Dall’immaginario al sistema: economia civile, economia sociale e le infrastrutture del bene comune

Intervista a Paolo Venturi di Julia Hoffmann

Il Prof. Paolo Venturi è direttore di AICCON Research Center, docente di imprenditorialità e innovazione sociale presso l’Università di Bologna, componente di gruppi di lavoro ministeriali sul Terzo Settore e sul Piano Italiano per l’Economia Sociale, oltre che autore e advisor scientifico su economia sociale, innovazione e sviluppo territoriale.

Ci sono parole che usiamo sempre più spesso — economia sociale, impatto, comunità, missione, sviluppo — ma che rischiano di perdere forza proprio mentre sembrano diventare centrali. Entrano nei documenti, nei bandi, nelle strategie pubbliche, nelle presentazioni istituzionali. Però non sempre entrano davvero nel modo in cui pensiamo la creazione di valore, la distribuzione del potere decisionale e il ruolo dei territori.

È qui che il pensiero del Prof. Paolo Venturi aiuta a rimettere ordine. Non perché semplifichi il reale, ma perché costringe a distinguere. A capire, per esempio, che economia civile ed economia sociale non sono sinonimi; che la trasformazione non nasce automaticamente dalle norme; che non basta moltiplicare i progetti se manca una regia di sistema; che la misurazione, se non cambia i comportamenti, resta solo compilazione travestita da apprendimento. Le sue risposte aiutano anche a leggere in modo più nitido il presente: le comunità energetiche, il social procurement, il ruolo del Terzo Settore, la sfida di diventare co-autori dello sviluppo e non semplici esecutori o rendicontatori.

La conversazione con Paolo Venturi si colloca dentro un percorso di ricerca e maturazione che, nel tempo, ha trovato sponde importanti anche nei contesti formativi e di confronto dell’Università di Bologna, di FQTS e delle Giornate di Bertinoro.

Le sue risposte aiutano anche a leggere in modo più nitido il presente e ne nasce una conversazione utile non solo per chi studia questi temi, ma per chi li abita ogni giorno: pubbliche amministrazioni, enti del Terzo Settore, fondazioni, imprese orientate all’impatto, professionisti e comunità che cercano di non separare più economico e sociale nella pratica.

Ecco l’intervista.

In una frase: che differenza c’è tra economia civile ed economia sociale, e perché oggi è cruciale non confonderle?

Prof. Paolo Venturi:
L’economia civile è un paradigma, cioè un modo di concepire la creazione del valore fondato sul mutuo vantaggio, dove la reciprocità è principio ordinante accanto allo scambio di equivalenti e alla redistribuzione. L’economia sociale, invece, è l’insieme dei soggetti — cooperative, imprese sociali, Terzo Settore e altri attori — che incarnano concretamente quella visione, pur non essendone gli unici interpreti. Confonderle significa o ridurre la prima a un catalogo di forme giuridiche, o gonfiare la seconda fino a trasformarla in uno slogan privo di soggetti reali. Il paradigma senza soggetti resta filosofia; i soggetti senza paradigma rischiano l’isomorfismo con il mercato dominante.

Lei descrive l’economia sociale come un immaginario che non separa economico e sociale. Dov’è che oggi li separiamo in modo più dannoso?


Il punto di rottura più costoso è nella governance dello sviluppo territoriale: quando le strategie di investimento, i piani urbani e le politiche industriali vengono costruiti senza che i soggetti dell’economia sociale siano presenti come co-autori, e non come semplici beneficiari o esecutori. Quella separazione produce territori a due velocità: un’economia che cresce e una società che rattoppa i danni. Ma la separazione più silenziosa e pervasiva avviene nel linguaggio delle politiche pubbliche, quando il “sociale” diventa l’aggettivo di ciò che residua dopo che le decisioni economiche sono già state prese. Finché “politica economica” e “politica sociale” restano capitoli distinti nei documenti di programmazione, continueremo a produrre disuguaglianza strutturale, non correggibile con progetti compensativi.

Lei è netto: norme e definizioni non bastano. Allora che cosa fa scattare davvero la trasformazione in un territorio?


Non le norme, non le definizioni, pur necessarie. Quello che fa accadere qualcosa è la convergenza di tre fattori: un soggetto catalizzatore con capacità di visione e di rischio relazionale; un’istituzione pubblica disposta a cedere quote reali di co-decisione, non solo di consultazione; e un ecosistema abilitante fatto di fiducia sedimentata, linguaggi condivisi, memoria cooperativa. La trasformazione territoriale non è un evento, ma un processo di ridistribuzione del potere decisionale e di riconfigurazione delle relazioni tra chi produce, chi governa e chi abita. Quando questi tre fattori si allineano, la forma giuridica conta meno di quanto si pensi. Quando mancano, nessuna norma produce cambiamento reale.

