La sostenibilità digitale non è un hashtag: cos’è la Fondazione per la Sostenibilità Digitale (e perché interessa a ETS, PA e imprese)

Osservata dall’esterno, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale si presenta come una di quelle realtà che provano a mettere ordine nel caos elegante della trasformazione digitale. Non nel senso di “mettere a posto i device”, ma nel senso serio: capire che impatti produce il digitale (ambientali, sociali, economici, culturali) e, soprattutto, come trasformarlo in una leva funzionale allo sviluppo sostenibile. La Fondazione si definisce infatti come la principale fondazione di ricerca in Italia focalizzata sulle correlazioni tra trasformazione digitale e sostenibilità, con l’obiettivo di supportare istituzioni e imprese nel costruire un futuro migliore attraverso ricerca, interpretazione, indicazioni operative e analisi di trend.

Questa postura è già una dichiarazione di metodo: qui il digitale non è “buono” o “cattivo” per definizione, è una forza che va governata. E la parola chiave, nel loro lessico, è consapevolezza. Non basta digitalizzare processi o servizi: conta la qualità dell’uso, la capacità di orientarlo a risultati di sostenibilità e la riduzione delle esternalità negative. È anche il motivo per cui la Fondazione lavora con una struttura che mette insieme esperti indipendenti, università, imprese e istituzioni: l’assunto di base è che la sostenibilità digitale sia un tema multidisciplinare (spoiler: lo è davvero).

Un segnale molto concreto della loro operatività sono gli Stati Generali della Sostenibilità Digitale. Nel comunicato stampa 2025 (quarta edizione), l’evento viene descritto come una community che coinvolge oltre 100 top manager (CIO, CINO, CCO, CMO) e come un luogo in cui far emergere priorità operative su temi come sovranità tecnologica e intelligenza artificiale, traducendole in direttrici strategiche per il 2026.
Qui, da fuori, si vede bene la “doppia anima”: (1) osservatorio e ricerca; (2) piattaforma di confronto capace di generare sintesi utili per chi decide.

E non si tratta solo di prospettive “da impresa”. Nel materiale 2025 viene citata anche una collaborazione con Assinter Italia sui punti di contatto tra sostenibilità e “congruità” nella Pubblica Amministrazione: un indizio importante, perché sposta il discorso dal “digitale come innovazione” al “digitale come accountability e qualità delle scelte pubbliche”.

Altro elemento interessante: la Fondazione non lavora soltanto su infrastrutture o IA, ma anche su dimensioni spesso trattate male (o tardi) nei progetti: comunicazione, inclusione, benessere digitale, disinformazione. Nel 2025 viene segnalata la nascita del Gruppo per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione, con obiettivi molto pratici: definire linee guida e strumenti per migliorare l’impatto dei canali digitali, promuovere pratiche comunicative responsabili, contrastare disinformazione e favorire inclusione, costruendo una community stabile tra imprese, istituzioni e accademia.
A supporto di questa impostazione c’è anche un “manifesto” dedicato alla sostenibilità digitale della comunicazione, che mette al centro persona, accessibilità, benessere, trasparenza, riduzione dell’impatto ambientale e formazione continua.

Se dovessi riassumere cosa rende questa Fondazione “diversa” nella selva delle iniziative sul digitale, direi: prova a misurare e leggere la sostenibilità digitale come fenomeno culturale e comportamentale, non solo tecnologico. Nelle trascrizioni dell’evento emerge che dal 2022 la Fondazione ha lanciato un osservatorio che analizza la relazione tra sostenibilità e digitale attraverso tre leve — consapevolezza, competenze, comportamenti — e che questo lavoro “si manifesta” in un indice (Digital Sustainability Index) pensato per misurare la relazione degli italiani con trasformazione digitale e sostenibilità.

È un cambio di prospettiva potente: invece di chiedere “quanta digitalizzazione?”, chiede “quanto digitale usato bene… e per cosa?”.

Perché è un punto di riferimento (anche per RUDI, ETS e PA)

Guardandola da fuori, la Fondazione sembra offrire tre cose che nel Terzo Settore e nella PA spesso mancano (o arrivano a fatica): cornici, strumenti, linguaggio comune.

  • Cornici: un impianto valoriale che collega digitale e sostenibilità senza moralismi, ma con criteri (persona, inclusione, impatti, competenze).
  • Strumenti: eventi, gruppi di lavoro, indirizzi operativi (es. comunicazione digitale sostenibile; direttrici strategiche su dati, energia, competenze).
  • Linguaggio comune: una piattaforma che mette in dialogo imprese, PA, università e (potenzialmente) ETS, riducendo il rischio “torre di Babele” tra chi parla di tecnologia e chi parla di impatto.

