
Di seguito riportiamo la traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Federico Bartolomucci (Politecnico di Milano – TIRESIA)a Julia Hoffmann, Fondatrice di RUDI | Risorse Umane Dirette e Indirette, nell’ambito del percorso DO Impact.
L’intervista approfondisce il contributo di Julia al progetto, con particolare riferimento ai temi della governance dei dati, della digitalizzazione dell’economia sociale, dell’intelligenza artificiale, della valutazione di impatto sociale e del ruolo delle Comunità Energetiche Rinnovabili come infrastrutture non solo tecniche, ma anche sociali e territoriali.
Per leggere l’intervista originale in inglese è possibile seguire il link qui indicato.
All’interno del percorso DO Impact, dedicato al rapporto tra economia sociale, dati, digitalizzazione e intelligenza artificiale, Julia Hoffmann ha preso parte al più ampio percorso progettuale come consulente esterna coinvolta nell’esperienza di KönCeRT, portando al contempo la prospettiva del proprio lavoro professionale attraverso RUDI | Risorse Umane Dirette e Indirette.
La sua partecipazione ha riguardato il più ampio processo di apprendimento e scambio sviluppato nell’ambito di DO Impact, a cui ha potuto accedere grazie al processo di candidatura e selezione sostenuto da un contributo europeo. Il percorso ha incluso le attività collegate al filone italiano: gli incontri ospitati da Torino Social Impact, le sessioni online, le due giornate a Milano dedicate a dati, IA, bias, condivisione collaborativa dei dati e governance nell’economia sociale, e i momenti di scambio europeo a Bruxelles.
Il percorso italiano di DO Impact fa parte di una più ampia rete europea guidata da Fondazione Piemonte Innova, che riunisce partner provenienti da Italia, Spagna, Lettonia, Lituania, Svezia e dall’ecosistema europeo dell’economia sociale. Accanto a organizzazioni come Torino Social Impact, Politecnico di Milano – TIRESIA, Diesis Network e altri partner europei, il percorso ha creato uno spazio per connettere innovazione, ricerca, trasformazione digitale, impatto sociale e sperimentazione concreta.
Abbiamo parlato con Julia della sua esperienza di apprendimento lungo tutto il progetto, resa possibile da questo percorso sostenuto a livello europeo, e degli elementi emersi dalle attività italiane — dagli incontri a Torino e dalle sessioni online alle due giornate a Milano ospitate dal Politecnico di Milano – TIRESIA, fino allo scambio europeo a Bruxelles ospitato da Diesis Network. La conversazione ha esplorato perché le organizzazioni dell’economia sociale abbiano bisogno non solo di strumenti digitali, ma anche di capacità più solide per governare dati, valore e impatto.
Julia, da quale prospettiva hai preso parte al percorso DO Impact?
Ho preso parte a DO Impact da una duplice prospettiva.
Da un lato, ero presente come consulente esterna coinvolta nel percorso di KönCeRT, un’esperienza di Comunità Energetica Rinnovabile che collega transizione energetica, governance comunitaria e valore sociale.
Dall’altro lato, ho portato la prospettiva del mio lavoro attraverso RUDI, la realtà consulenziale che ho fondato per supportare enti del Terzo Settore, pubbliche amministrazioni, fondazioni, imprese sociali, comunità energetiche e organizzazioni orientate all’impatto nella costruzione di strategie, modelli di valutazione di impatto sociale, sistemi di rendicontazione, processi di stakeholder engagement e sostenibilità economica.
Per me, DO Impact non è stata soltanto un’opportunità formativa su dati, digitalizzazione e intelligenza artificiale. È stato uno spazio per riflettere su come l’economia sociale possa avvicinarsi a questi strumenti senza perdere di vista valori, governance, partecipazione democratica e bene comune.
Qual è stato per te il principale valore dell’esperienza DO Impact?
Il principale valore è stato la possibilità di tenere insieme due dimensioni che spesso vengono separate: semplificazione e complessità.
Le organizzazioni dell’economia sociale hanno bisogno di strumenti accessibili e utilizzabili. Allo stesso tempo, le sfide che affrontano sono complesse: transizione ecologica, disuguaglianze, digitalizzazione, sostenibilità economica, accountability, governance e misurazione dell’impatto.
DO Impact ha reso questa tensione molto visibile. Ha mostrato che il tema non è semplicemente se le organizzazioni dell’economia sociale debbano utilizzare intelligenza artificiale, dati o piattaforme digitali. La domanda più profonda è: quale tipo di economia sociale stiamo rafforzando attraverso questi strumenti?
