dentro un mondo. Mi racconta le farine, il loro carattere, il rispetto per la materia prima, l’attenzione al processo, del “come fare l’impasto e gestire la lievitazione. Vincenzo lavora con farine provenienti da Reti Semi Rurali, dentro una visione che tiene insieme pane, biodiversità, filiera e territorio. E nel suo racconto, integrato con l’aiuto di papà Vito, si capisce bene che qui il pane non è mai solo un prodotto: è cultura materiale, è abilitazione al lavoro, è una forma di vita buona costruita giorno per giorno.


Il Forno di Vincenzo, Vito, Vincenzo e Julia
Entrare a Eboli attraverso i suoi legami
Quello che colpisce subito, però, è anche un altro aspetto: Vincenzo, quando parla delle persone che lo circondano, le chiama amici, persone molto speciali, persone belle dentro, quelle persone molto brave nel loro mestiere, come lui. In questo suo modo di raccontare il mondo si sente già una saggezza profonda. Non c’è compiacimento. Non c’è retorica. C’è il riconoscimento degli altri, delle loro competenze, del loro valore umano. E forse è proprio per questo che la sua presenza contagia chi gli sta attorno.
Il lavoro, qui, sembra avere una funzione che va ben oltre l’occupazione. Abilita. Dà forma. Porta fuori da percorsi che rischierebbero di restare confinati dentro la sola dimensione della cura clinica o farmacologica. Senza negare la complessità, ma aprendola. Restituendo ritmo, responsabilità, orgoglio, appartenenza. In questo senso il forno è anche il frutto di un gesto d’amore profondissimo di un padre verso il proprio figlio: la volontà di costruire per lui una vita piena, non protetta in modo sterile ma resa abitabile, adulta, riconosciuta. E qui il tema del “Dopo di Noi” affiora con forza, non come formula burocratica, ma come progetto d’amore, di vita, che si allarga alla comunità.
Dal forno, con Vito che ci fa da guida, entriamo nei vicoli di Eboli. Una cittadina che disorienta, non perché ci si perda, ma perché sembra chiedere di essere attraversata non in linea retta ma per soglie, deviazioni, memorie, incontri. C’è il racconto delle cinque porte, della Piazza della Dogana, del castello. Eboli porta addosso le ferite della guerra, dei bombardamenti, della ricostruzione, del terremoto. Eppure sotto questa pelle ruvida come le grotte, quasi scomposta, continua a vivere una trama fitta di relazioni e di presìdi.


Lo scorcio più bello di Eboli e alcuni abitanti di fronte al Gattapone
Gesti di cura, memoria e comunità
Dopo il castello arriviamo alla Gattapone APS, dove incontriamo i gatti protagonisti dello spazio di Francesca Spera. Qui si percepisce subito una forma di energia importante: il tentativo di tenere vivo il centro storico attraverso eventi, incontro, socialità, divulgazione. Non attività ornamentali, ma gesti concreti di manutenzione del legame sociale. È lì che incontriamo anche Umberto Mollica con la sua Associazione Ermice, intitolata al laghetto dove d’estate a Eboli si va a fare il bagno. Anche in questo caso il gesto è semplice e fortissimo: organizzare percorsi di cammino nelle zone interne, riportare le persone a riscoprire luoghi antichi, rimettere in circolo memoria, paesaggio e appartenenza. Come se anche il territorio avesse bisogno di essere nuovamente attraversato per tornare davvero vivo.
Sempre dentro questa trama incontriamo Costantino Vacca de Dominici di famiglia “nobile”, che ci apre la sua casa e ci accompagna nel suo giardino pieno di limoni. Un giardino sopravvissuto, antico, quasi all’inglese, con al centro del palazzo il pozzo che nel Settecento restava a disposizione della cittadinanza, con il portone aperto dalla mattina alla sera. Un’immagine fortissima: l’acqua condivisa, la casa nobile come soglia e non come recinto. Persino nello stemma della famiglia quel pozzo è rimasto inciso. E poi il racconto si alleggerisce, quasi sorride, quando il conte confessa che da bambino pensava che quel pozzo fosse un gabinetto. È in questi dettagli che la storia torna viva, respirabile, raccontabile.


