Il Rione in cui opera la Cooperativa la Paranza e la nascita del Modello Sanità, dalla marginalità alla rinascita: cultura, lavoro e giovani, il ruolo della comunità e della fede nel cambiamento. Un caso studio europeo: premi, impatto e replicabilità.

Il Porto di Napoli 2024 “Coraggio innato” foto di Julia Hoffmann
Videointerviste di Julia Hoffmann. Vedi ed ascolta le puntate.
- Sotto il ponte della Sanità cresce il desiderio di futuro dei giovani.
- Tra impatto sociale e ambientale, fiducia e cura sono le chiavi di un processo generativo di comunità dal respiro europeo.
- “La comunità non la freghi” se agisci nel presente guardando lontano: il racconto dello sviluppo paziente con un controllore d’eccezione.
Articolo di Vera Donatelli
Quando in un giovedì d’autunno ti lasci alle spalle un’Emilia grigia e piovosa e arrivi a Napoli in treno, la senti subito, nell’aria che respiri, la forza di questa città.
Il taxi ci porta, non senza qualche titubanza, nel cuore del Rione Sanità dove abbiamo deciso di pernottare per i tre giorni che vivremo alla scoperta delle progettualità della Cooperativa Sociale La Paranza.
Non sappiamo ancora che questo soggiorno ci farà incontrare e unire, una dopo l’altra, le luci di una costellazione che si è rivelata più brillante di quello che avremmo potuto immaginare.
Non sappiamo neanche che la notte prima del nostro arrivo, un ragazzo del Rione Sanità di soli 15 anni, incensurato e studente di un istituto superiore della città, è stato assassinato nel corso di una sparatoria che ha coinvolto diversi adolescenti.
La prima persona che conosciamo è Miryam, intenta ad emettere biglietti per le Catacombe di San Gaudioso e a dare consigli ai turisti in fila per il prossimo turno di visita. Miryam ci aiuta ad entrare in contatto con Marco, uno dei ragazzi della Paranza che ci darà le chiavi del B&B. Poi, con l’aiuto della mappa del quartiere, ci fornisce tutte le informazioni sul giro che potremo fare per visitare i principali monumenti che la Cooperativa gestisce.
Sistemati i bagagli nell’accogliente B&B Casa Sannì, gestito proprio dalla Paranza, appena sopra quel ponte che sovrasta il quartiere e che a breve scopriremo essere uno dei protagonisti di questa storia meravigliosa, ci dirigiamo giù nei vicoli che hanno dato i natali a Totò ed Edoardo De Filippo, fino alla Locanda del Monacone.
Intanto i motorini, che sembrano pilotati dall’alto da un telecomando satellitare, sfrecciano per i vicoli stretti di Napoli, in un verso e nell’altro, giusto o sbagliato che sia; senza mai scontrarsi si sfiorano come se fosse tutto previsto al millimetro, in un assordante sinfonia di clacson e di beep beep. Ma questa è la vibrazione della Napoli che si muove.
Alla Locanda, incontriamo Salvatore Illiano, nostro compagno del corso di alta formazione sull’imprenditorialità sociale che abbiamo avuto il piacere di frequentare all’Università di Bologna. Abbiamo così l’occasione, non solo di conoscere i piatti tipici della tradizione napoletana, dal cuoppo di alici fritte alla scarola ripassata in padella, ma anche di esplorare uno dei luoghi nati sotto la stella della Paranza che oggi garantisce l’autonomia economica a due ex dipendenti e soci della Cooperativa stessa che hanno realizzato il loro sogno imprenditoriale, riconvertendo una sala slot in uno dei locali più frequentati della zona, la Locanda del Monacone; o meglio di quel San Vincenzo che veglia sugli avventori dalle maioliche della parete in fondo alla sala e che, una volta scoperto durante i lavori di recupero del locale, ha cambiato i piani dei giovani gestori, inducendoli a trasferire la cucina al piano di sopra e definendo meglio il nome del ristorante. Ogni elemento della Locanda ci lega alla tradizione napoletana, dal suonatore di fisarmonica che allieta il pranzo dei turisti ai piatti e alle ceramiche che richiamano la tombola e la cabala dei numeri.

