Intelligenza Artificiale, diritti e responsabilità: intervista all’Avvocato Fabrizio Garaffa considerando l’entrata in vigore dell’IA Act europeo e della nuova legge italiana
La regolazione dell’Intelligenza Artificiale è entrata in una fase concreta e irreversibile.
Il primo passo decisivo è stato europeo: con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE il 12 luglio 2024, il Regolamento (UE) 2024/1689 — noto come IA Act — ha ufficialmente inaugurato l’era della governance dell’IA in Europa.
Link al testo ufficiale (EUR-LEX): https://data.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj
Il Regolamento è entrato in vigore il 1° agosto 2024, con applicazione progressiva fino al 2026, imponendo criteri di trasparenza, sicurezza, accountability e rischio etico per tutti i sistemi di intelligenza artificiale.
A questo si aggiunge ora un secondo passaggio cruciale: il 10 ottobre 2025 è entrata in vigore in Italia la Legge n. 132/2025 sull’Intelligenza Artificiale, che recepisce e specifica a livello nazionale alcuni obblighi immediati — in particolare per le professioni intellettuali, prevedendo ad esempio l’introduzione dell’“informativa IA obbligatoria” al cliente, analoga a quella privacy o antiriciclaggio. Siamo quindi in un nuovo scenario regolatorio a doppio livello, europeo e nazionale, che non riguarda più soltanto le big tech, ma qualsiasi professionista, ente sociale, studio professionale o organizzazione che utilizza strumenti AI.
È in questo contesto che RUDI ha scelto di incontrare l’Avvocato Fabrizio Garaffa, un tentativo di mettere a fuoco ciò che, oggi, non possiamo più permetterci di ignorare nel nostro ambito di lavoro.
Perché l’Intelligenza Artificiale non è solo tecnologia: il confronto con l’Avv. Fabrizio Garaffa
Avvocato Garaffa, oggi siamo di fronte a un doppio passaggio normativo — IA Act europeo e Legge italiana 132/2025 — che molti stanno ancora sottovalutando. Perché è urgente che professionisti, enti del Terzo Settore e imprese capiscano che l’Intelligenza Artificiale non è più solo questione tecnologica, ma giuridica e di responsabilità?
Perché tutti abbiamo ormai la consapevolezza che l’IA è entrata prepotentemente nelle nostre vite e sta cambiando il nostro modo di lavorare e, forse, di vivere. È probabilmente ancora presto per dare delle risposte definitive, ma direi che già ora l’impatto è significativo: si parla tantissimo e ovunque di IA, anche alla luce delle ripercussioni economiche che questa può avere, si pensi al recente accordo OpenIA-Nvidia. Quando una tecnologia incide così tanto nella nostra vita, è evidente che anche il legislatore ne deve prendere atto e disciplinarla, così come è già accaduto molte volte nel corso della storia. Come sappiamo, c’è già stata una prima risposta europea, vale a dire l’IA Act, cioè il Regolamento UE 2024/1689, che, fedele ai principi etici e giuridici dell’Unione, ha scelto un approccio basato sul rischio, vietando i sistemi di IA percepiti come più pericolosi, come per esempio i sistemi IA che utilizzano tecniche subliminali o manipolative del comportamento personale, oppure i sistemi IA per la valutazione delle persone sulla base di un loro comportamento sociale dai quali derivino trattamenti pregiudiziali o sfavorevoli. L’IA Act ha poi introdotto una serie di obblighi, piuttosto stringenti, per i sistemi di AI ad alto rischio nonché altri obblighi per i sistemi percepiti come a minor rischio. Oggi si parla inoltre di un nuovo provvedimento, il cosiddetto “Digital Omnibus” che dovrebbe semplificare alcune norme dell’IA ACT e del GDPR, il Regolamento relativo al trattamento dei dati personali. Staremo a vedere ma certo, una semplificazione in linea di massima non farebbe male. La recente legge italiana, dal canto suo, ha un approccio più generale ed omnicomprensivo: essa ha introdotto diversi principi in materia di IA, alcune disposizioni di carattere più settoriali e diverse deleghe legislative.
La trasparenza sull’uso dell’IA non è un’opzione: la Legge italiana l’ha resa un obbligo formale, al pari della privacy o dell’antiriciclaggio. Possiamo dire che la fiducia — e quindi la reputazione professionale — dipenderà sempre più dalla capacità di dichiarare quando e come si usa l’IA?
Sì, certo: ricordiamo innanzitutto come il rapporto fiduciario tra cliente e professionista sia fondamentale, senza la fiducia tra queste due parti semplicemente non è possibile lavorare insieme. Ed infatti l’art. 3, comma 1, della Legge italiana sull’IA, Legge 23 settembre 2025 n. 132, ci chiede un uso dell’IA che sia conforme non solo alla Costituzione e al diritto dell’Unione europea ma anche ai principi di trasparenza, proporzionalità, sicurezza, protezione dei dati personali, riservatezza, accuratezza, non discriminazione, parità dei sessi e sostenibilità. E proprio in una prospettiva di massima trasparenza e fiducia l’art. 13 della legge ammette l’uso di sistemi di IA nell’esercizio delle professioni intellettuali ma solo in funzione di supporto, richiedendo comunque che il professionista persona fisica rimanga al centro del lavoro di assistenza e consulenza del cliente: insomma la macchina non deve sostituire l’uomo, soprattutto se parliamo delle attività più complesse, come per esempio lo sviluppo della strategia processuale.