Questo è stato uno degli apprendimenti più forti per me. L’economia sociale non deve avere paura della complessità, ma ha bisogno di metodi, linguaggi e cornici di governance per rendere la complessità comprensibile e trasformabile in azione.
Quali riflessioni delle due giornate ti sono rimaste maggiormente?
Una delle riflessioni più forti è emersa dalla discussione introdotta dal professor Mario Calderini sul rapporto tra economia sociale, dati, piattaforme e governance.
Ciò che ho trovato particolarmente rilevante è stato il richiamo a non adottare un approccio puramente pragmatico all’innovazione. Le organizzazioni dell’economia sociale sono spesso molto capaci di rispondere a bisogni concreti. Questo è uno dei loro punti di forza. Ma se si concentrano solo sulla soluzione di problemi immediati, rischiano di perdere di vista le condizioni strutturali che generano quei problemi.
La discussione ha sollevato anche una questione cruciale: cosa accade quando l’economia sociale inizia a utilizzare dati, infrastrutture e piattaforme che sono spesso costruiti all’interno di modelli economici basati su concentrazione, opacità ed estrazione?
Per me questo è essenziale. I dati possono essere potenti, ma non sono neutri. Le piattaforme possono abilitare collaborazione, ma possono anche centralizzare potere. L’intelligenza artificiale può supportare l’analisi, ma può anche riprodurre disuguaglianze esistenti.
Il punto, quindi, non è rifiutare dati o tecnologia. Il punto è chiedersi: di quale governance abbiamo bisogno per utilizzarli in modo coerente con i valori dell’economia sociale?
Il workshop sui bias dell’IA è stato molto pratico. Che cosa ha aggiunto alla tua comprensione?
Il workshop sui bias dell’intelligenza artificiale nell’economia sociale è stato estremamente utile perché ha spostato la discussione dalla teoria alla pratica.
Attraverso gli esercizi, abbiamo potuto vedere come il bias possa emergere in modi molto concreti: nelle traduzioni, nelle attività di profilazione, nel modo in cui diversi strumenti di IA rispondono allo stesso prompt e nelle assunzioni incorporate in output apparentemente semplici.
Questo è particolarmente rilevante per le organizzazioni dell’economia sociale, perché spesso lavorano con persone e comunità che possono essere già sottorappresentate, marginalizzate o rappresentate in modo distorto nei sistemi di dati.
Ciò che ho imparato è che l’alfabetizzazione all’IA non può essere solo tecnica. Deve essere critica, organizzativa ed etica. Richiede supervisione umana, verifica delle fonti, consapevolezza delle assunzioni implicite e capacità di interrogare gli output del sistema.
Per le organizzazioni che lavorano per il bene comune, la domanda non è solo: “questo strumento può aiutarci a lavorare più velocemente?”. La domanda è anche: “che cosa rende visibile questo strumento, che cosa nasconde e quale tipo di decisione sostiene?”.
E rispetto al lavoro sulla condivisione collaborativa dei dati?
Il workshop sulle forme collaborative di condivisione dei dati è stato un altro momento chiave per me.
Ci ha aiutato a porci domande molto concrete: quali dati abbiamo già all’interno della nostra organizzazione? Quali dati sarebbero utili e perché? Chi possiede o controlla questi dati? Con chi dovremmo collaborare? Quale forma di condivisione dei dati è più appropriata? E, soprattutto, come progettiamo la governance della condivisione dei dati?
Questo è fondamentale perché diverse forme di condivisione dei dati rispondono a bisogni diversi. Una cooperativa di dati, un data trust, un data commons, una collaborazione sui dati o uno spazio dati non sono la stessa cosa. Implicano forme diverse di proprietà, controllo, governance, sovranità e partecipazione.
Per me, questo è stato uno dei collegamenti più chiari con la valutazione d’impatto. I dati sono utili solo se sono collegati a finalità, governance e responsabilità. Altrimenti rischiamo di produrre più informazioni senza produrre decisioni migliori.
Come si collega questo apprendimento al tuo lavoro attraverso RUDI?
RUDI lavora nello spazio tra metodologia e applicazione: tra visione e strumenti, tra valori e indicatori, tra finalità sociale e sostenibilità economica.
Molte organizzazioni generano valore importante, ma faticano a renderlo visibile, comprensibile e comunicabile. Spesso descrivono ciò che fanno in termini di attività, progetti o output, mentre il cambiamento più profondo che generano rimane meno visibile.
Attraverso RUDI, supporto le organizzazioni nella costruzione di modelli che rendano questo valore più leggibile. Questo include Teoria del Cambiamento, valutazione di impatto sociale, allineamento agli SDGs, mappatura degli stakeholder, sistemi di indicatori, modelli di rendicontazione e comunicazione dell’impatto.