Il Centro di Napoli 2024 “Una vittoria chiamata” foto di Julia Hoffmann
Scopriremo di lì a poco che anche la Basilica di Santa Maria della Sanità è più comunemente definita Chiesa di San Vincenzo ‘O Monacone, in quanto custodisce la statua del santo che ancora oggi viene ringraziato ogni primo martedì di luglio per aver miracolosamente liberato la città dal colera nel IXX secolo, a seguito della processione appositamente organizzata dalla popolazione.
Al pomeriggio veniamo invitate a partecipare all’evento conclusivo di un progetto di scambio esperienziale che si tiene nella Sala Consiliare del Municipio. Un gruppo di giovani tra i 18 e i 25 anni, aderenti ad una call dell’Ufficio Giovani del Comune di Bologna, ha avuto la possibilità di trascorrere alcune giornate alla Sanità per conoscerne e studiarne il modello di sviluppo ed è chiamato ora a presentare gli esiti di questa opportunità. Ragazzi e ragazze che non sanno ancora cosa siano gli SDGs ma che di sostenibilità in generale hanno sentito molto parlare e che, con la consapevolezza di essere attori del cambiamento in una società che si sta sempre più sgretolando, porteranno con loro quel seme generativo che il sistema di welfare sociale della Paranza, attraverso il patrimonio artistico locale e la cura, riesce a valorizzare giorno dopo giorno da quasi venti anni.
A piedi, ascoltando il suono acceso della città, rientriamo al B&B e ci prepariamo per uscire mentre fuori fa caldo e ha smesso di piovere; raggiungiamo Salvatore sulla terrazza di Casa del Monacone, la struttura di accoglienza ricavata nel 2003 al secondo piano della Basilica di Santa Maria della Sanità dalla riqualificazione del convento. È qui che, in attesa della festa di saluto per il gruppo di Bologna, a base di pastasciutta alla genovese con trito di carne e cipolla, veniamo a conoscenza della storia di questo luogo e delle persone che lo abitano.
Il padrone di casa è il ponte costruito dai francesi nel 1807 per collegare il centro della città alla Reggia di Capodimonte comportando la completa emarginazione del Rione Sanità e dei suoi attuali 60 mila abitanti, i quali si trovano improvvisamente a non avere più flussi di passaggio. Eppure, il Rione, prima di allora aveva rappresentato, a lungo, un luogo importante per il capoluogo e per il raggiungimento della Reggia; e le bellezze artistiche del quartiere ancora oggi lo dimostrano.
Dopo la costruzione del ponte la situazione del “vallone Sanità” diventa quasi paradossale: un’area molto centrale della città trasformata man mano, dal punto di vista economico e sociale, in una periferia: all’inizio degli anni duemila i dati sulla condizione di vita della porzione di gioventù locale del quartiere sono disarmanti: un minore su tre non completa l’obbligo scolastico mentre due giovani su tre non lavorano. L’unico desiderio degli under 25 era quello di fuggire, quando non venivano attratti dalle “opportunità” offerte dalla criminalità organizzata che qui è in grado di garantire anche guadagni pari a cinquecento euro alla settimana.

Il Municipio di Napoli 2024 “Vedere il cambiamento” foto di Julia Hoffmann
Nel 2001 arriva alla Sanità il nuovo parroco, padre Antonio Loffredo, il quale intuisce l’importanza di aggregare i giovani e puntare sulla loro capacità di diventare buon esempio per gli altri. Sono quei ragazzi considerati “scarti” della società a prendersi la loro rivincita, il loro diritto di abitare con dignità il luogo in cui sono nati e, in quel luogo, generare sviluppo economico e realizzare anche il sogno di famiglia. Oggi dal primo nucleo dei 5 soci fondatori della Paranza si è riusciti a raggiungere il numero di settanta lavoratori stabili con una metà al di sotto dei 30 anni e ben 34 sono i bambini venuti al mondo nel Rione sotto l’ombrello della Paranza. È questo il segno più concreto e duraturo della rinascita del quartiere.
La trasformazione della Sanità è partita grazie alla Commissione di Archeologia Sacra del Vaticano e alla Diocesi di Napoli che hanno creduto nella visione di Padre Loffredo e dato fiducia ai giovani che si erano dichiarati pronti al cambiamento. Con i primi fondi stanziati e grazie alle donazioni di imprenditori e altri privati, sono stati recuperati, all’inizio, gli spazi più piccoli di cinque chiese e annesse case canoniche del quartiere, alcune chiuse da oltre cinquanta anni a causa anche delle alluvioni che investivano il vallone Sanità, come ad esempio, Santa Maria Maddalena ai Cristallini, Sant’Aspreno ai Crociferi e la Basilica di San Severo. Tre luoghi che nei giorni seguenti visitiamo e che ci lasciano dentro il senso del recupero di questo importante patrimonio artistico.
La prima ci regala la luce azzurra della speranza che rischiara i volti degli abitanti del quartiere riprodotti sulle pareti; quella luce di fiducia che ha accompagnato questo processo di cambiamento. Guai a chiamarlo progetto perché quello della Sanità è un qualcosa che non prevede che venga scritta, un giorno, la parola fine.
Sant’Aspreno ai Crociferi si erge in una via molto movimentata e piena della vita napoletana, dai negozi per turisti alle botteghe frequentate dagli abitanti del quartiere, nel pieno delle scorribande dei motorini che attraversano via Crocelle a Porta San Gennaro. Eppure, all’interno, il marmo bianco delle sculture di Jago assorbe ogni rumore esterno e possiamo perderci nell’ascolto delle tracce delle originalissime opere del Museo gestito dalla cooperativa di comunità La Sorte, uno spin-off della Paranza.

