
Ci sono festival che programmano eventi. E poi ci sono esperienze culturali che, nel tempo, smettono di essere solo eventi e diventano infrastrutture civiche.
Trame, il Festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, appartiene a questa seconda categoria. La sua XV edizione, dedicata a “Terra e libertà”, non è soltanto un calendario di incontri, libri, testimonianze, spettacoli, documentari e momenti pubblici. È il momento più visibile di un lavoro culturale e civile che vive durante tutto l’anno: un presidio stabile di conoscenza, responsabilità, confronto e costruzione di comunità.
E proprio il numero — quindici — è il punto da cui partirei. Tre lustri non sono un dato anagrafico da celebrare e basta: sono una soglia significativa. Un’esperienza giovane ha intenzioni da raccontare; Trame ha una storia che può essere osservata, letta e valorizzata. Quindici edizioni significano quindici anni di relazioni, presenze, reti attivate, scuole coinvolte, agende pubbliche sollecitate, linguaggi costruiti, comunità raggiunte.
Significano, cioè, materiale sufficiente per una domanda che oggi appare matura: quale valore ha generato Trame sul territorio? E come può essere osservato, riconosciuto e progressivamente raccontato anche attraverso una grammatica dell’impatto?
Perché l’impatto di una realtà come Trame non si esaurisce nel numero di eventi realizzati, negli ospiti coinvolti o nelle persone presenti nelle piazze. Questi dati contano, ma sono solo il primo livello: quello degli output, le attività visibili e immediatamente documentabili.
Il valore più profondo si colloca altrove. Sta nella capacità di modificare percezioni, generare consapevolezza, rafforzare reti, attivare responsabilità pubbliche, produrre linguaggi condivisi, dare spazio a voci che restano ai margini, trasformare una città in luogo di confronto nazionale ed internazionale.
In questi anni, Trame ha costruito una grammatica civile. Ha reso Lamezia Terme non solo lo scenario di un festival, ma un luogo in cui si parla di mafie, economia, lavoro, diritti, informazione, libertà, territori, conflitti e comunità. Ha portato al centro il rapporto tra criminalità organizzata e vita quotidiana, tra potere e vulnerabilità, tra memoria e futuro. E ha mostrato una cosa che vale la pena tenere come filo di tutto il ragionamento: l’antimafia non può essere soltanto denuncia. Deve diventare cultura pubblica, educazione, economia legale, alleanza territoriale, capacità di immaginare alternative.
La legalità, in questa lettura, non è un valore astratto accanto agli altri: è la precondizione perché tutti gli altri — lavoro dignitoso, impresa sana, sviluppo locale, libertà educativa e partecipazione democratica — siano anche solo pensabili.
In questo senso, Trame produce almeno cinque forme di impatto.
La prima è un impatto culturale ed educativo. Ogni incontro, ogni libro, ogni testimonianza costruisce conoscenza. Non astratta, ma incarnata nei territori, nelle storie, nelle responsabilità personali e collettive. È decisivo soprattutto per le giovani generazioni, perché rende comprensibile che la legalità non è un principio retorico, ma una condizione concreta di libertà, dignità e possibilità.
La seconda è un impatto narrativo e reputazionale. Territori come la Calabria, Lamezia, San Luca e molte aree interne vengono spesso raccontati dall’esterno attraverso categorie semplificate: marginalità, criminalità, arretratezza, emergenza. Trame apre invece narrazioni più complesse, più vere, più giuste. Non nega le ferite, ma evita che le ferite diventino l’unica identità possibile, liberando le comunità positive spesso schiacciate tra stigma esterno e potere criminale interno.

“Il lato oscuro della Germania” con Ruggero Scaturro (GI-TOC), Anna Sergi (Università di Bologna), Judith Eisinger (mafianeindanke) e Michael Braun (TAZ)
La terza è un impatto relazionale. Una realtà come Trame non mette semplicemente insieme relatori e pubblico: connette mondi — giornalisti, magistrati, scrittori, ricercatori, amministratori, associazioni, scuole, imprese, cittadini, volontari, operatori culturali. Questa rete non è accessoria: è parte dell’impatto. Dove cresce la qualità delle relazioni, cresce la capacità del territorio di leggere i propri bisogni, nominare i propri conflitti e attivare risposte comuni.
Le parole di Nuccio Iovene, Presidente della Fondazione Trame ETS, aiutano a leggere la profondità organizzativa di questo percorso: la quindicesima edizione arriva dopo “il lungo cammino percorso” e dentro un consolidamento fatto di partner più numerosi, sponsor, patrocini istituzionali e una rete sempre più ampia di realtà sociali coinvolte in progetti comuni come Umanità in ricerca, Intrecci e progetto Hubs. È proprio questa rete, più che il singolo evento, a costituire una delle evidenze principali dell’impatto generato.
La quarta è un impatto civico e istituzionale. Alcuni temi portati dentro Trame — dall’abitare al superamento del campo di Scordovillo, dalle aree interne alla libertà dell’informazione, dall’economia legale alla dignità del lavoro — non sono temi da convegno. Sono questioni pubbliche: richiedono governance, continuità, responsabilità condivisa, alleanze tra istituzioni e società civile. Trame diventa così uno spazio in cui i problemi non vengono solo denunciati, ma resi visibili come agenda collettiva.
Wanda Ferro, Sottosegretario al Ministero dell’Interno, ha sintetizzato bene il nodo civico dell’antimafia: l’Italia dispone di strumenti normativi e investigativi importanti, ma “non è una norma, da sola, a cambiare la storia”. La storia, ha ricordato, si cambia con il contributo congiunto di istituzioni, cittadini e responsabilità diffuse.