Costantino Vacca de Dominici e Papà Vito
Con lui riaffiorano anche vicende straordinarie della memoria ebolitana, come quella di Roberto Novella da Eboli, francescano, prima prigioniero dei turchi, poi legato alle vicende di Malta, e infine vittima dell’Inquisizione. Una figura che sembra uscita da un romanzo mediterraneo e che ricorda quanto Eboli, dietro l’apparenza marginale, sia stata in realtà attraversata dalla grande storia, dalle rotte, dai conflitti, dalla fede e dalle sue contraddizioni.
Tra le pieghe di questa stessa memoria affiorano anche figure come Pietro da Eboli, poeta medievale legato alla corte sveva,Matteo Ripa, missionario e fondatore del Collegio dei Cinesi di Napoli, da cui sarebbe nata l’attuale Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, la più antica scuola di sinologia e orientalistica d’Europa, e Gaetano Genovese, architetto di primo piano del Regno borbonico. Nomi diversi tra loro, ma tutti capaci di ricordare che Eboli, dietro la sua apparente marginalità, è stata anche luogo di intelligenza, visione e attraversamento della storia grande.
Proseguendo il cammino arriviamo a Il Saggio, Centro Culturale Studi Storici di Eboli, dove incontriamo Giuseppe Barra. Anche questo è un passaggio importante, perché mostra come in questa città non ci siano solo attività necessarie alla vita quotidiana, ma anche luoghi che tengono aperto lo spazio della parola, della memoria, della ricerca, della poesia. Editori, organizzatori di un festival di poesia da moltissimi anni, custodi di una produzione culturale che non è accessoria ma strutturale. Senza cultura un territorio sopravvive; con la cultura può ancora immaginarsi.


Giuseppe Barra
Cucina, ritorni e relazioni che diventano futuro
E poi ci sono le cucine. I ritorni. Le relazioni che prendono forma.
Andrea Nanna, cuoco di altissimo livello, dopo anni di lavoro all’estero è tornato a casa e ha deciso di investire qui in un ristorante tutto suo le Cantina Segreta. Anche questa non è una nota laterale, ma un segnale importante: i territori interni o feriti tornano vivi quando qualcuno sceglie di restare o di tornare, di mettere competenza e desiderio dentro un luogo che altrimenti rischia di perdere energie, giovani, futuro. E in questo racconto affiora anche un’altra forma di amore concreto: ci sono vite che si strutturano, relazioni che diventano progetto, persone che immaginano futuro.

Andrea Nanna e Vincenzo
La giornata si chiude da Carmelo Vignes, nel suo ristorante Vico Rua, nel quartiere spagnolo di Eboli. Carmelo e Vincenzo, amici panificatori, parlano sognanti di tradizioni culinarie, di ricette, di pane e di territori. A tavola emerge anche una memoria preziosa: circa dieci anni fa Vincenzo aveva iniziato proprio lì a fare il pane. E la scena più bella è forse una battuta che vale molto più di una battuta: Vincenzo dice che il suo pane è più buono di quello di Carmelo. Carmelo ride. Ma dentro quella risata c’è il riconoscimento pieno di un percorso. C’è il passaggio da apprendista a uomo del proprio mestiere.
Nello stesso scambio emergono anche l’amore per le materie prime e la cura per le tradizioni locali, come nel racconto dei carciofi cincerina tra Auletta, Pertosa e la Valle del Diano, con il pane tostato di Vincenzo. Il cibo, qui, non è folklore. È narrazione concreta del territorio, delle sue filiere, della sua memoria, della sua capacità di tenere insieme gusto, lavoro e identità.


