Dieci anni dopo: perché Social Value Italia non celebra, ma apre un nuovo fronte

Ci sono anniversari che servono a guardare indietro. E altri che diventano un atto di responsabilità verso ciò che sta per arrivare. Il decennale di Social Value Italia, celebrato il 16 ottobre 2025 a FOQUS, Napoli, appartiene con chiarezza a questa seconda categoria. Non è stato un momento di commemorazione, ma un dispositivo per leggere — senza anestesia — a che punto siamo oggi, mentre l’impatto sociale smette definitivamente di essere un campo sperimentale e si trasforma in condizione strategica per la credibilità di ogni attore economico e istituzionale.

La scelta di Napoli non è casuale: FOQUS non è solo un luogo, ma un laboratorio vivente di rigenerazione sociale, economica, educativa e urbana. Un contesto concreto che ha fatto da cornice non simbolica, ma operativa, alla domanda implicita che ha percorso l’intera giornata: non “che cosa abbiamo fatto”, ma “quale direzione irrevocabile abbiamo aperto”.

A dieci anni dalla nascita dell’associazione — fondata per portare in Italia una cultura rigorosa, partecipata e non cosmetica della valutazione dell’impatto — l’incontro ha messo sul tavolo una consapevolezza ormai irreversibile: misurare non basta più. Il tema oggi è governare l’impatto, anticipando scenari, prevenendo squilibri sistemici e orientando l’innovazione — pubblica, economica e tecnologica — a generare valore sociale intenzionale e verificabile.

Dalla rendicontazione alla direzione strategica: il vero cambio di paradigma

Ciò che è emerso con forza dai contributi dei fondatori e delle voci internazionali — da Valentina Langella a Davide Dal Maso, da Jeremy Nicholls a Ben Carpenter — è che la valutazione d’impatto non è più uno strumento ex post. Non è nemmeno solo un presidio di trasparenza o accountability.
È un’infrastruttura di governance.

Significa che l’impatto sociale non entra “a valle” delle decisioni per misurarne gli effetti, ma a monte, come criterio anticipatorio di orientamento. Un criterio capace di:

  • ridefinire la direzione delle risorse prima che vengano allocate
  • legittimare o delegittimare modelli economici anche quando sono tecnicamente “efficienti”
  • evidenziare conseguenze sistemiche che non sono rilevabili dagli indicatori economico-finanziari

Questo passaggio è stato espresso con estrema chiarezza da Delphine Moralis (Philea): “la filantropia non è più solo redistribuzione, ma architettura di cambiamento”. È una dichiarazione pesante, che oltrepassa la retorica del bene comune per toccare il piano della responsabilità strutturale.


Significa che attori pubblici, imprese e finanza non vengono più valutati solo per quello che restituiscono, ma per come concorrono a trasformare le condizioni che generano disuguaglianze o opportunità.

Agenda 2030 come banco di verità, non come cornice narrativa

Nel tavolo dedicato all’Agenda 2030, coordinato da Human Foundation e Torino Social Impact, è emersa chiaramente una verità scomoda ma necessaria da assumere: non siamo di fronte a un’agenda consolidata, ma a un terreno fragile e sempre più esposto a stress politico, economico e culturale.

L’Agenda 2030 non è stata trattata come una cornice ONU da citare, ma come un campo di responsabilità attuale, in cui si misura la capacità collettiva di dare forma a un’economia che metta al centro le persone, i territori e le relazioni.

Sono emersi tre elementi particolarmente forti:

  • la sostenibilità è sotto pressione — esiste oggi un concreto rischio di arretramento, semplificazione o rigetto ideologico
  • l’Agenda 2030 resta un dispositivo esigente — non un’etichetta da applicare, ma un criterio operativo che chiede coerenza tra analisi, risorse e conseguenze
  • il Terzo Settore ha un ruolo insostituibile — non come esecutore, ma come guardiano della realtà, capace di restituire bisogni, impatti e segnali critici dal territorio

A questo si aggiunge un elemento ancora più radicale:
il Terzo Settore non è il terminale operativo dell’agenda d’impatto.
È il luogo in cui quell’agenda nasce, si sperimenta e si misura nella realtà.

Non è solo “chi implementa”: è chi anticipa bisogni, modelli e responsabilità prima che diventino norme, bandi o metriche.
È nel lavoro quotidiano di cooperative, associazioni, reti civiche e fondazioni di comunità che l’impatto assume forma sostanziale: servizi, alleanze, infrastrutture sociali, economie locali, capacità di futuro condivisa.