Chiesa di San Vincenzo ‘O Monacone di Napoli 2024 “Napoli si sveglia” foto di Julia Hoffmann
La Basilica di San Severo ci lascia senza parole. È una chiesa che oggi vede coabitare più realtà non profit, dall’orchestra Sanitansamble alla cooperativa Apogeo Records, l’etichetta musicale di quartiere. Usciamo dalla Cappella dei Bianchi con un nodo alla gola. “Il figlio velato” di Jago, qui custodito, risveglia in noi il ricordo di quel bambino che il giorno prima avevamo visto proiettato sullo schermo del Teatro Nuovo dei Quartieri Spagnoli come immagine di chiusura dello spettacolo musicale Orzowei, realizzato dalla nostra amica musicista Elisabetta Garilli e dal Garilli Sound Project per alcune scolaresche della città. Si tratta di Alan Kurdi, il bimbo siriano dalla maglietta rossa riverso su una spiaggia turca dopo un naufragio, simbolo della tragedia delle migrazioni in Europa. Lo vediamo oggi nascosto sotto un velo di marmo bianco con la manina accanto ad un sassolino. La costellazione si va componendo: storie di persone che hanno avuto coraggio e che a loro modo rappresentano il desiderio di cambiamento e una forte volontà di ricostruire la propria dignità. Ringraziamo Emanuele per averci accompagnato nella visita con tatto e la delicatezza rispettosa del suo racconto.
La vera rivoluzione nel Rione Sanità arriva dopo il recupero della Catacomba di San Gaudioso e successivamente delle Catacombe di San Gennaro, le più grandi del Sud Italia che, dal 2009, periodo di apertura al pubblico, ad oggi, hanno raggiunto e superato i 240 mila visitatori l’anno. Un bacino di turisti che attualmente permette alla Paranza di crescere ancora e garantire la sostenibilità economica dell’iniziativa.
Ogni attività di restauro o ristrutturazione ha l’obiettivo di trasformare gli spazi in luoghi abitati e vissuti quotidianamente dai giovani attraverso il lavoro. In questo modo, nelle cinque chiese rigenerate è possibile trovare, ad esempio, biglietterie, sala prove, spazio per le riprese video, ecc. Ed è sullo stampo di questo modello che nascono man mano altri soggetti economici che perseguono lo scopo di valorizzare il patrimonio artistico del quartiere e al contempo generare lavoro e inclusione per i giovani, come ad esempio, la cooperativa Manità che si occupa di edilizia e manutenzione dei luoghi o la cooperativa Officina dei talenti che, tra le altre cose, realizza lavori di adeguamento e ristrutturazione di beni artistici e architettonici. In questo schema imprenditoriale il tirocinio formativo diventa occupazione stabile e duratura mentre il servizio civile abilita le competenze lavorative dei giovani che iniziano a desiderare un quartiere diverso e un futuro più dignitoso.