Se dovesse spiegarlo a un sindaco o a una fondazione: “non vi serve un progetto in più, vi serve un sistema”, che cosa intende in concreto?


Significa passare da logiche di intervento episodico a logiche di infrastruttura. Un progetto ha un inizio, una fine, un rendiconto. Un sistema ha una governance stabile, produce apprendimento cumulativo, distribuisce potere. In concreto vuol dire costruire una regia condivisa tra amministrazione pubblica, economia sociale e imprese orientate all’impatto che non si dissolva alla fine del finanziamento; investire in luoghi fisici e digitali dove le comunità esercitano capacità produttiva autonoma, non solo ricevono servizi; disegnare meccanismi di acquisto pubblico che trasformino la spesa in leva di sviluppo. La differenza tra progetto e sistema non è di scala: è di chi tiene in mano il timone e di chi beneficia delle decisioni nel tempo.

Cosa significa passare da logiche “sector driven” a logiche “mission driven”? Qual è il segnale che una missione è vera e non uno slogan?


Una missione è vera quando è in grado di orientare le scelte difficili e attraversare la complessità. È vera quando costringe a rinunciare a qualcosa: a un contratto conveniente ma lontano dalla propria traiettoria, a una partnership che premia il volume e non il cambiamento, a un finanziamento che deforma l’identità organizzativa. La missione non è una dichiarazione di intenti: è una struttura causale verificabile ex post, nella coerenza tra governance, allocazione delle risorse e trasformazioni prodotte nel contesto. Un’organizzazione mission-driven non si chiede soltanto che cosa fa in più rispetto all’anno scorso; si chiede come devono cambiare le relazioni e gli scambi nel territorio in cui opera.

Sulle Comunità Energetiche Rinnovabili: l’infrastruttura è il pannello o la comunità dei coproduttori?


La comunità. Il pannello, senza la comunità, è un impianto con vantaggi fiscali. La comunità energetica, invece, introduce la logica della coproduzione e della redistribuzione dei benefici dentro un settore storicamente monopolistico e verticale. Se rispondiamo “la comunità”, cambia tutto: il modello di governance non è più proprietà individuale ma gestione collettiva; la metrica di successo non è solo l’energia prodotta, ma la riduzione della dipendenza energetica di famiglie vulnerabili, il radicamento di nuove relazioni di fiducia, la redistribuzione del surplus tra coproduttori. Il pannello è uno strumento. La comunità è il soggetto della trasformazione.

Nell’economia solidale: un GAS non vale solo per il risparmio, ma per la comunità che genera. Qual è un indicatore che usiamo troppo e uno che dovremmo imparare a vedere?


Usiamo troppo il risparmio individuale, perché è misurabile, immediato, comunicabile. Dovremmo invece imparare a vedere la trasformazione delle relazioni di scambio: chi compra da chi, con quali regole, con quale redistribuzione del valore lungo la filiera. Un gruppo di acquisto solidale che dopo cinque anni ha modificato i prezzi praticati dai produttori locali, ha ridotto l’intermediazione estrattiva, ha generato nuove forme di accordo tra consumatori e agricoltori, non ha semplicemente fatto risparmiare qualcuno: ha trasformato un pezzo di economia locale. L’indicatore che serve imparare a leggere non misura solo cosa è stato prodotto in più, ma come sono cambiati gli equilibri: chi ha più potere negoziale, chi partecipa alle decisioni, come si distribuisce il valore generato. In questo senso il valore è, profondamente, community building.

Tra le principali leve di policy — amministrazione condivisa, social procurement, finanza e filantropia, rigenerazione del patrimonio — da quale partirebbe oggi e con quale criterio?


Partirei dall’acquisto pubblico orientato all’impatto, ma a una condizione: che non venga ridotto a clausola sociale di facciata. Il criterio è la capacità moltiplicativa: quale leva, attivata oggi, genera il maggior numero di cambiamenti secondari? La spesa pubblica vale decine di miliardi ogni anno. Orientarne anche solo una quota verso criteri impact-oriented produce un segnale di mercato capace di ridisegnare gli incentivi per tutti gli operatori, incluso il settore privato tradizionale. La rigenerazione del patrimonio pubblico viene subito dopo, perché aggrega in un unico processo luoghi, comunità e nuove forme di governance.

