di Julia Hoffmann | RUDI Lab
«Il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi». La frase è dell’attivista canadese Judith Snow, ed è la frase con cui VITA apre il suo numero di giugno, interamente dedicato alla disabilità. Non è un caso che la citazione sia questa e non un’altra: sposta il problema da dove siamo abituati a metterlo — il corpo, la condizione, il limite individuale — a dove il problema effettivamente si genera, ovvero nel modo in cui progettiamo scuole, lavori, città, servizi, leggi.
È una distinzione che a RUDI Lab ci interessa da vicino, perché è la stessa distinzione su cui lavoriamo ogni volta che valutiamo l’impatto di un progetto sociale: il problema non è quasi mai “la persona che non ce la fa”, è il sistema che non è stato disegnato per accoglierla. E quando il numero di VITA racconta storie di lavoro, scuola, casa, sport, cooperazione internazionale, il filo che le tiene insieme non è la disabilità in sé, ma la domanda che vale per qualsiasi politica pubblica: quando arriva il sostegno giusto, e per quanto tempo dura?
Tre fotografie, un solo problema
Mettiamo in fila tre piani, apparentemente distanti, che in realtà raccontano la stessa cosa.

Il lavoro. Il Cnel fotografa un tasso di occupazione del 33% tra le persone con “gravi limitazioni”, che sale al 57% con limitazioni non gravi e al 62% tra le persone senza limitazioni. Nel 2023 erano previste 588.429 posizioni dalla legge 68/1999: 178.328, il 30,3%, sono rimaste scoperte. Gli avviamenti al lavoro tramite collocamento mirato crescono (+7% circa sul 2022), ma restano una frazione di ciò che la legge prevederebbe. Il quadro europeo, con dati Ilo, non è più incoraggiante: in Italia solo il 31,3% delle persone con disabilità in età lavorativa ha un’occupazione, contro una media europea che supera il 50%; nel Mezzogiorno il tasso scende al 18,9%.

La scuola. Istat conta 377mila alunni con disabilità nell’anno scolastico 2024/2025 (il 4,8% degli studenti), che ricevono in media 15,8 ore di sostegno a settimana — tanto poco che il 5,3% delle famiglie arriva a fare ricorso al Tar. Su 261mila insegnanti di sostegno, il 22% è privo di specializzazione. E l’accessibilità fisica resta indietro: solo una scuola su tre è accessibile per alunni con disabilità motoria, con un divario territoriale netto tra Nord (36%) e Mezzogiorno (27%).