Se l’Agenda 2030 vuole restare viva, deve riconoscere questo punto:
la sostenibilità non si governa dall’alto verso il basso, ma attraverso un’intelligenza civica diffusa che nasce nei territori e poi alimenta policy, investimenti e visioni di sistema.

È stato ribadito che gli SDGs non sono un certificato, ma un linguaggio comune, l’unico oggi in grado di mettere a sistema attori pubblici, imprese, finanza e comunità reali — non per uniformarli, ma per costruire convergenza operativa nell’ambito dell’economia sociale.
Un linguaggio che rende possibile comporre differenze, non appiattirle, e trasformarle in azione condivisa.

In questa prospettiva è stato evidenziato anche il ruolo determinante della finanza sostenibile, che non agisce più solo come meccanismo premiale o reputazionale, ma come leva selettiva e strutturale: oggi i capitali pubblici e privati convergono soltanto verso iniziative capaci di generare impatto misurabile, verificabile e coerente con i criteri europei della SFDR, in particolare con gli articoli 8 e 9, che rimangono il riferimento centrale nel distinguere ciò che è realmente orientato alla sostenibilità da ciò che ne utilizza soltanto il linguaggio.

Il contesto ha permesso di far emergere quanto non basti solamente “misurare l’impatto”: oggi è decisivo governare gli strumenti che incideranno sulla capacità stessa di garantire impatti reali e giusti.
Ed è qui che il tema dell’intelligenza artificiale è emerso non come un’alternativa tecnologica, ma come snodo etico e politico.
Perché dipenderà da come verrà progettata — e da quali valori verrà nutrita — la possibilità stessa di tenere viva la promessa dell’Agenda 2030.

Oltre il dibattito: ciò che RUDI sta già facendo è IA orientata all’impatto reale

Il Manifesto per un uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale nei processi valutativi — presentato da Social Value Italia e sviluppato in un percorso parallelo rispetto all’evento — è arrivato nel momento giusto.
Non come ennesimo documento dichiarativo, ma come una soglia operativa: un punto in cui diventa evidente che non è più accettabile utilizzare l’IA senza direzione, senza criteri condivisi, senza responsabilità esplicita verso il bene comune.

RUDI non ha partecipato alla scrittura del Manifesto — ma ne applica da anni i principi in modo sistemico e concreto.

Non in astratto. Non nei principi. Nella progettazione quotidiana.

Ogni lavoro svolto integra l’IA come intelligenza aumentativa, mai sostitutiva, attraverso prompt costruiti su basi pubbliche, verificabili e orientate alla missione reale degli enti.
Questo significa che i sistemi che costruiamo sono nutriti da:

  • dati ufficiali e certificabili (ISTAT, BES, SDG indicator framework, fonti ASviS, Eurostat)
  • teorie del cambiamento e missioni espresse dagli enti, non surrogate o “inferite” dall’algoritmo
  • logiche di accountability e sostenibilità economica (CSRD, SFDR, CSDDD, standard europei d’impatto)
  • metriche specifiche, misurabili, comparabili e rendicontabili per la costruzione di strumenti finanziari ad impatto territoriale reale, non astratto

È in questo intreccio che si posiziona la visione di RUDI: non usare l’IA per automatizzare ciò che già esiste, ma per abilitare ciò che ancora non è possibile con le sole capacità umane — modelli predittivi, scenari di equità territoriale, infrastrutture di sostenibilità replicabili e sostenibili nel tempo.

Non per sostituire.
Ma per rendere più giusta, più accessibile e più solida la capacità del Terzo Settore di agire futuro.

Nota sui promotori del Manifesto
Il Manifesto per un uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale nei processi valutativi è stato promosso da Social Value Italia, con il coordinamento di SCS Azioninnova SpA e ARCO – Action Research for CO-development, e il contributo di attori chiave del settore come Voislab, Cottino Social Impact Campus, E4Impact Foundation, Fondazione ANT – ETS, Intesa Sanpaolo per il Sociale e Politecnico di Milano.

Che cos’è FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli non è un semplice contenitore di eventi, ma un’infrastruttura educativa e sociale viva, che trasforma un ex convento nel cuore di Napoli in un laboratorio permanente di rigenerazione urbana, apprendimento e impresa sociale.
Qui bambini, giovani, imprese, istituzioni e comunità convivono in uno spazio condiviso di futuro, dove l’innovazione si misura non sulla tecnologia, ma sulla capacità di generare benessere condiviso.


Davvero di impatto è stata l’installazione dedicata alla qualità dell’aria — “I bambini ripareranno il futuro” — sintetizza perfettamente il senso di questo luogo: educare non a consumare soluzioni, ma a generarle.

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