Dal Manifesto ai numeri: Osservatorio, DiSI™ e perché interessa (davvero) a ETS, PA e imprese

Dopo aver guardato la Fondazione “da fuori” (missione, rete, direttrici di lavoro), la seconda cosa che colpisce è che qui non ci si ferma ai princìpi: si costruiscono strumenti pubblici di lettura del Paese. Il più utile, per chi lavora con policy, progetti e cambiamento sociale, è l’Osservatorio sulla Sostenibilità Digitale e il suo indice: il DiSI™ – Digital Sustainability Index.

Cos’è il DiSI™ (e cosa non è)

Il DiSI™ viene presentato come il primo indice che misura il livello di uso consapevole del digitale per la sostenibilità. Tradotto: non è una gara a “chi ha più app”, né una fotografia dell’infrastruttura digitale. È una misura della consapevolezza e dell’uso conseguente del digitale come leva per comportamenti sostenibili.

Questa impostazione spiega un punto chiave (e un po’ “spiazzante”): dalla classifica regionale emerge un’Italia diversa da quella raccontata da altri indicatori di digitalizzazione, proprio perché qui il focus è digitale-funzionale-alla-sostenibilità, non “digitale e basta”.

Come lo applicano: regioni, confrontabilità e ambiti verticali

L’applicazione regionale è stata pensata per rendere i dati comparabili tra territori: il DiSI™ regionale nasce dal rapporto tra popolazione “sostenibile digitale” e tre riferimenti (popolazione digitale e sostenibile; popolazione sostenibile; popolazione totale), sintetizzati poi in un indice unico.

In più, l’Osservatorio misura la sostenibilità digitale dei cittadini in diversi ambiti verticali (tra cui: commercio, energia e ambiente, mobilità, salute, smart working, food, turismo). È una scelta molto utile perché “ancora” l’analisi a comportamenti e contesti reali, non a opinioni astratte.

Gli italiani “in quadranti”: segmentazione pronta all’uso

La matrice è semplice (e potentissima): asse digitale (analogici/digitali) + asse sostenibilità (sostenibili/insostenibili). Ne escono 4 cluster:

  • Insostenibili Analogici (31%): quota più ampia; profilo più spesso femminile, >44 anni, diplomate, reddito fino a 40k, piccoli/medi centri del Sud e Isole.
  • Sostenibili Digitali (26%): più spesso uomini 18–44, laureati, reddito >30k, grandi centri urbani Centro/Nord-Est.
  • Insostenibili Digitali (25%): uomini 18–44, diplomati/laureati, reddito fino a 30k, grandi centri urbani Nord-Ovest e Sud/Isole.
  • Sostenibili Analogici (18%): uomini e donne >44, titolo medio-basso, piccoli centri urbani Nord e Centro.

Per RUDI questa è già una “cassettina degli attrezzi”: ti dice a chi stai parlando e quale combinazione di barriere/leve hai davanti (competenze, fiducia, accessibilità, motivazioni).

La lettura regionale: il paradosso utile

Il DiSI™ racconta bene un paradosso che in PA/ETS vediamo ogni giorno: territori anche digitalmente avanzati possono non trasformare quella capacità in comportamenti sostenibili, e viceversa territori con vincoli infrastrutturali possono mostrare una consapevolezza alta del legame tra digitale e sostenibilità.
Nel racconto della Fondazione, ad esempio, Trentino-Alto Adige risulta in testa per buona digitalizzazione e alto coefficiente di cittadini consapevoli; Molise spicca perché, pur con bassa digitalizzazione, avrebbe un’alta quota di cittadini che attribuiscono grande importanza a sostenibilità e digitale come strumento.

E qui arriva la frase che, per una consulente come te, vale un evidenziatore giallo fluo: l’indice non descrive “quanto digitale”, ma quanto il digitale viene usato (e pensato) come leva di sostenibilità.

Perché è un riferimento strategico per ETS, PA e imprese (in 5 mosse)

  1. PA: puoi usare i quadranti per progettare servizi digitali sostenibili con logiche di accessibilità, inclusione e riduzione delle disuguaglianze (non “one size fits nobody”).
  2. ETS: ti aiuta a costruire azioni di engagement e fundraising data-informed: messaggi e strumenti diversi per “analogici sostenibili” vs “digitali insostenibili”.
  3. Imprese: offre una lente chiara per collegare trasformazione digitale, capitale umano, governance dei dati e sostenibilità (temi emersi anche negli Stati Generali 2025). FINAL-STATI-GENERALI-2025
  4. Formazione: orienta i contenuti su consapevolezza e comportamenti (non solo competenze tecniche).
  5. Misurazione e reporting: ti dà categorie e logiche comparabili per costruire indicatori “parlanti” (anche in percorsi ESG/SDG) senza inventare tassonomie da zero.