Il dopo-scuola, il dopo-lavoro, il “dopo di noi”. È qui che il quadro si fa più scomodo. Il Pnrr ha destinato 500 milioni di euro ai “Percorsi di autonomia per persone con disabilità”, da spendere e rendicontare entro il 30 giugno 2026. Ne sono stati spesi, finora, 71,3 milioni (fonte Openpolis). Non è un problema di fondi assenti: è un problema di fondi che arrivano, e poi restano fermi. Lo dice senza mezzi termini Nunzia Coppedè, presidente di Fish Calabria, intervistata proprio da VITA: «I fondi c’erano. Li abbiamo rimandati indietro». Non per assenza di bisogno, ma perché mancano le competenze per gestirli, e perché — sono parole sue — «non è ancora chiaro che il tempo dell’assistenzialismo è passato».
Tre fotografie diverse, un solo problema di fondo: le risorse — normative, economiche, culturali — esistono, ma arrivano nel momento sbagliato, o restano bloccate nel passaggio tra lo stanziarle e il farle diventare vita reale delle persone.
Il nodo del “durante e dopo di noi”
C’è una domanda che accompagna da quarant’anni le famiglie italiane con un figlio o una figlia con disabilità grave, e che la Fondazione Nazionale Anffas — che nel 1984 ha coniato il termine stesso “Dopo di Noi” — ha reso il cuore della propria missione: «Chi si prenderà cura dei nostri figli quando noi non saremo più in grado di occuparcene o non ci saremo più?».
La legge 112/2016, nota appunto come legge sul “Dopo di noi”, ha introdotto per la prima volta in Italia tutele specifiche per queste situazioni. A dieci anni di distanza, però, anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli riconosce che il lavoro non è finito: parlando a maggio 2026 al Festival dell’Economia di Trento, ha detto che serve fare di più, perché finché non si inizia a vedere le persone con disabilità come un investimento e non come un costo, «non andiamo da nessuna parte».
È un’ammissione importante, perché arriva da chi gestisce direttamente il Fondo Unico per l’inclusione delle persone con disabilità — che nel triennio 2025-2027 supera 1,3 miliardi di euro, la dotazione più alta mai stanziata. Il problema, quindi, non è (solo) quanto si stanzia. È che gran parte dell’architettura resta orientata a intervenire dopo — dopo che il sostegno familiare viene meno, dopo la diagnosi, dopo l’emergenza — invece di costruire, fin dal “durante”, percorsi di autonomia che riducano la frattura del “dopo”.
Non a caso, il tavolo tecnico coordinato dal ministero per la revisione della legge 112/2016 si muove proprio in questa direzione: ampliare il concetto di “Dopo di noi” valorizzando la dimensione del “Durante noi”, per permettere alle persone con disabilità di costruire progressivamente, lungo tutta la vita, il proprio progetto di autonomia — anziché rincorrerla in emergenza quando il sostegno familiare si esaurisce.
Perché è un problema di tempo, non (solo) di risorse
È qui che il numero di VITA, letto con gli strumenti con cui lavoriamo su Variabile Tempo, restituisce qualcosa in più della cronaca del singolo mese. La domanda che ci poniamo lavorando su valutazione d’impatto e progettazione sociale è sempre la stessa: quando un intervento produce effetto, e per quanto tempo quell’effetto tiene? Il caso della disabilità in Italia è un caso di scuola.
I fondi Pnrr fermi al 14% della spesa prevista non sono un problema di scarsità: sono un problema di capacità di spesa in un tempo dato, spesso perché — come segnala la stessa Coppedè — le istituzioni locali non hanno gli strumenti tecnici per trasformare uno stanziamento in un servizio reale entro la scadenza. Il decreto legislativo 62/2024, che introduce il progetto di vita personalizzato, è un tentativo esplicito di correggere questa distorsione: mettere la persona con disabilità, e non il “menù” di servizi esistenti, al centro della progettazione. Ma anche qui il nodo è temporale: fare sette o otto incontri di ascolto in pochi mesi, come racconta un’assistente sociale del Comune di Bologna coinvolta nella sperimentazione, «è bellissimo e motivante per noi operatori, ma difficilmente compatibile con la vita reale dei servizi».
La lezione che ne ricaviamo è semplice da enunciare e complessa da realizzare: una politica pubblica ben finanziata ma mal temporizzata — che interviene troppo tardi, o che pretende risultati troppo in fretta rispetto ai tempi reali delle persone e delle istituzioni — produce lo stesso fallimento di una politica sottofinanziata. Il tempo, in questo senso, non è una variabile di contorno nella valutazione d’impatto sociale: è una delle leve su cui si decide se un intervento funziona o no.
Cosa ci portiamo a casa
Il numero di VITA chiude idealmente il cerchio con una parola che ricorre più volte nelle testimonianze raccolte: interdipendenza. Non l’autonomia assoluta come traguardo, ma il riconoscimento che tutti — persone con disabilità e no — dipendiamo da reti di relazioni, sostegni, tempi condivisi. È lo stesso principio che, tradotto nel linguaggio della valutazione d’impatto, chiamiamo sostenibilità nel tempo di un intervento sociale: non basta l’erogazione puntuale di una risorsa, serve un’architettura che accompagni la persona lungo l’intero arco della vita, e non solo nel momento dell’emergenza.
Per chi lavora, come RUDI Lab, sul confine tra Terzo settore, filantropia e impact finance, il caso disabilità offre un banco di prova concreto per una tesi che portiamo avanti da tempo: misurare l’impatto sociale senza misurare quando e per quanto tempo quell’impatto si produce significa raccontare solo metà della storia.