Quando i dati diventano accessibili.

Uno strumento nato per trasformare PDF, frammentazione e opacità in lettura utile, confronto e decisione.

Michelangelo Gigli opera nel campo del fundraising e della formazione, con competenze che intrecciano sviluppo organizzativo, CRM, SEO e analisi dei dati. Il suo lavoro sulla piattaforma dedicata al 5×1000 nasce dall’esigenza di rendere più accessibili e utili informazioni pubbliche rilevanti per enti, professionisti e organizzazioni del nonprofit.

Intervista di Julia Hoffmann

Julia: Prima di entrare nel merito, ci tengo davvero a ringraziarti per il lavoro fatto, perché il tentativo di rendere più accessibili, leggibili e analizzabili dati che per molto tempo sono stati dispersi, poco confrontabili o pubblicati in formati poco fruibili rappresenta, a mio avviso, uno strumento straordinario per tutto il settore. Per anni, infatti, il problema non è stato solo la mancanza di dati, ma soprattutto la difficoltà di usarli davvero. Penso al lavoro portato avanti in ASSIF, attraverso il contributo di Nicola Bedogni, ma anche al fatto che nel tempo diverse realtà — come NP Solutions, l’Osservatorio e la stessa VITA — abbiano cercato di dare maggiore leggibilità a questo patrimonio informativo. Vorrei partire proprio da qui: oggi siamo davvero in una fase diversa?

Michelangelo: Ciao Julia, grazie a te per questa possibilità. Il lavoro fatto da ASSIF, NP Solutions e VITA è stato fondamentale, anche come presa di consapevolezza collettiva: ha messo il tema sul tavolo, ha detto ad alta voce che c’era un problema. Nonostante questo, però, dal lato dell’Agenzia delle Entrate non è cambiato nulla. I dati del 5 per mille vengono ancora pubblicati in PDF da centinaia di pagine, con formati che cambiano da un anno all’altro, errori nei nomi delle regioni, colonne che si spostano.

In realtà, la prima volta che ho potuto constatare queste problematiche operativamente parlando è stato quando lavoravo con Valerio Melandri (Diretto del Master in Fundraising). Al tempo, il Festival del Fundraising organizzò un evento proprio sul 5×1000 e avevamo necessità di raccogliere dei dati per questa formazione. Alla fine siamo riusciti a calcolare dati interessanti ma con molta fatica, una semplice analisi ha richiesto diversi giorni di lavoro proprio perché i dati erano stati presentati molto male. Per fortuna, al tempo, ci venne in aiuto proprio Assif che offriva un file di excel ben sistemato, a differenza dei PDF dell’Agenzia delle Entrate.

Siamo in una fase diversa? Per quanto riguarda lo Stato, mi sembra proprio di no. La novità vera è che oggi abbiamo strumenti — dall’intelligenza artificiale agli script di estrazione automatica — che permettono a un singolo individuo con un minimo di competenze di programmazione di fare quello che prima richiedeva un intero team. Il punto però è un altro: è possibile che i privati debbano sistemare i dati pubblici? È possibile che dati pagati con le nostre tasse, che per legge devono essere accessibili, richiedano mesi di lavoro volontario per diventare usabili?

Quanto è stato importante il lavoro di chi, nel tempo, ha provato a renderli più leggibili — da ASSIF e Nicola Bedogni a realtà come NP Solutions e VITA?

Questo è il problema di fondo che ha lo Stato nel fornire dati ai cittadini, e non riguarda solo il 5 per mille. Pensiamo ai dati sulla sanità e alla loro importanza: trasmessi in ritardo, presentati male, incomprensibili per una persona comune. Chiunque abbia una conoscenza anche minima di analisi dei dati capisce che non si possono pubblicare queste tipologie di numeri su semplici PDF o file Excel senza struttura.

Il lavoro di chi ha insistito su questo tema negli anni è stato cruciale per un motivo preciso: ha reso visibile quanto la trasparenza del 5 per mille fosse solo sulla carta. Un PDF di 700 pagine resta un muro, anche se tecnicamente è pubblico. E averlo detto, ripetuto, documentato, ha creato la consapevolezza senza la quale strumenti come risultati5x1000.it non avrebbero senso. Già dare accesso a un database strutturato, anche solo SQL, sarebbe un passo avanti enorme rispetto alla situazione attuale.

E soprattutto ha creato un’aspettativa. Prima, l’idea che i dati del 5 per mille dovessero essere leggibili e confrontabili non era nemmeno un tema. Oggi lo è. E quando un’aspettativa si radica, diventa una leva di pressione. Lo vediamo soprattutto nelle organizzazioni che si occupano di diritti civili e libertà individuali, che su questo terreno hanno una sensibilità quasi naturale: per loro la trasparenza dei dati pubblici è una battaglia coerente con tutto il resto. Sono spesso le prime a fare pressione, a chiedere formati aperti, a usare i dati come strumento di advocacy. In altri settori del nonprofit questa consapevolezza sta crescendo, ma è ancora più frammentata.