Social procurement: come si fa a non ridurlo a clausole sociali di facciata e a farlo diventare una vera leva di sviluppo?


Ci sono tre condizioni non negoziabili. La prima: il criterio di impatto deve essere progettato dentro la gara, non aggiunto come requisito accessorio. La seconda: l’impatto deve essere verificato ex post con metodologie credibili, non auto-dichiarato. La terza, la più importante: il soggetto aggiudicatario deve essere valutato sulla capacità di generare cambiamento strutturale nel contesto, non sulla sola capacità di erogare il servizio al prezzo più basso. Ma prima di tutto c’è una condizione preliminare: la pubblica amministrazione deve sapere che cosa vuole trasformare, non solo che cosa vuole comprare. Senza una teoria del cambiamento esplicita da parte del committente pubblico, qualsiasi clausola resta cosmesi.

Lei osserva che siamo pieni di metriche, ma non è detto che ci sia cambiamento. Come distinguiamo una misurazione che trasforma da una misurazione che compila?


La misurazione che trasforma cambia il comportamento dell’organizzazione che misura, non solo quello del finanziatore che legge il report. Se la raccolta dati non produce apprendimento interno e revisione delle pratiche, allora siamo nella compilazione. Ma c’è un punto ancora più profondo: la misura dipende dall’oggetto che si vuole misurare. Se l’oggetto è una trasformazione sociale, gli indicatori devono leggere trasformazioni, non meri incrementi. Non basta chiedersi quante persone sono state raggiunte in più; bisogna capire come è cambiato il loro potere di agire, come si sono riconfigurate le relazioni tra i soggetti del territorio, come sono mutati gli scambi economici prima e dopo l’intervento. Leggere una trasformazione significa vedere chi ha più voce di prima, chi accede a risorse che prima non raggiungeva, come si è redistribuito il valore generato. Questo richiede indicatori socio-economici strutturali, non solo output di attività.

Il Terzo Settore rischia spesso di stare in fondo alla catena del valore, chiamato a eseguire e rendicontare. Che cosa serve per essere co-autori delle scelte e non solo fornitori di dati?


Serve la disponibilità a giocare una partita diversa da quella della sola gestione o della sola advocacy. Essere co-autori non significa semplicemente essere seduti al tavolo: significa portare al tavolo una propria visione dello sviluppo, fondata su dati propri, su alleanze inedite, su competenze ibride che combinano economia, tecnologia e cura. La sfida non è difendere uno spazio, ma proporre un modello alternativo di sviluppo e dimostrarne la convenienza collettiva con la stessa autorevolezza con cui altri propongono i propri. In questo senso serve coraggio, ma anche capacità di rendere visibili e pubbliche le virtù organizzative e territoriali.

Se questa visione deve essere davvero a portata di tutti: qual è un primo passo concreto che ciascuno può fare — cittadino, impresa, PA, ETS — per non separare più economico e sociale nella pratica?


Il primo passo è smettere di considerare il sociale come un’aggiunta correttiva a valle delle decisioni economiche. Per un cittadino significa scegliere e partecipare a pratiche che trasformano le relazioni di scambio, non solo i consumi. Per un’impresa significa interrogarsi su come redistribuisce valore e potere nella filiera. Per una pubblica amministrazione significa progettare la spesa a partire da ciò che vuole trasformare. Per un ente del Terzo Settore significa dotarsi di una visione di sviluppo leggibile, verificabile, capace di produrre alleanze e non solo progetti. È da qui che l’economia sociale smette di essere una nicchia o una nota a piè di pagina e diventa infrastruttura del bene comune. Questa impostazione attraversa l’intera intervista e ne costituisce, in fondo, il nucleo politico e operativo.

Le parole del Prof. Paolo Venturi ci ricordano che l’economia sociale non è un comparto da proteggere paternalisticamente, né una riserva morale da attivare quando il mercato e le istituzioni falliscono. È, piuttosto, uno dei luoghi in cui si gioca la qualità dello sviluppo: chi decide, chi beneficia, come si distribuisce il valore, quali infrastrutture sociali ed economiche rendono possibile un futuro condiviso. Ed è proprio per questo che la distinzione tra economia civile, economia sociale, missione, governance e misurazione non è un esercizio teorico: è il punto da cui ripartire per costruire territori meno fragili e più giusti.

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