Carmelo Vignes e Vincenzo
A poco a poco, allora, il senso di questa passeggiata diventa più chiaro. Non è stata una visita a una singola realtà virtuosa. È stata l’attraversamento di una rete già viva. Un sistema di economie di CoUmanità, cit. Salvatore Iliano fatto di forno, associazioni, cultura, cammini, giardini, cucine, legami, ritorni, possibilità. E dentro questa rete il lavoro del Forno di Vincenzo assume un valore ancora più forte, perché non resta isolato: dialoga con il territorio, con le cooperative, con i percorsi di inclusione lavorativa, con chi prova a togliere persone da situazioni di esclusione, marginalità e sfruttamento.
Un modello possibile di economia sociale
L’ODV del Forno di Vincenzo sta infatti costruendo una rete solida con cooperative del territorio per l’inserimento lavorativo. Hanno già fatto esperienza anche con ragazzi in libertà condizionata, in praticantato, e si muovono dentro una visione che non separa il pane dalla vita, il lavoro dalla cura, l’inclusione dalla qualità, la fragilità dalla competenza. È questo che fa la differenza.
Per questo il progetto che Vito e Vincenzo Bardascino coltivano oggi — ristrutturare un appartamento che possa accogliere persone e dare loro dignità e autonomia abitativa — non appare come un elemento aggiuntivo, ma come lo sviluppo naturale di tutto il resto. Il forno, il lavoro, la rete, la casa: tutto va nella stessa direzione. Costruire una Eboli di tutti e per tutti. Far rivivere il centro storico non solo come scenario, ma come luogo in cui l’inclusione diventa quotidiana, abitabile, generativa.
Ed è qui che il richiamo a Carlo Levi torna con forza. Cristo si è fermato a Eboli è rimasto nell’immaginario come un titolo potentissimo, quasi una soglia dell’abbandono, del margine, dell’arresto. Ma attraversando Eboli oggi viene da pensare che proprio qui, dove tutto sembrava essersi fermato, qualcosa provi invece a risorgere. Non in modo trionfale. Non per miracolo. Ma attraverso gesti concreti di economia sociale: il pane, il lavoro, la cultura, la casa, i sentieri, la cucina, le relazioni, l’amore.
Per RUDI, esperienze come questa mostrano con chiarezza quanto i processi di rigenerazione urbana e sociale abbiano bisogno di essere letti e accompagnati non solo come storie belle, ma come modelli emergenti. Modelli che tengono insieme filiera, lavoro, cura, abitare, comunità, alleanze e possibilità di investimento sociale. È in questi spazi che può prendere forma una consulenza strategica capace di leggere il territorio, valorizzare le infrastrutture relazionali esistenti, attrarre attenzione filantropica e trasformare esperienze già vive in traiettorie più solide, riconoscibili e replicabili.
Il Forno di Vincenzo è una di queste esperienze.
E forse, oggi, raccontarlo significa anche questo: riconoscere che in certi luoghi il futuro non arriva da fuori come una soluzione calata dall’alto, ma cresce già dentro i gesti minuti di chi impasta, accompagna, apre, accoglie e resta.
Tra memoria e riconoscimento: Eboli, il Forno di Vincenzo e i legami che generano futuro


Itadakimasu: il riconoscimento dell’Università L’Orientale al Forno di Vincenzo
Domenica 26 aprile, in una bellissima giornata vissuta in comunità con la comunità del Centro Antico di Eboli, si è intrecciato anche un momento particolarmente significativo di riconoscimento: il dono ricevuto dall’Università di Napoli L’Orientale, segno concreto di una relazione preziosa e di una stima che lega il Forno di Vincenzo a una storia culturale più ampia. Itadakimasu — “ricevo con gratitudine” — diventa così non solo una formula evocativa, ma una nota perfetta per raccontare il senso di questo incontro, tra memoria, riconoscimento e comunità.
Il valore sociale del fare pane
Esperienze come quella del Forno di Vincenzo stanno attirando attenzione anche in ambito di ricerca. Nella rivista IRS Aktuell (aprile 2026), Federica Ammaturo, con la collaborazione di Felix Müller, colloca il forno dentro una riflessione più ampia sulle innovazioni sociali nelle aree rurali, mostrando come lavoro, filiera, comunità e riconoscimento possano generare valore ben oltre il solo esito economico.

Il contesto comunitario del Forno di Vincenzo
Per leggere meglio il valore comunitario di questa esperienza, può essere utile ricordare che Eboli conta 38.875 residenti, di cui 6.441 stranieri pari al 17% della popolazione totale. Nel Centro Antico, dove si colloca il Forno di Vincenzo, vivono 1.858 persone, di cui 587 straniere, pari al 31%. Nel territorio comunale sono inoltre censiti 338 esercizi di ristorazione. In questo quadro, un forno può essere letto non solo come attività economica, ma come presidio di prossimità dentro una trama urbana, sociale e relazionale particolarmente densa.
Comune di Eboli, Sviluppo Economico – Patrimonio. Analisi statistica attività produttive e popolazione straniera, luglio 2025.
Il progetto di vita. Tutto quello che c’è da sapere sulla riforma della disabilità e sul decreto 62/2024, a cura di Gianfranco de Robertis.