Senza le comunità non ci sono Comunità Energetiche

Intervista a Giuseppe Milano su energia, territori, modelli europei e sostenibilità finanziaria delle CER

A cura di Julia Hoffmann RUDI | Risorse Umane Dirette e Indirette

Introduzione

Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono spesso raccontate attraverso parole chiave ormai molto diffuse: energia condivisa, autoconsumo, incentivi, pannelli fotovoltaici, risparmio in bolletta. Eppure, dietro questo strumento, si apre una questione molto più ampia: che cosa significa costruire una comunità intorno all’energia? Quali condizioni permettono a una CER di generare valore sociale, economico e territoriale? E come si può evitare che un dispositivo nato per favorire partecipazione e transizione ecologica venga ridotto a un semplice meccanismo tecnico o finanziario?

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Milano, ingegnere edile-architetto ed urbanista esperto in pianificazione territoriale ed energetica, nonché Segretario Generale del network ecologista internazionale Greenaccord Ets e osservatore attento dell’evoluzione delle Comunità Energetiche in Italia ed Europa.

Il dialogo nasce anche dal percorso che RUDI | Risorse Umane Dirette e Indirette sta intraprendendo insieme a Koncert, con un’attenzione particolare allo stakeholder engagement, alla governance partecipata, alla destinazione sociale degli incentivi e alla valutazione d’impatto sociale delle Comunità Energetiche.

CHE COSA RENDE VERA UNA COMUNITÀ ENERGETICA

Julia Hoffmann | RUDI

Giuseppe, partirei da una domanda di fondo: che cosa distingue una Comunità Energetica “vera” da una semplice configurazione tecnica o economica per produrre e condividere energia?

Giuseppe Milano

La differenza principale sta nella consapevolezza delle persone che partecipano. Non basta dire: “sono dentro una Comunità Energetica”. Bisogna capire che cosa questo significa, quale ruolo si assume, come cambiano i propri comportamenti, in che modo il proprio consumo può entrare in relazione con il consumo o il beneficio di altri. Una Comunità Energetica “vera” non è solo un insieme di impianti o una formula giuridica.

È un modello che, nei fatti, dovrebbe incarnare partecipazione, cooperazione e corresponsabilità. Aiuta le persone a leggere meglio la propria bolletta, certo, ma soprattutto a leggere meglio il proprio ruolo dentro un sistema più ampio. Dove finisce il mio consumo può iniziare la possibilità di beneficio per qualcun altro. È questo salto di consapevolezza che distingue una Comunità Energetica da una semplice configurazione tecnica.


Nel nostro confronto hai usato un’espressione molto efficace: “senza comunità, scordiamoci le Comunità Energetiche”. Che cosa significa concretamente?

Significa che non possiamo usare strumenti nuovi con logiche vecchie. Se una Comunità Energetica viene pensata solo come un modo per ottenere incentivi o installare pannelli, perde gran parte della sua forza trasformativa. L’Unione Europea ha spinto molto sul tema della democratizzazione dell’energia. Democratizzare l’energia, però, non significa soltanto produrre energia rinnovabile dal basso.

Significa permettere a cittadini, imprese, enti locali e organizzazioni sociali di partecipare a un processo nuovo, in cui l’energia non è più solo qualcosa che si subisce attraverso una bolletta, ma qualcosa che si comprende, si governa e si condivide. Senza comunità, resta una configurazione tecnica. Può anche produrre energia, ma non produce necessariamente cambiamento sociale e innovazione relazionale.


L’incentivo, quindi, non dovrebbe essere il fine ultimo.


Esatto. L’incentivo è importante, ma non può essere il solo o prioritario obiettivo. Se lo diventa, la Comunità Energetica rischia di assomigliare a un “ecobonus collettivo”. Utile, legittimo, ma diverso dall’idea di comunità.

L’incentivo dovrebbe essere una leva: per generare fiducia, per sostenere investimenti, per contrastare fragilità, per costruire nuove forme di welfare energetico, per aiutare il territorio a ragionare in modo più maturo sulla propria transizione ecologica. Il punto non è solo “quanto risparmio o come redistribuisco gli utili”. Il punto è: che cosa costruiamo insieme attraverso questo strumento?

