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Dal progetto DO Impact una strategia transnazionale per aiutare il Terzo Settore a contare e raccontare i propri impatti sociali. Un percorso che unisce Italia, Lettonia, Spagna, Svezia e Lituania, dove la digitalizzazione si fa strumento di giustizia sociale, trasparenza e innovazione.
Il 7 e 8 aprile 2025, presso la sede torinese della Fondazione Cottino Social Impact, si sono svolte le prime due giornate del programma europeo DO Impact, acronimo di Digital and Data-Driven Opportunities to Strengthen the Social Economy Impact. Un progetto della durata di 24 mesi, lanciato nel settembre 2024 e cofinanziato dalla Commissione Europea attraverso EISMEA (SMP-COSME-2023-SEED-01), con un obiettivo preciso: rafforzare le capacità digitali e di gestione dati delle imprese sociali e degli enti del Terzo Settore, fornendo strumenti, competenze e reti.
A coordinare il progetto è la Fondazione Piemonte Innova, in collaborazione con Tiresia – Politecnico di Milano, Torino Social Impact, Diesis Network, Taula del Terzo Settore della Catalogna, il Cluster Digital de Catalunya, le associazioni di imprenditoria sociale di Lettonia e Lituania, e il partner svedese Coompanion Gothenburg. Un consorzio che riflette le anime molteplici dell’economia sociale europea e che punta a tradurre la transizione digitale in un’opportunità concreta per chi opera ogni giorno nell’impatto sociale.
Capacità digitali, ma radicate nei bisogni
Come ha chiarito Samuel Saccano (Fondazione Piemonte Innova), la digitalizzazione ha senso solo se parte dai bisogni reali delle organizzazioni. Per questo il programma DO Impact prevede percorsi locali, nazionali ed europei di Capacity Building, destinati non solo agli enti sociali ma anche a quelle organizzazioni “abilitanti” che supportano reti, offrono formazione, e facilitano connessioni nel settore.
I primi due giorni hanno tracciato il perimetro del progetto, attraverso talk, sessioni interattive e confronti tra esperti. Si è parlato di strategie digitali, piattaforme di project management, strumenti di data analysis, ma anche di barriere culturali, accessibilità tecnologica e competenze trasversali.
Italia non profit: mappare per connettere
Tra gli interventi più apprezzati, quello di Italia non profit, che ha presentato la propria piattaforma digitale come esempio virtuoso di utilizzo degli open data per connettere cittadini e enti non profit. La mappa interattiva delle organizzazioni italiane – costantemente aggiornata e accessibile – consente non solo di rendere visibile l’offerta sociale sul territorio, ma anche di facilitare donazioni, volontariato e scambi di competenze.
“Fare del bene deve essere semplice – hanno sottolineato – e la semplicità nasce dalla trasparenza e dalla vicinanza. I dati servono proprio a questo: rendere riconoscibile il valore del Terzo Settore”.

Ron Salaj: i dati sono relazioni, non solo numeri
Il giorno successivo, Ron Salaj, ricercatore e attivista di Impactskills, ha aperto la sessione “Data for Good” con una provocazione: “Dietro ogni dato c’è una persona. I numeri non bastano”.
Il suo intervento ha richiamato l’importanza di valorizzare anche i “dati piccoli” (small data): interviste, osservazioni dirette, esperienze qualitative, spesso esclusi dai sistemi di rendicontazione ma fondamentali per comprendere i bisogni sociali più complessi.
Salaj ha anche illustrato i modelli di valorizzazione dei dati: da quelli basati sui costi a quelli basati sull’impatto, fino a una nuova idea di redistribuzione del valore generato dal dato, in cui chi crea impatto sociale possa accedere a strumenti di misurazione e restituzione più equi.

Federico Bartolomucci: una nuova governance dei dati
Sempre l’8 aprile, Federico Bartolomucci (TIRESIA – Politecnico di Milano) ha approfondito il tema della governance dei dati nel contesto europeo, presentando le quattro configurazioni di data sharing già riconosciute a livello normativo:
- Open Data
- Data Collaboratives
- Data Ecosystems
- Data Cooperatives
Nel suo intervento, ha illustrato anche la Data Strategy europea, nata nel 2020, e i principali strumenti legislativi che la accompagnano, come il Data Governance Act, il Data Act e la futura AI Regulation.
Ma il cuore del suo discorso è stato culturale: “I dati non sono neutri. Sono espressione di scelte politiche, di relazioni di potere e di visioni del mondo. Il Terzo Settore deve imparare a leggere i dati, ma anche a produrli e usarli per generare democrazia sociale”.

Piattaforme, formazione e strategie collaborative
Le sessioni di lavoro, coordinate da Fondazione Piemonte Innova, hanno incluso esercitazioni pratiche sull’ uso strategico delle piattaforme di project management – come Asana, Monday.com e Trello –, sull’impiego di strumenti per la raccolta dati, come moduli, survey e CRM, e sull’utilizzo di strumenti avanzati di business intelligence come Power BI, fondamentali per visualizzare, analizzare e raccontare gli impatti generati. Il tutto si è svolto in una logica collaborativa e abilitante, che ha coinvolto attivamente partner di progetto, enti locali, fondazioni, imprese sociali e reti civiche.
Il potere trasformativo dei dati
L’elemento comune che ha attraversato ogni intervento è chiaro:
i dati non rappresentano soltanto un obbligo di rendicontazione, ma costituiscono una leva strategica per il cambiamento. Una leva capace di rendere visibile l’invisibile, di rafforzare la voce delle comunità più fragili, di attrarre investimenti pubblici e privati e, infine, di colmare il divario tra mondo profit, nonprofit e amministrazione pubblica, creando connessioni fondate su evidenze, metriche condivise e risultati misurabili.
Un’economia sociale più forte, visibile e digitale
DO Impact ci ricorda che la digitalizzazione del Terzo Settore non è una moda, ma una necessità strutturale. E soprattutto, un’occasione per riposizionare l’economia sociale al centro del dibattito europeo, facendone non solo un soggetto attivo, ma anche un generatore di innovazione democratica, economica e relazionale.
Mappare, raccontare, connettere. Questo è il nuovo “capitale civico” della trasformazione digitale. E il Terzo Settore, che in Europa coinvolge più di 2 milioni di organizzazioni, genera oltre il 6% dell’occupazione complessiva e mobilita una ricchezza di relazioni, risorse e competenze spesso invisibili, ha tutte le carte in regola per esserne non solo protagonista, ma architetto culturale.
Purché venga accompagnato, ascoltato, abilitato. Perché nei dati non c’è solo efficienza. C’è memoria collettiva, consapevolezza, possibilità di scelta. Ed è proprio in questa nuova grammatica dell’impatto che l’economia sociale può diventare finalmente leggibile. E, quindi, pienamente riconosciuta.