Da dove iniziamo? Una professione che cerca casa, parola, visione e sopratutto maggior impatto sociale.

Una riflessione a distanza sul Festival del Fundraising 2025 e su ciò che resta: valori, domande buone, e una comunità che si interroga per evolvere davvero.

1. Un programma che racconta una professione in trasformazione
Dalle strategie per l’Intelligenza Artificiale nella donor experience alle pratiche emergenti del corporate e community fundraising, il Festival ha messo al centro l’evoluzione etica e tecnica del nostro lavoro. Titoli come “Oltre la C di Corporate”, “Il fundraising che non c’è”, “La passione non ti paga le bollette” o “Valutazione d’impatto e bilancio sociale” mostrano una tensione verso una professione sempre più consapevole, trasparente, multidisciplinare.

2. Un luogo che è anche rito di passaggio e appartenenza
Con la presenza di Seth Godin, Vera Gheno, la consegna del Premio Bonacina e l’assegnazione del titolo di Fundraiser dell’anno, il Festival non è stato solo un evento formativo, ma anche un’occasione pubblica per riconoscere, celebrare e interrogare la nostra identità collettiva. La varietà dei formati — plenarie, workshop esperienziali, laboratori, momenti conviviali — ha restituito una comunità viva, capace di mettersi in discussione e creare ponti generazionali.

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Oggi come ieri … Da dove ricominciare?

Al Festival del Fundraising si arriva con delle domande.
Ci si incontra, si intrecciano storie, si respira aria di cambiamento.

Che questo sia — davvero — un luogo comune, ma nel senso più alto del termine:
un posto dove il lavoro negli Enti Non Profit e nel Terzo Settore trovi casa, dignità, respiro.

Un luogo in cui le competenze tecniche vadano a braccetto con la visione?
Dove la professione non venga definita solo da ciò che sappiamo fare, ma da ciò in cui crediamo?

Perché non c’è progettazione, raccolta fondi, valutazione, rendicontazione,
che non sia anche una scelta di campo.

Ciò che serve oggi non è solo più competenza,
ma più spazio per i valori.
Quelli che non si misurano in budget, ma in capacità di costruire legami.
Quelli che fanno respirare il mondo, e che non si insegnano in un manuale:
cura, giustizia, coerenza, inclusione, fiducia, attenzione.

È da qui che si può cominciare a ricostruire.
Non muri né confini tra categorie, ma ponti e domande buone.
Anche tra colleghi. Anche tra esperti.
Anche dentro questa comunità professionale, che ha tanto da dare se sa camminare unita.

In un cassetto, in molti hanno custodito — forse senza saperlo —
le stesse domande antiche che abbiamo voluto ri-portare a galla.
Quelle che sembravano ingenue. Quelle che prima facevano paura. Quelle che prima del Covid nessuno osava porre in pubblico.

Oggi possiamo guardarle in faccia e dirci, con coraggio: Da dove iniziamo?

Domande che restano. Risposte che valgono.

Il peggior appuntamento a cui sono andata?
Quando ho incontrato un cliente che parlava di sviluppo senza mai dire la parola vita.

Una volta in cui mi sono sentita al settimo cielo?
Quando ho dato un contatto ad un collega e, mesi dopo, un ente che non conoscevamo ci ha contattati, senza che nessuno li conoscesse.

La mia paura più grande?
Che ci dimentichiamo di includere chi non parla la nostra lingua.
E non parlo solo della lingua italiana.
Parlo delle emozioni semplici. Delle vite ai margini. Della terra.

Non ho detto a nessuno la mia opinione su…
Il modo in cui si usa la parola progetto. A volte sembra che serva a ottenere fondi.
Ma un vero progetto serve a prendersi cura.

Un desiderio che vorrei chiedere al genio della lampada?
Che ogni volta che qualcuno si prende cura di un’altra persona, o di una foglia, o di un pezzo di città, si accenda una luce.
Per vederle tutte. (non è mia/nostra ma l’abbiamo letta sui social :-D)

Siamo fieri di aver difeso…
La nostra capacità di dire “non so”.
Perché è da lì che inizia ogni dialogo vero.

Una cosa sottovalutata?
La capacità di ascoltare senza voler risolvere.

Un odore che mi riempie di ricordi?
Quello della carta, quando sfoglio un vecchio libro che racconta storie di persone che hanno cambiato il mondo in silenzio.

Che cosa potrà restituire questa edizione del Festival

Anche da lontano, osservare il Festival del Fundraising 2025 permette di cogliere due segnali forti oltre all’indiscussa potenza di Networking del Festival in quanto luogo di raccolta di professionisti chiaramente.

Una professione che evolve tra competenza e consapevolezza.
Il programma ha offerto spunti che parlano chiaro: l’etica del fundraising si sta aggiornando insieme ai suoi strumenti.
Si sta parlando di donor experience potenziata con l’IA, modelli di coinvolgimento come Netflix e Spotify, ma anche di valutazione d’impatto, volontariato come leva narrativa, e strategie di fundraising culturale basate sui dati.
Il settore guarda avanti e si guarda intorno (sempre molti ospiti internazionali), cercando radici solide.

Una comunità che si riconosce e si mette in discussione
Con relatori come Seth Godin, Vera Gheno, e la consegna dei riconoscimenti ai fundraiser dell’anno, il Festival si conferma come un rito collettivo di appartenenza e rilancio.
Non è solo un evento formativo, ma uno spazio per dire: ci siamo, e possiamo essere migliori — insieme.

Per concludere, anche da lontano

Il Festival del Fundraising 2025 sembra restituirci, sempre di più, un ecosistema professionale in grande fermento sul piano degli strumenti, delle tecniche e delle competenze operative. È il segno di un settore che ha saputo professionalizzarsi, aggiornarsi, e aprirsi alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, della digitalizzazione e della comunicazione multicanale

(Certo … serve però un’altrettanto fondamentale riconoscimento …a livello istituzionale di tale professione.)

Eppure proprio questa effervescenza operativa a nostro avviso rischia di oscurare un punto di fondo: lo sviluppo sostenibile e l’Agenda 2030 sembrano progressivamente scivolare fuori dalla cornice del dibattito strategico del fundraising.

Dai racconti e da quello che abbiamo visto dai sociale sono stati presidiati alcuni valori generali — l’inclusione, il bene comune, il rispetto per la persona — che si esprimono in gesti concreti e talvolta simbolici (come l’attenzione ai bagni inclusivi, l’uso del bicchiere d’acqua, ..), ma che non sono accompagnati da una piena “metabolizzazione” del quadro di governance sistemica che l’Agenda 2030 richiederebbe.

⚠ Il rischio? Che la sostenibilità diventi un tema estetico, un tono di sottofondo rassicurante ma non sfidante.
⚠ La sfida? Riportare il tema dell’impatto (eco)sistemico ed al centro delle agende professionali, non solo come “compliance”, ma come capacità di leggere e trasformare i modelli di sviluppo del Terzo Settore, delle PA e degli investitori sociali.

Su questo crinale si colloca il lavoro che, come RUDI e su molti tavoli di lavoro con le isituzioni, ci impegniamo a portare avanti ogni giorno: integrare la dimensione valutativa, gli indicatori SDG e la cultura della misurazione d’impatto per accompagnare gli enti non solo a raccogliere risorse, ma a generare cambiamenti misurabili, duraturi e trasparenti.

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