IL CASO KONCERT: UNA CER COME LABORATORIO TERRITORIALE


Guardando a Koncert, quali elementi ti sembrano particolarmente interessanti rispetto ad altre esperienze italiane?


Koncert è interessante perché non nasce come semplice configurazione tecnica. Ha un radicamento territoriale, una pluralità di attori e una dimensione cooperativa che la rendono più vicina all’idea di Comunità Energetica come soggetto territoriale.

Mi sembra importante il fatto che ci sia una eterogeneità multi-attoriale: non un unico soggetto che cala dall’alto una soluzione, ma una composizione più ampia, con possibilità di crescita progressiva. Questo permette alla CER di non restare ferma al primo impianto o alla prima configurazione, ma di evolvere nel tempo.

Le esperienze più interessanti sono quelle che riescono ad aggiungere, un po’ alla volta e in risposta alle istanze degli aderenti, nuove tessere al mosaico: accumuli, nuovi impianti, eventuali forme di agrivoltaico, strumenti digitali per la gestione e valorizzazione trasparente nel tempo, iniziative sociali, percorsi di partecipazione e di alfabetizzazione ecologica, relazioni con gli enti locali. Una CER matura non è statica: cresce insieme alla comunità. E’ un organismo attivo e proattivo che contribuisce corresponsabilmente al metabolismo urbano.


Nel percorso con Koncert, come RUDI stiamo lavorando proprio sul coinvolgimento della comunità, sulla destinazione sociale degli incentivi e su un impianto di valutazione d’impatto. Quanto è importante questa dimensione di accompagnamento?


È molto importante, perché una Comunità Energetica, in ragione della sua complessità multidimensionale, non vive e non può prosperare attraverso le sole competenze tecniche. Servono competenze ibride: tecniche (degli ingegneri come degli elettricisti), sociali e di comunicazione (per creare e consolidare consapevolezze individuali e collettive), per il monitoraggio e la valutazione degli impatti, finanziarie e istituzionali (per poter diventare modelli scalabili e sostenibili).

Un accompagnamento esterno, pertanto, può aiutare proprio in questo: evitare che la CER si schiacci solo sull’impianto o sull’incentivo, sostenendola, invece, come processo territoriale, ma soprattutto relazionale e motivazionale, di lungo periodo.


Possiamo dire che Koncert può diventare un laboratorio utile anche per altre Comunità Energetiche?


Sì, a patto che continui ad essere gestita e accompagnata nel modo giusto, come avviene già oggi. Koncert può essere interessante non perché rappresenti un modello già perfetto, ma perché contiene alcune condizioni importanti: radicamento, pluralità di attori, capacità di evolvere, attenzione alla comunità, tensione all’economia sociale o civile che può innervare le trame dell’innovazione sistemica.

Se questo percorso riuscisse a strutturarsi ulteriormente, perciò, potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre CER: come coinvolgere i soci, come ragionare sugli incentivi, come costruire fiducia, come misurare l’impatto, come dialogare con il territorio e con gli enti pubblici.

DALLA COMUNITÀ ENERGETICA ALLA PIANIFICAZIONE ENERGETICA LOCALE


Tu dici spesso che oggi bisognerebbe parlare non solo di Comunità Energetiche, ma anche di pianificazione energetica locale. Che cosa cambia?


Cambia lo sguardo. Una Comunità Energetica non dovrebbe essere pensata come un episodio isolato. Dovrebbe essere una tessera dentro un mosaico più ampio.

La pianificazione energetica locale, integrandosi a quella urbanistica o territoriale, significa guardare al territorio nel suo insieme: Comune, imprese, poli commerciali o artigianali, cittadini, ETS, cooperative, scuole, parrocchie, famiglie, infrastrutture, fragilità sociali, bisogni ambientali. La CER diventa uno degli strumenti possibili per costruire una strategia più coerente e più inclusiva. Il protagonismo dei cittadini, spesso evocato a sproposito e amplificato da un uso distorto dei social media, va organizzato e realizzato con visioni chiare e azioni facilmente applicabili.