Oggi, quello che è cambiato davvero è la tecnologia: con l’AI e strumenti di estrazione avanzati, un singolo sviluppatore può fare in settimane ciò che prima richiedeva mesi e un budget significativo. E poi c’è una domanda più matura: fundraiser, ricercatori, giornalisti sanno che quei dati esistono e si aspettano di poterli usare. Il mio sito, per esempio, permette di confrontare fino a 8 enti su 19 anni di storico con grafici interattivi, oppure di esplorare la distribuzione territoriale del 5 per mille comune per comune. Queste cose prima semplicemente non esistevano in forma accessibile e gratuita.

A questo punto ti chiederei una distinzione importante: oggi il problema principale è ancora recuperare i dati, oppure il tema si è spostato sulla capacità di interpretarli e usarli strategicamente?

In realtà il tema del recupero dati è ancora vivissimo. Non è cambiato niente per quanto riguarda lo Stato lato 5 per mille. I dati sono ancora pubblicati in PDF e probabilmente continueranno ad esserlo. Ogni anno bisogna ripetere il lavoro di estrazione, pulizia e normalizzazione (anche sugli anni precedenti in realtà poiché spesso l’AG aggiorna report molto vecchi).

Detto questo, il problema si sta sdoppiando. C’è ancora chi non riesce nemmeno ad accedere ai dati grezzi, e chi finalmente ci accede spesso non sa come leggerli in chiave strategica. Sono due problemi diversi che convivono, e la piattaforma che ho creato cerca di rispondere a entrambi: rende i dati accessibili con la ricerca e i filtri, ma offre anche strumenti di analisigrafici comparativi, dashboard, classifiche territoriali, e un assistente AI a cui puoi fare domande dirette — che aiutano a passare dal numero alla decisione.

Dipende molto dalle dimensioni e dalla cultura organizzativa. Le grandi organizzazioni hanno team interni che usano i dati in modo sofisticato per pianificare campagne, segmentare i donatori, misurare i ritorni. Per loro il 5 per mille è un pezzo di un puzzle più ampio.

Ma la stragrande maggioranza degli enti — e parliamo di oltre 90.000 beneficiari — usa il dato del 5 per mille ancora in chiave prevalentemente rendicontativa: “quest’anno abbiamo raccolto X, l’anno scorso Y”. Punto. Non si chiedono perché un ente simile nella stessa provincia raccolga il triplo, non confrontano il proprio trend con quello del settore, non usano i dati per argomentare una strategia davanti al consiglio direttivo. Il dato c’è, ma resta lì fermo.

Dove restano i vuoti più grandi?

Il dato più fragile in assoluto è quello sul comportamento dei donatori individuali, perché semplicemente non esiste in forma aggregata e pubblica. Il 5 per mille ci dice quante persone hanno scelto un ente e quanto quell’ente ha ricevuto, ma non ci dice nulla sulla fidelizzazione: quanti di quei contribuenti tornano l’anno dopo? Quanti sono nuovi? Quanti si perdono? Questo tipo di dato resterebbe preziosissimo, ma oggi è invisibile. Le organizzazioni che raccolgono da una certa cifra in su hanno alcuni indicatori sulle province di provenienza, dato molto utile sicuramente. Ma non basta.

Che utilità concreta può avere questo strumento per fundraiser e organizzazioni?

Tutte queste cose, ma se devo sceglierne una direi: argomentare. Nel mio lavoro di fundraiser ho visto prendere decisioni sulla base di percezioni, di “si è sempre fatto così”, o di confronti con realtà completamente diverse dalla propria. Quando puoi mostrare al tuo board un grafico che dice “il nostro 5 per mille è fermo da 5 anni mentre enti con la nostra stessa categoria e nella nostra stessa regione crescono del 20%”, la conversazione cambia radicalmente. A quel punto stai portando un’evidenza, e la discussione si sposta su un altro piano.

Ma lo strumento è utile anche per la pianificazione: se stai aprendo una sede in un nuovo territorio, puoi esplorare la mappa e capire come si distribuiscono le scelte e gli importi del 5 per mille in quella zona, quali enti sono più forti, qual è il potenziale. E per la comparazione: confrontare il proprio andamento con enti simili aiuta a definire obiettivi realistici invece che numeri tirati a caso. Sono tutte facce dello stesso problema: trasformare il dato in decisione.

E poi: prima, se un fundraiser voleva sapere come andava il 5 per mille nella sua provincia, doveva scaricare un PDF da centinaia di pagine, trovare il suo ente, poi fare la stessa cosa per gli anni precedenti, poi costruirsi un foglio Excel a mano. Risultato: quasi nessuno lo faceva. Ora puoi vedere la mappa del 5 per mille per regione, provincia e persino comune, con classifiche, dati pro capite e variazioni anno su anno. Questo cambia la conversazione perché rende possibili domande che prima erano troppo costose da porsi.