3. Il Manifesto di Social Value Italia e l’IA Act insistono entrambi sulla “centralità dell’essere umano”. Che cosa significa concretamente, oggi, garantire che l’IA resti solo uno strumento di potenziamento — e non un sostituto — del giudizio umano nei processi decisionali ?
Riprendo quanto detto poco fa: garantire la centralità dell’essere umano ogniqualvolta si faccia uso dell’IA, in ogni contesto lavorativo ma anche personale. Quindi garantire che ogni decisione importante relativa ad una persona, che inciderà su i suoi diritti, sia presa da un essere umano in base al suo libero convincimento e capacità di valutazione. Si tratta, del resto, di un principio già previsto dall’art. 22 della GDPR. L’attività di preparazione può essere svolta con l’ausilio dell’IA ma poi la decisione concreta, se concedere o meno un mutuo, se assumere o meno una determinata persona, come scrivere un certo contratto, ecc., deve essere presa dall’essere umano. Proprio per questo, sia l’IA Act, al primo considerando, che la legge n. 132/2025 (art. 1), parlano di dimensione “antropocentrica” dell’Intelligenza artificiale.
4. Come RUDI, adottiamo l’AI solo come supporto qualificato, mantenendo sempre supervisione, tracciabilità e controllo umano. Perché un utilizzo “aumentativo e dichiarato”, come il nostro, è pienamente allineato con le nuove regole — e perché è l’unico modello sostenibile nel medio-lungo periodo?
Perché, come dicevo prima, la legge n. 132/2025 richiede ai professionisti intellettuali che usano l’IA di comunicare tale circostanza e di informare sulle caratteristiche principali dello strumento utilizzato. Così come, parlando invece dell’IA Act, è necessario avere una idea chiara del livello di rischio dei sistemi IA che utilizziamo nel nostro lavoro in modo da conoscerne appieno gli eventuali potenziali rischi e le misure di sicurezza da adottare.
Troppo spesso si confonde AI Act con GDPR. Ma “trasparenza sull’uso dell’IA” e “tutela dei dati personali” sono due responsabilità distinte che oggi devono convivere. In che modo AI Act, Legge 132/2025 e GDPR devono essere compresi insieme per garantire protezione reale delle persone — e non semplice conformità formale?
Perché queste tre normative, insieme ad altre, fanno parte di ciò che io chiamo il “cerchio della compliance”: cioé l’adeguamento dei nostri strumenti di lavoro alla legge. E si tratta di un processo circolare perché spesso ogni normativa riguarda un aspetto particolare del nostro lavoro e dei relativi strumenti che, d’altro canto, nella moderna società digitale si “nutrono” tutti di un elemento che sta diventando davvero il nuovo petrolio, anzi, lo è già: i dati, personali o no, “individuali” o aggregati, disponibili o sottoposti a misure di segretezza. In altri termini, avere delle informative privacy perfette ma elaborare i dati dei nostri clienti e degli altri interessati con un sistema IA vietato in grado, per esempio, di manipolare il comportamento di una persona distorcendone la capacità di prendere una decisione informata, di sicuro non sarebbe una pratica aziendale da raccomandare, perché non garantirebbe una protezione della persona umana in ogni suo aspetto.
Siamo in un passaggio epocale che riguarda non solo la tecnologia, ma la qualità della nostra democrazia. Quale sarebbe l’errore culturale più grave che potremmo commettere ora — e quale, al contrario, l’occasione che non dobbiamo lasciarci sfuggire ?
L’errore culturale, a mio parere, potrebbe essere ritenere che l’IA non ci riguardi e che non avrà alcun impatto su di noi, trascurando, quindi, questa importante rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo: dobbiamo cioè cercare di capire, cosa non facile, mi rendo conto, se quel determinato video o fotografia siano genuini o modificati dall’IA, se la situazione rappresentata possa essere vera oppure falsa: dobbiamo cioà affinare la nostra capacità critica e avere il coraggio, quando necessario, di andare oltre le nostre convinzioni. Questo ci permetterà di formarci delle opinioni libere ed informate e di vivere quindi al meglio nella società. L’occasione da non perdere è, almeno a mio parere, studiare l’IA e le sue molteplici applicazioni per migliorare il nostro lavoro e la vita di tutti i giorni.
RUDI integra strumenti avanzati di Intelligenza Artificiale a supporto delle analisi complesse, ad esempio per aggregare rapidamente grandi volumi di dati, generare mappe di stakeholder, ridurre la complessità normativa e tradurla in processi operativi agili. L’AI non sostituisce il nostro lavoro consulenziale, ma lo potenzia, permettendoci di essere più veloci nei dati e più profondamente umani nella strategia e nella governance.
Ogni output AI viene sempre verificato, tradotto e contestualizzato da RUDILab, garantendo rigore metodologico, responsabilità e piena trasparenza verso il cliente.
In questo percorso, lo Staff di RUDI si avvale per se e per i propri clienti della consulenza giuridica dell’Avv. Fabrizio Garaffa, per garantire pieno allineamento normativo ed etico nell’uso dell’Intelligenza Artificiale. Questa visione nasce da una convinzione profonda: il tema dell’IA non è tecnologico, ma etico, giuridico e relazionale.
Non riguarda “l’intelligenza delle macchine”, ma la qualità dell’intelligenza umana con cui scegliamo di usarle.
Chi opera nella cura, nella giustizia, nell’educazione, nella trasformazione sociale — oggi più che mai — è chiamato a essere ancora più umano, non meno.
Per questo, RUDI continuerà a dare voce non solo a ciò che è possibile fare con l’IA, ma soprattutto a ciò che è giusto custodire, e a ciò che non va mai delgato.