L’Italia è fuori traiettoria. Ma esiste un’infrastruttura viva che può ancora rimetterla in cammino — se non resta invisibile.

C’è una parte del Terzo Settore — non tutta, ma quella che agisce con visione sistemica, responsabilità e continuità — che oggi sta già costruendo ciò che l’Italia dichiara di voler raggiungere entro il 2030: modelli di transizione reale, non retorica. È una minoranza, sì. Ma è una minoranza che opera come infrastruttura sociale e democratica, anticipando ciò che il Paese dovrà necessariamente diventare per restare coeso.

Proprio per rispetto verso questa parte viva della società, il Rapporto ASviS 2025 va letto senza difese.
Non siamo in semplice ritardo: l’Italia è fuori traiettoria. Secondo ASviS, oltre la metà dei 38 target italiani al 2030 non è raggiungibile. E i Goal in arretramento non riguardano solo l’ambiente: tra i più critici ci sono la povertà (Goal 1), le disuguaglianze (Goal 10), la tenuta delle istituzioni democratiche (Goal 16) e la capacità di costruire partnership globali (Goal 17). Esattamente le fondamenta di un Paese che può dire di avere un futuro.

In più, il Rapporto richiama un dato globale ancora più netto: solo il 18% dei target dell’Agenda 2030 risulta oggi in linea con gli obiettivi ONU. Non è una curva lenta: è una deviazione strutturale. E non per carenza di soluzioni, ma per assenza di coerenza e regia politica.

Ed è importante chiarire questo punto: ASviS non dedica spazio alle esperienze virtuose dal basso non per dimenticanza, ma per scelta consapevole.
Perché riconoscere le buone pratiche senza cambiare la postura istituzionale rischia di trasformarle in alibi.
Questo tema — già sollevato da tempo nei tavoli di confronto più avanzati, come Social Value Italia — oggi risuona con forza nel contesto della consultazione aperta dal MEF sul Piano per l’Economia Sociale: il problema non è valorizzare, ma riconoscere politicamente ciò che è già infrastruttura di sistema.

Se il Rapporto ASviS assume questa durezza, è perché il problema oggi non è la mancanza di iniziative, ma la distanza tra chi realmente genera soluzioni e chi definisce le politiche.
Il nodo non è “dare voce” ai territori, ma riconoscere che una parte dell’economia sociale è già oggi un’infrastruttura di tenuta democratica e innovazione istituzionale, non un settore da consultare a valle.

In questo senso, leggere ASviS mentre è aperta la consultazione del MEF sul Piano per l’Economia Sociale non è un esercizio tecnico: è una verifica politica sul Paese.
Quella consultazione non può ridursi a una raccolta di contributi, ma diventare il luogo in cui si decide se integrare realmente queste energie nella regia nazionale, o continuare a trattarle come “complemento”, pur sapendo che — nei fatti — sono loro a mantenere vivo il patto sociale.

La responsabilità ora è doppia.
Da parte delle istituzioni, che devono aprire spazi di decisione, non solo di ascolto. Ma anche da parte delle organizzazioni più mature dell’economia sociale, che non possono limitarsi a testimoniare: devono indicare direzione, non solo fabbisogni.
Non basta chiedere risorse. Serve chiedere struttura, visione, coerenza di mandato.
Perché il punto non è “essere riconosciuti”, ma essere messi in condizione di incidere sulla forma del futuro nazionale.

l Rapporto ASviS 2025, letto insieme alla consultazione sull’Economia Sociale, ci pone davanti a un passaggio non più rinviabile.
O l’Italia riconosce che una parte dell’economia sociale non è più semplice erogatrice di servizi, ma infrastruttura anticipatrice di futuro, e la integra nella regia strategica del Paese — oppure continuerà a generare innovazione viva nei margini, mentre il centro decisionale resterà in una logica di inerzia.

Non si tratta di celebrare ciò che funziona, ma di decidere se ciò che funziona avrà la forza di diventare sistema, o sarà lasciato a reggere, da solo, le fratture generate da un modello in ritardo.
Il tempo della testimonianza è finito. Quello della co-governance responsabile deve iniziare ora.

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