Ci sono pubblicazioni che informano. E poi ci sono pubblicazioni che innescano altre domande, altre letture, altri pezzi di realtà che improvvisamente diventano visibili.
In questi giorni mi è successo così: il Rapporto Oxfam “Nel baratro della disuguaglianza” (Davos 2026) è stato la lente grandangolare; lo speciale di VITA “Sempre più ricchi e sempre più poveri?” è diventato lo zoom, il viaggio dentro le città, dentro i quartieri, dentro le biografie. Una muove l’altra: dal macro al micro, e poi di nuovo dal micro al macro—perché i territori non sono “l’effetto collaterale” delle disuguaglianze, sono il luogo dove le disuguaglianze si materializzano (e quindi dove possono essere contrastate).
La lente grandangolare: quando la ricchezza diventa potere (e il potere riscrive le regole)
Il Rapporto Oxfam apre con dati che fanno venire voglia di controllare due volte se si è letto bene: negli ultimi anni la ricchezza al vertice cresce con velocità impressionante e la concentrazione diventa potere politico, cioè capacità di orientare regole, priorità pubbliche, immaginario collettivo. In sintesi: non è solo una questione “di soldi”, ma di democrazia.
Tra i passaggi più duri (e più utili per chi lavora su policy e sistemi territoriali) c’è l’idea del “circolo vizioso”: ricchezza estrema → influenza indebita → tutela di privilegi → compressione di diritti.
E quando i diritti si comprimono, il territorio non “tiene”: aumentano fratture, sfiducia, paure, conflitti sociali.
Qui la domanda operativa è inevitabile: se le disuguaglianze sono frutto di scelte politiche e istituzionali, quali scelte territoriali possono ridurre—o almeno non amplificare—quelle fratture?
Lo zoom: le disuguaglianze hanno un CAP (e spesso anche una fermata dell’autobus)
Ed ecco perché la seconda pubblicazione è la “mossa” successiva perfetta: lo speciale di VITA porta la questione a terra, con un assunto che dovrebbe essere stampato sui muri dei tavoli di programmazione pubblica:
le condizioni di vita dipendono sempre di più da ciò che si eredita più che da ciò che si guadagna col lavoro, e questa tendenza deprime anche la capacità di innovazione sociale ed economica.
VITA sceglie una strada concreta: raccontare la frattura attraversando Roma, Milano, Napoli, Torino. Non come cartoline, ma come sistemi urbani dove indicatori e vite si incastrano.
- Roma come “città di cristallo”: brillante e fragile, con disuguaglianze che corrono dal centro alle periferie (e che non risparmiano nemmeno il centro).
- Milano dove emergono meccanismi di esclusione “silenziosi”, ad esempio quando la scuola smette di essere spazio di ricombinazione sociale e diventa (di fatto) un dispositivo di separazione.
- Napoli come capitale di contrasti, dove la turistificazione può espellere abitanti e produrre nuove vulnerabilità, e dove le disuguaglianze non sono solo economiche.
- Torino con una narrazione che mostra come perfino il linguaggio (musica, quartiere, identità) diventi cartografia sociale delle opportunità—o della loro assenza.
Il punto non è “le città sono diverse”. Il punto è che le disuguaglianze non sono astratte: hanno geografia, tempi di percorrenza, accesso ai servizi, qualità del lavoro, densità relazionale, e perfino immaginazione disponibile.

La cerniera tra le due letture: la disuguaglianza non è inevitabile, ma è sistemica
Letta insieme, la coppia Oxfam + VITA dice una cosa chiarissima:
- Oxfam mostra il motore sistemico (concentrazione, potere, erosione democratica).
- VITA mostra la trasmissione a terra (città, quartieri, scuola, casa, lavoro, salute, appartenenza).
E quindi il “ponte” logico è questo: contrastare le disuguaglianze richiede politiche e scelte macro, ma si gioca anche nella capacità dei territori di costruire infrastrutture sociali e alleanze che tengano insieme diritti, opportunità e cura.
Cosa significa per chi lavora nei territori (PA, ETS, imprese, fondazioni)
Se riprendo il filo del ragionamento che abbiamo usato nell’articolo sui territori, qui la domanda diventa ancora più tagliente: quali “soluzioni locali” hanno davvero la scala e la struttura per non essere solo cerotti?
Tre piste operative:
- Mappe + dati + ascolto: serve una cartografia integrata dei divari (reddito, accesso ai servizi, qualità del lavoro, dispersione scolastica, casa, mobilità), affiancata da ascolto profondo. Senza mappa, si finanziano “idee simpatiche” invece di riparare fratture reali. (VITA lo rende molto evidente con le “mappe” e i racconti di città).
- Infrastrutture di prossimità che ricuciono: welfare di comunità, presidi educativi, rigenerazione con inclusione, servizi che non umiliano e non selezionano “i più facili”. Qui il Terzo Settore non è un tappabuchi: è co-progettista e sensore sociale, se messo nelle condizioni.
- Governance che limita l’asimmetria di potere: la disuguaglianza non è solo “povertà”, è sbilanciamento di potere. Se non si presidiano trasparenza, partecipazione, accountability, il sistema tende a premiare chi è già avvantaggiato. Oxfam è brutalmente chiaro su questo nesso.
Perché questa coppia di pubblicazioni è utile (anche) a RUDI
Perché mette in fila due verità che spesso viaggiano separate:
- la disuguaglianza è sistemica (e quindi va letta con dati e strutture di potere);
- ma la disuguaglianza è anche territoriale e quotidiana (e quindi va affrontata con strumenti, alleanze e policy locali ben disegnate).
E questo, per chi lavora su sussidiarietà, programmazione, co-progettazione e impatto, è esattamente il punto: trasformare una diagnosi globale in architetture locali di cambiamento—misurabili, finanziabili, replicabili.

Nota operativa: quando la disuguaglianza “ha un indirizzo” (e quindi diventa governabile)
A rendere ancora più concreta questa lettura tra scala globale e scala urbana arriva un tassello prezioso: l’ISTAT ha pubblicato i primi risultati dell’Indice di Disagio socio-economico di individui e famiglie a livello sub-comunale (IDISE), anno 2021, con dati disponibili (in questa prima fase) per 25 comuni tra cui Bologna, Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova e altri.
La novità non è solo “avere un indicatore in più”. La novità è la granularità: l’IDISE consente di individuare le aree più critiche all’interno delle città, andando sotto il livello del quartiere. È un indice composito costruito combinando nove indicatori legati a dimensioni economiche, lavorative, sociali ed educative; e usa una base di riferimento comunale (valore medio fissato a 100) che permette di leggere gli scostamenti interni alla città.
Questo passaggio è stato ben colto anche da Davide Agazzi, che in un post LinkedIn lo definisce “una lente d’ingrandimento” utile per orientare meglio gli sforzi di soggetti pubblici e privati: in altre parole, aiuta a rompere la trappola delle medie e a progettare interventi più mirati.
Vale però anche una cautela “da policy nerd”: proprio perché queste mappe sono potenti, vanno usate con responsabilità per evitare effetti perversi (ad esempio il labeling di alcune zone o letture troppo semplificate), e ricordando che l’indice nasce per confronti intra-comunali più che tra città diverse.
In sintesi: Oxfam ci dice perché la disuguaglianza cresce e si consolida; VITA ci mostra come si manifesta nelle città; ISTAT ci mette in mano uno strumento per decidere dove intervenire, con maggiore precisione e accountability.