Il percorso DO Impact ha confermato qualcosa di molto importante per il mio lavoro: la valutazione d’impatto non è soltanto un esercizio finale di misurazione. È uno strumento strategico e di governance. Aiuta le organizzazioni a comprendere quale tipo di cambiamento vogliono generare, per chi, con quali risorse, attraverso quali processi e con quali evidenze.
Sei stata coinvolta in DO Impact attraverso il percorso KönCeRT. Perché questa esperienza è rilevante?
KönCeRT è un esempio significativo perché una Comunità Energetica Rinnovabile non è soltanto un’infrastruttura tecnica. Può diventare anche un’infrastruttura sociale.
Produce e condivide energia rinnovabile, ma può anche generare partecipazione, redistribuzione, fiducia, educazione ambientale, capacità decisionale comunitaria e valore territoriale.
All’interno di questo percorso, RUDI è responsabile della valutazione di impatto sociale, incluso l’allineamento agli SDGs. L’obiettivo è comprendere e comunicare il valore sociale, territoriale e comunitario generato dalla Comunità Energetica.
Questo significa guardare oltre la produzione energetica o gli incentivi economici e chiedersi: quali cambiamenti genera la Comunità Energetica per le persone e le comunità? Come rafforza la partecipazione? Come può contribuire alla riduzione della povertà energetica? Come può sostenere una transizione ecologica più democratica e distributiva?
Come è strutturato il lavoro tra RUDI e i partner tecnologici?
Il lavoro si basa su competenze complementari.
Alpin Vision lavora sulla dimensione tecnologica e data-driven, raccogliendo e strutturando i dati necessari per comprendere il funzionamento della Comunità Energetica.
RUDI, invece, si concentra sulla valutazione di impatto sociale. Integriamo i dati disponibili, lo stakeholder engagement e l’allineamento agli SDGs in una lettura più ampia del valore generato dalla Comunità Energetica.
Il valore non risiede soltanto nel dato in sé, ma nella capacità di interpretarlo, collegarlo agli obiettivi sociali e utilizzarlo per sostenere decisioni migliori.
In questo senso, i dati possono diventare un ponte tra performance tecnica, valore sociale e governance comunitaria.
Perché gli SDGs sono rilevanti nella valutazione di una Comunità Energetica Rinnovabile?
Gli SDGs aiutano a collocare un progetto locale all’interno di una cornice più ampia di sviluppo sostenibile.
Una Comunità Energetica Rinnovabile contribuisce naturalmente agli obiettivi ambientali, in particolare a quelli legati all’energia pulita e all’azione per il clima. Ma il suo potenziale va oltre. Può collegarsi anche alla riduzione della povertà, alla riduzione delle disuguaglianze, alle comunità sostenibili, al consumo responsabile, alle partnership e alla capacità istituzionale.
Per questo RUDI include l’allineamento agli SDGs nella valutazione di impatto sociale. L’obiettivo non è utilizzare gli SDGs come una cornice decorativa, ma comprendere come un’esperienza locale contribuisca a un cambiamento sistemico.
Una Comunità Energetica Rinnovabile può diventare un laboratorio concreto in cui transizione ecologica, inclusione sociale, redistribuzione economica e governance partecipativa si incontrano.
Parli spesso di “dimensioni” dell’impatto. Che cosa intendi?
Un progetto orientato al bene comune raramente produce un solo tipo di impatto. Di solito genera cambiamento su più livelli.
Nel lavoro di RUDI, analizziamo spesso l’impatto attraverso diverse dimensioni: sociale, ambientale, economica, democratica, culturale, educativa e territoriale.
Questo approccio multidimensionale è essenziale perché l’impatto non può sempre essere ridotto a un unico numero. Alcuni cambiamenti possono essere misurati quantitativamente. Altri richiedono evidenze qualitative, narrazioni degli stakeholder, processi partecipativi e interpretazione contestuale.
Questo è particolarmente rilevante per progetti come le Comunità Energetiche Rinnovabili, le iniziative culturali o i processi di innovazione territoriale, dove il valore generato non è solo tecnico o economico, ma anche relazionale, sociale e civico.
Puoi fare esempi di altri percorsi di valutazione d’impatto sviluppati da RUDI?
Sì. RUDI ha lavorato su diversi percorsi di valutazione d’impatto, ciascuno dei quali ha richiesto un metodo adattato alla natura del progetto.