Quando un direttore di una piccola associazione può vedere in trenta secondi che il suo ente ha perso il 15% di scelte mentre il settore nella sua zona è cresciuto del 3%, quello è già un bel dato. E quel dato costringe a farsi domande vere. Il dibattito professionale migliora quando il costo di accesso all’evidenza si abbassa. È esattamente quello che stiamo cercando di fare.

Mi ritrovo completamente. Quando ho iniziato questo progetto non pensavo di “fare un sito con dei numeri”. Pensavo: il 5 per mille è democrazia diretta scritta nei numeri. Milioni di persone che ogni anno scelgono a chi destinare una parte delle proprie tasse. Quei numeri meritano di essere letti, e per essere letti devono essere accessibili. Quello che ho costruito è un’infrastruttura: ricerca per nome, codice fiscale o comune, filtri per regione, provincia e categoria, storico di 19 anni, grafici comparativi, API pubbliche gratuite.

C’è un altro aspetto che ci tengo a sottolineare, perché per me non è un dettaglio tecnico ma una scelta politica: l’intero database di risultati5x1000.it è liberamente scaricabile. Chiunque può andare sul sito e scaricarsi il dataset completo in CSV, in SQLite, interrogarlo, incrociarlo con altre fonti, costruirci sopra le proprie analisi.  Questo per me è il punto: se lo Stato pubblica dati in PDF illeggibili e poi li chiudi dentro la tua piattaforma, hai spostato il problema, non l’hai risolto. Io quei dati li ho estratti, puliti, normalizzati e strutturati — e li ho messi a disposizione di tutti, nei formati che qualunque ricercatore, giornalista o sviluppatore si aspetta di trovare. Se qualcuno vuole costruirci un’altra piattaforma, un’analisi accademica, un pezzo giornalistico, non deve chiedere il permesso a nessuno. Questo è open data sul serio.

Qual è la priorità per i prossimi anni: più dati, dati migliori, dati più accessibili o più competenze?

Dati più accessibili, senza dubbio. E con “accessibili” non intendo “pubblicati da qualche parte”: intendo strutturati, documentati, interrogabili via API, aggiornati con regolarità. I dati del 5 per mille ci sono già tutti: l’Agenzia delle Entrate li ha. Il problema è che li pubblica in un formato che rende impossibile usarli senza un lavoro massiccio di ricostruzione. Se quei dati fossero disponibili in formato aperto e strutturato, le competenze per interpretarli crescerebbero da sole, perché la barriera d’ingresso sarebbe enormemente più bassa.

Oggi servono competenze tecniche avanzate anche solo per accedere ai dati grezzi. È un’assurdità. La priorità è abbattere quel muro. È lo stesso principio per cui ho costruito risultati5x1000.it: se il dato diventa leggibile, le competenze per interpretarlo vengono dopo, quasi da sole.

Servirebbero tre cose concrete. La prima: che l’Agenzia delle Entrate pubblichi i dati del 5, 2 e 8 per mille in formato aperto e strutturato, con API pubbliche e uno standard stabile nel tempo. Quello che ho fatto io dovrebbe farlo lo Stato. Pubblicare un PDF di 700 pagine e chiamarla trasparenza è prendere in giro chi quei dati li deve usare.

La seconda: che si crei un collegamento reale tra le banche dati esistenti. Il RUNTS, i bilanci sociali, i dati fiscali, il 5 per mille. Oggi sono container separati, e metterli in relazione richiede un lavoro artigianale che nessuno ha le risorse per fare sistematicamente. Un’infrastruttura conoscitiva degna di questo nome richiederebbe che questi dati si parlino.

La terza: che il settore investa in cultura del dato. Chi dirige un’organizzazione nonprofit dovrebbe saper leggere un trend, fare un confronto, usare un’evidenza per prendere una decisione. Le associazioni professionali, le università, le fondazioni possono avere un ruolo enorme in questo.

Dietro ogni riga di quel database c’è una firma, una scelta fiscale che è anche una scelta politica. Rendere quei dati accessibili significa prendere sul serio le decisioni di milioni di persone.

Nel frattempo, finché questa distanza resterà così grande, qualcuno dovrà continuare a colmarla a mano. Per ora tocca a noi.

Julia: Ti ringrazio molto, anche perché questo lavoro ci ricorda una cosa essenziale: il problema non è solo avere dati, ma renderli finalmente leggibili, accessibili e utili per il settore. E in questo senso, il lavoro fatto fin qui rappresenta davvero uno strumento prezioso per tutti coloro che vogliono leggere il nonprofit con maggiore consapevolezza, serietà e capacità strategica.

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