La quinta è un impatto trasformativo, il più difficile da misurare e forse il più importante. Trame contribuisce a rendere pensabile un altro modo di abitare i territori. Non produce da sola il cambiamento, ma crea le condizioni perché il cambiamento possa essere nominato, discusso, desiderato e organizzato. In territori attraversati da sfiducia, isolamento, paura o rassegnazione, questa è già una forma decisiva di infrastruttura democratica.
C’è però una domanda che, dopo quindici anni, diventa sempre più importante: come si sostiene nel tempo un presidio civico di questa natura?
“Abitiamo il lamentino” Marina Galati (Comunità Progetto Sud), Nuccio Iovene (Fondazione Trame), Antonio Ciniero (Università del Salento e Consorzio Nova), Giuseppina Imbrogno (Università della Calabria), Damiano Berlingieri (Mediatore culturale intrecci Abitiamo il Lamentino ATS). Clicca per vedere la: Presentazione del progetto inclusione ed integrazione dei cittadini di origine rom residenti in località Scordovillo del Comune di Lamezia e primo video del progetto a cura del regista Mario Vitale.
Le infrastrutture culturali e civiche vivono spesso dentro equilibri fragili: risorse discontinue, progettualità da rinnovare, alleanze da consolidare, attenzione pubblica da mantenere viva. Per questo riconoscere e leggere il valore generato non è un esercizio di vanità, né una forma di rendicontazione fredda. È una condizione per rafforzare sostenibilità, alleanze, fiducia e capacità di attrarre sostegno pubblico, filantropico, civico e d’impresa.
Non si sostiene in modo continuativo ciò che non si riesce a rendere visibile. E Trame, dopo quindici anni, ha moltissimo valore da rendere ancora più visibile.
Per questo sarebbe prezioso avviare un lavoro strutturato di lettura e valorizzazione dell’impatto. Non per ridurre la ricchezza di Trame a numeri, né per trasformare la cultura in procedura. Al contrario: per rendere visibile ciò che spesso resta implicito — il valore sociale, educativo, reputazionale, economico e istituzionale che un’esperienza come questa genera nel tempo.
Anche Roberto Occhiuto, Presidente della Regione Calabria, ha riconosciuto la necessità di sostenere progetti culturali stabili, capaci di proseguire oltre la sei giorni del festival. Le sue parole — “sarebbe bello che il lavoro di Trame potesse continuare anche al di là dei giorni del festival” — rafforzano esattamente questa prospettiva: Trame non come appuntamento isolato, ma come infrastruttura culturale da sostenere nel tempo.
Un possibile percorso potrebbe partire da alcune domande semplici ma decisive. Quante persone vengono coinvolte ogni anno, e da dove arrivano? Quali pubblici intercetta Trame? Quali scuole, associazioni, reti e istituzioni vengono attivate? Quali temi entrano nell’agenda pubblica grazie a questo lavoro? Quali competenze crescono nei volontari, nei giovani, negli operatori culturali? Quali relazioni continuano dopo i giorni del festival? Come cambia, nei partecipanti, la percezione della città e del territorio? Quale valore economico, diretto e indiretto, viene generato per la comunità locale? Quale capitale reputazionale viene prodotto per Lamezia e per la Calabria?
A queste domande si può rispondere con un sistema leggero ma rigoroso: raccolta dati, questionari, interviste, stakeholder mapping, analisi delle reti, lettura della rassegna stampa, monitoraggio delle collaborazioni, ascolto dei volontari, restituzione pubblica.
Il percorso potrebbe procedere in due tempi. Il primo passo, proprio nell’anno del quindicesimo, potrebbe essere una lettura retrospettiva dell’impatto: dare forma a ciò che quindici anni hanno prodotto, restituendolo in un primo documento di sintesi, racconto e valorizzazione. Sarebbe un modo autentico di celebrare un anniversario: non solo con la memoria del traguardo, ma con l’evidenza di ciò che si è generato.
Il secondo passo, da lì in avanti, potrebbe essere collegare questa lettura a una pratica più ricorrente di rendicontazione e accountability, anche attraverso il Bilancio sociale. Non come semplice documento amministrativo, ma come strumento vivo di posizionamento, racconto strategico, dialogo con gli stakeholder e costruzione di fiducia.
Il risultato non sarebbe un documento autoreferenziale, ma uno strumento di sviluppo. Un modo per dire con più forza che la cultura antimafia non è solo testimonianza, ma investimento sociale. Che Trame non è solo programmazione culturale, ma costruzione di capitale civile. Che la comunicazione, quando è radicata e coerente, non serve soltanto a raccontare ciò che accade: serve a produrre realtà, legami, fiducia e futuro.
Patrizia Di Dio, Vicepresidente nazionale di Confcommercio con delega alla Legalità, ha offerto una definizione particolarmente efficace: la legalità non è “soltanto assenza di reati, ma presenza di responsabilità”. Dove c’è impresa sana, ha ricordato, ci sono lavoro, dignità e futuro; e dove crescono lavoro e opportunità, le mafie trovano meno spazio.
Trame ha già una capacità comunicativa forte, riconoscibile, autorevole. Un possibile passaggio evolutivo potrebbe essere affiancare alla narrazione anche una grammatica dell’impatto. Perché ciò che Trame genera merita di essere non solo raccontato, ma riconosciuto. E ciò che viene riconosciuto può diventare più forte, più sostenibile, più condiviso.
In un tempo in cui molti territori rischiano di essere descritti solo attraverso le loro fragilità, Trame mostra che esiste un’altra possibilità: trasformare la conoscenza in presidio, la memoria in responsabilità, la parola pubblica in infrastruttura democratica.
Forse è proprio questo uno degli impatti più profondi di Trame: restituire ai territori la possibilità di essere letti non solo per ciò che li ferisce, ma per ciò che (ancora) possono generare.