Con Officina Acrobatica, la valutazione si è concentrata su un’esperienza culturale, artistica e sociale, rendendo visibile il valore generato dalle pratiche artistiche, dalle residenze, dalle attività formative e dalle relazioni con gli stakeholder.
Con Sud Sonico e AVANT Festival, il focus è stato sull’impatto di un progetto culturale e musicale in relazione ai giovani, al territorio, agli ecosistemi creativi, alla rigenerazione culturale e alle reti locali.
Con KönCeRT, il contesto è ancora diverso: qui la valutazione è collegata alle Comunità Energetiche Rinnovabili, alla transizione ecologica, agli SDGs, alla governance comunitaria e all’uso sociale del valore generato attraverso meccanismi legati all’energia.
Il filo conduttore è lo stesso: come possiamo rendere visibile il valore generato da progetti che non producono solo output, ma contribuiscono a cambiamenti sociali, culturali, ambientali, territoriali e relazionali?
Come si collega la valutazione d’impatto con fundraising, filantropia strategica e finanza d’impatto?
Per RUDI, la valutazione di impatto sociale non è soltanto un modo per rendicontare il valore già generato. È anche un modo per rendere i progetti più comprensibili e credibili per gli attori che intendono orientare risorse verso obiettivi sociali e ambientali misurabili.
In questa prospettiva, la valutazione d’impatto diventa un ponte tra fundraising, filantropia strategica e finanza d’impatto. Il fundraising aiuta a mobilitare donazioni, contributi e sostegno comunitario. La filantropia strategica può offrire risorse pazienti e orientate alla missione per rafforzare le organizzazioni e testare modelli innovativi. L’impact investing e la finanza d’impatto possono sostenere lo sviluppo e la scalabilità di iniziative capaci di dimostrare sia valore sociale sia sostenibilità economica.
Il punto non è finanziarizzare il bene comune. Al contrario, è evitare che i progetti sociali e territoriali restino fragili, sottocapitalizzati o dipendenti solo da finanziamenti episodici.
Nel caso di KönCeRT, una delle direzioni attualmente esplorate dal gruppo di lavoro coordinato da Giulio Pesenti Campagnoni è il possibile sviluppo di un Fondo di Solidarietà: un meccanismo attraverso cui una parte del valore generato dalla Comunità Energetica potrebbe essere orientata verso finalità sociali e territoriali.
Si tratta ancora di un ambito di progettazione e riflessione, ma apre una domanda concreta: come può il valore economico generato da una Comunità Energetica Rinnovabile essere governato, redistribuito e collegato ai bisogni reali del territorio?
Qual è il messaggio principale che porti con te dal percorso DO Impact?
Il messaggio principale è che la trasformazione digitale dell’economia sociale non è soltanto una questione di strumenti. È una questione di governo del valore.
Dati, IA, indicatori e piattaforme digitali possono rafforzare l’economia sociale solo se sono inseriti in modelli di governance capaci di preservare i valori, orientare le decisioni e rendere visibile l’impatto generato per persone, comunità e territori.
L’economia sociale non deve essere subordinata al cambiamento tecnologico. Dovrebbe contribuire a orientarlo.
Questo richiede alfabetizzazione critica, qualità metodologica, governance partecipativa e capacità di collegare i dati alla finalità sociale.
Se dovessi sintetizzare il tuo contributo in una frase, quale sarebbe?
RUDI aiuta i progetti orientati al bene comune a rendere visibile il proprio impatto, connettendo valori, dati, SDGs, indicatori, governance, finanza d’impatto e comunicazione.
L’obiettivo è trasformare esperienze territoriali complesse in modelli leggibili, valutabili e replicabili, capaci di generare un’economia non estrattiva, distributiva e rigenerativa.
Breve bio
Julia Hoffmann è Fondatrice di RUDI | Risorse Umane Dirette e Indirette. Supporta enti del Terzo Settore, pubbliche amministrazioni, fondazioni, imprese sociali, comunità energetiche e organizzazioni orientate all’impatto nello sviluppo di strategie, valutazioni di impatto sociale, modelli di rendicontazione, processi di stakeholder engagement, sostenibilità economica, preparazione alla finanza d’impatto e accountability.
Attraverso RUDI, lavora per rendere visibile e comunicabile il valore generato da progetti sistemici orientati al bene comune, integrando SDGs, indicatori, governance, finanza d’impatto e comunicazione dell’impatto. È coinvolta come consulente esterna nel percorso KönCeRT, dove RUDI è responsabile della valutazione di impatto sociale, incluso l’allineamento agli SDGs, mentre Alpin Vision supporta la dimensione tecnologica e data-driven.