Ponte editoriale: la collana e i saggi come “infrastruttura culturale”

Accanto ai dati, la Fondazione lavora molto sul frame culturale (che poi è ciò che cambia i comportamenti). Nella collana emergono tre tasselli che, per l’articolo di RUDI, puoi usare come “spina dorsale”:

  • Stefano Epifani, Sostenibilità Digitale: perché la sostenibilità non può fare a meno della trasformazione digitale (2020, Digital Transformation Institute).
  • Giuliano Castigliego, Inconscio Digitale e Sostenibilità: Per una psicopatologia della vita quotidiana digitale (2023, Digital Transformation Institute).
  • Stefano Epifani, Il Teatro delle Macchine Pensanti – 10 falsi miti sull’intelligenza artificiale e come superarli (2025, Digital Transformation Institute). book.sostenibilitadigitale.it

Dalla cornice ai segnali: perché la Fondazione è un osservatorio utile per il Paese

Dopo aver inquadrato, nella prima parte, l’identità della Fondazione per la Sostenibilità Digitale e, nella seconda, lo strumento del DiSI™ e la logica dei quadranti, vale la pena chiudere con una lettura “da fuori” di ciò che questa realtà sta facendo nel panorama italiano: costruire un punto di riferimento in cui digitale e sostenibilità smettono di essere due agende separate.

Il valore del formato “community”: quando il digitale diventa governance

Uno degli elementi più distintivi che emerge dai materiali pubblici è la scelta di lavorare come community: gli Stati Generali della Sostenibilità Digitale sono descritti come un contesto che coinvolge oltre 100 figure apicali (CIO e ruoli affini) e che produce una sintesi di priorità e direttrici strategiche. Questa impostazione sposta il baricentro dal “convegno” alla governance del cambiamento: decisioni, responsabilità, trade-off, e non solo dichiarazioni di principio.

Nel comunicato 2025 vengono indicate sei direttrici che toccano nodi strutturali: energia (anche in relazione all’IA), supply chain e infrastrutture, valore dei dati, talenti e competenze, integrazione tra transizione verde e digitale, e un contesto di multipolarità che cambia le regole del gioco. Sono temi pubblici e utili perché rendono chiaro che la sostenibilità digitale non è un “progetto”, ma una condizione sistemica.

Un ponte esplicito verso la Pubblica Amministrazione

Un altro segnale rilevante, soprattutto per chi lavora con enti pubblici, è il riferimento a iniziative e collaborazioni che riguardano la Pubblica Amministrazione, citando un lavoro con Assinter Italia sui punti di contatto tra sostenibilità e “congruità” nella PA. È un passaggio importante perché indica la volontà di far dialogare la sostenibilità digitale con il perimetro dell’accountability pubblica e della qualità delle scelte. fondazione_manifesto_comunicazi…

La comunicazione come parte del problema (e della soluzione)

La Fondazione non tratta la comunicazione come un tema “accessorio”. Nei materiali 2025 viene indicata la nascita del Gruppo per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione, con l’intento di definire indirizzi e strumenti per rendere la comunicazione digitale più responsabile, contrastare disinformazione e favorire inclusione.

In parallelo, il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione rende esplicito un punto che spesso viene sottovalutato: i canali digitali non sono neutri, e la sostenibilità passa anche da persona, accessibilità, trasparenza, benessere digitale, oltre alla riduzione degli impatti ambientali.

“Infrastruttura culturale”: i saggi come bussola pubblica

Accanto ai dati e alle direttrici, emerge un lavoro di “infrastruttura culturale” attraverso pubblicazioni: un modo per evitare che l’innovazione tecnologica venga raccontata solo in chiave di hype o paura. In questo filone rientrano i testi attribuiti a Stefano Epifani (Sostenibilità Digitale, 2020; Il Teatro delle Macchine Pensanti, 2025) e la raccolta di Giuliano Castigliego (Inconscio Digitale e Sostenibilità, 2023).

Un punto di chiusura (e un ponte)

Guardata dall’esterno, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale sembra operare su una traiettoria chiara: mettere insieme principi, misurazione (DiSI™), community decisionale e indirizzi operativi. È una combinazione rara, perché tiene insieme ciò che spesso viene separato: la dimensione tecnica, la dimensione sociale e la dimensione istituzionale.

Io sono arrivata a questo evento perché invitata da Giuliano Castigliego per seguire il suo intervento; e proprio da qui nasce il mio prossimo passo: un’intervista dedicata, per approfondire il tema della relazione tra vita digitale, vulnerabilità e consapevolezza, con un taglio serio e utile (non “da effetto speciale”).

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