La Casa del Monacone, Napoli 2024 “Giù dal ponte” foto di Julia Hoffmann
Ma la vera opera di riqualificazione è quella che padre Loffredo inizia a svolgere con i giovani, quel capitale umano in cui nessuno aveva creduto e che in questi venti anni ha potuto imparare i segreti della storia del patrimonio archeologico, artistico e culturale del proprio territorio e raccontarlo ai turisti in lingue diverse che prima non avrebbero mai immaginato di riuscire a parlare (prevalentemente inglese, francese e spagnolo).
Oggi la Sanità può contare su una rete educativa costituita da soggetti diversi, dalle scuole alle parrocchie, dagli enti del Terzo Settore ai docenti, famiglie e altri attori della comunità educante che via via ha preso forma. La Paranza rimane uno dei soggetti della Fondazione di Comunità di San Gennaro che nasce nel 2014 per volontà di alcuni di questi soggetti che capiscono l’importanza di essere una collettività con un’unica visione del futuro del quale tutti, insieme, devono occuparsi. Ciò nel rispetto anche della Convenzione quadro di Faro per l’uso del patrimonio culturale, sottoscritta dall’Italia con il Consiglio d’Europa nel 2005, la quale si basa sull’idea che la conoscenza e la fruizione del patrimonio culturale facciano parte del diritto dei cittadini a partecipare alla vita culturale, secondo quanto definito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Per questo la visione di padre Loffredo è stata sin dall’inizio quella di coinvolgere la comunità con un ruolo prevalente nella gestione e nella decisione dell’uso del patrimonio culturale. Ed è questo l’approccio che alla Sanità ha permesso di educare e di ridurre al contempo le diseguaglianze sociali attraverso le inclusioni lavorative. Un’azione che prende le mosse dai centri educativi e che mediante la formazione ha riattivato il desiderio di fare e di costruire futuro.
Il “modello Paranza” è stato nel tempo riconosciuto, oltre che dal mondo ecclesiastico e da quello delle Fondazioni private che lo hanno sostenuto sin dall’inizio, anche dalle istituzioni nazionali ed europee. Nel 2022 arriva lo European Heritage Award – Europa Nostra Award che rappresenta, di fatto, un riconoscimento della scelta fatta dalla cooperativa di prendersi cura del patrimonio culturale locale mediante un metodo partecipativo e comunitario generando un modello di valorizzazione della cultura “dal basso” che diventa “Comunità di Patrimonio”. E così la Paranza viene inserita nel 2023 anche nel catalogo delle buone pratiche dell’Unione Europea “Culture Heritage in Action”.
Il cosiddetto metodo Paranza è quello che oggi, dopo venti anni di generazione concreta di impatto con applicazione sul campo, viene studiato e replicato per la sua capacità di attivare una circolarità basata sulla restituzione e sulla reciprocità, dove un minorenne sottratto alla vita criminosa attraverso il coinvolgimento in un progetto di valorizzazione culturale del proprio territorio, saprà un domani restituire ai suoi figli e alla sua comunità il sapere e l’imprenditività che avrà stipato nel suo bagaglio di conoscenze.
A Napoli i cittadini hanno imparato ad apprezzare il modello Paranza, per il suo modo giusto di fare sviluppo con un occhio anche alla sostenibilità ambientale, come ha dimostrato la costruzione in house di un impianto di illuminazione delle catacombe rispettoso degli affreschi e a basso impatto energetico.

La Casa del Monacone, Napoli 2024 “Sotto il ponte” foto di Julia Hoffmann
Tutto ciò lo abbiamo percepito nei volti speranzosi e impegnati dei giovani che abbiamo incontrato nei tre giorni che abbiamo trascorso a Napoli, lo abbiamo letto negli occhi delle ragazze e dei ragazzi di Bologna, freschi di un’esperienza immersiva nell’approccio della Paranza. E in fondo, questo modo di fare impresa, potrebbe non necessitare neanche di una rendicontazione puntuale dei risultati e dell’impatto che anno dopo anno ha generato in quanto c’è già un soggetto pronto a garantire: la comunità, quella che con le sue aspettative non perdona!
La sera, dalla finestra della camera di Casa Sannì, osserviamo la cupola della Chiesa di Santa Maria della Sanità illuminata dai fuochi di artificio, probabile segno del festeggiamento di un compleanno “importante” e ci viene in mente il racconto che Antonia ci aveva fatto durante la visita alle Catacombe di San Gaudioso, davanti al Presepe Favoloso, donato dai fratelli e sorelle Scuotto alla Diocesi. Un racconto che impasta la fiaba con il reale e che riproduce diverse espressioni della vita napoletana. Un campionario unico di umanità che accomuna soggetti diversi in un assembramento felice per lanciare un appello rivolto a quel popolo immerso da sempre in forti contraddizioni sociali che ha un unico urgente bisogno: il desiderio di rinascita.
La voce di Antonia ancora nelle orecchie, quelle di Daniele, Salvatore ed Emanuele nel cuore, ci introducono in uno stato di riflessione ed analisi.
Ciò che abbiamo toccato con mano è compatibile con il modello economico mainstream di tipo estrattivo ed elitario? Quanto può resistere il metodo Paranza mentre prevalgono ovunque logiche economiche nazionali e internazionali che ci spingono a produrre profitto che viene concentrato nelle mani di pochi, a scapito spesso della coesione e giustizia sociale?

“Il figlio velato” di Jago, Cappella dei Bianchi Napoli 2024 foto di Julia Hoffmann
Eppure, la Paranza ci insegna e dimostra che anche in un territorio dalle grandi complessità quale è oggi una città come Napoli e come era la Sanità venti anni fa, la comunità che torna a desiderare il futuro attraverso la bellezza, la dignità e la rete sociale e che, dal basso di un ponte, grazie alla fiducia in essa riposta e con un modello cooperativo, ricostruisce pezzi di territorio e di società, può generare una florida economia di sviluppo sociale. Quella comunità che, anche grazie all’arrivo di un turismo responsabile verso i luoghi e le persone, con il suo soffio leggero e rispettoso, alimenta in modo durevole lo stoppino che dà luce ad una costellazione che non ha più bisogno che ogni giorno qualcuno debba immaginarla o accenderla.
Quella costellazione di luce nuova nata da stelle di diverso colore a Napoli c’è già. E illumina da ben venti anni un rione che produce benessere per una collettività di oltre 60mila persone.

Vera Donatelli