In questo senso, una Cer può dialogare con i PAESC, con le politiche climatiche, con l’adattamento urbano, con il contrasto alla povertà energetica, con il trasporto pubblico, con il social housing, con l’edilizia residenziale pubblica. L’energia entra in relazione con molte dimensioni della vita territoriale.


Il tema energetico, perciò, non è separato dal welfare.


No, non lo è. Il tema energetico è sempre più collegato al welfare. Pensiamo alla povertà energetica (drammaticamente in crescita, secondo le ultime evidenze Istat), alle famiglie che faticano a sostenere i costi ordinari (dovendo nei casi più gravi scegliere tra mangiare e raffrescarsi), agli edifici inefficienti, alle scuole, agli spazi pubblici, ai rifugi climatici, alla mobilità, alle periferie marginalizzate.

Quando parliamo di welfare energetico locale, dunque, parliamo proprio di questo: usare l’energia come leva per produrre benessere, inclusione, riduzione delle disuguaglianze e maggiore autonomia dei territori.

Una CER ben costruita può contribuire a tutto questo. Non risolve da sola i problemi, ma può diventare un detonatore di processi più ampi.

ITALIA ED EUROPA: MODELLI DIVERSI DI COMUNITÀ ENERGETICHE


E’ indubbio che ci siano delle differenze tra il modello italiano e alcune esperienze europee. Quali sono, secondo te, gli elementi più rilevanti?


In Italia, per quanto le prime esperienze pilota siano del periodo 2021-2023, il sistema è ancora piuttosto laborioso e articolato. Il beneficio economico viene riconosciuto dal GSE alla Comunità Energetica come soggetto giuridico e, poi, sulla base delle disposizioni del regolamento interno viene redistribuito o valorizzato.

In altri Paesi, come Spagna e Portogallo, il cittadino vede in modo più diretto in bolletta il proprio contributo all’energia condivisa. Questo rende il meccanismo più trasparente e più comprensibile. Se una persona vede che la partecipazione a una configurazione di autoconsumo produce un effetto concreto sulla bolletta, cresce anche la consapevolezza e ancor più la fiducia.

In Italia, invece, il processo è meno diretto. Questo non significa che sia sbagliato, ma richiede maggiore integrazione tra i diversi attori istituzionali – si pensi a Terna, che gestisce le reti, e il Gse, che provvede all’erogazione dei contributi – nonché una continua e adeguata capacità comunicativa, non trascurando l’urgenza di una governance più chiara e snella. La burocrazia non può diventare un problema pari ai combustibili fossili.


Tu hai citato anche Austria e Germania come esempi interessanti.


Sì. In Austria, ad esempio, è interessante la possibilità di partecipare a più configurazioni di autoconsumo, in base ai propri profili di consumo. Questo permette all’utente di essere più attivo e di orientare meglio la propria partecipazione. E’ il consumatore al centro della visione, con il proprio stile di vita a fare la differenza, non il contatore domestico che dialoga passivamente e autonomamente con i distributori del territorio.

Germania e Austria, poi, ragionano spesso in modo più integrato. Non si parla solo di elettricità, ma anche di calore, accumuli, smart grid, colonnine di ricarica, mobilità elettrica. In alcune esperienze, persino le auto elettriche possono essere considerate come batterie ausiliarie, perché restano ferme per gran parte della giornata e possono dialogare con la rete o con l’abitazione.

In Italia, quando parliamo di Comunità Energetiche, tendiamo a concentrarci molto sul fotovoltaico e sull’incentivo. Ma una vera pianificazione energetica dovrebbe includere anche calore, flessibilità, accumuli, mobilità, reti da un lato e la nuova architrave dell’etica comportamentale dall’altra.


Quindi l’Italia ha ancora molto margine di evoluzione.


Sì. L’Italia ha un potenziale enorme, che non nasce solo dalla sua geografia, ma dall’utopia di chi abita e abilita i suoi territori, soprattutto quelli più piccoli e montani. E, dunque, la generazione distribuita, all’interno di un policentrismo energetico territoriale, può fungere da architrave di un diverso modello di società capace di realizzare le ambizioni dei territori

Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, il problema non è la mancanza di soldi o di tecnologie. È la mancanza di coraggio politico, di visione, di pazienza e di volontà di costruire processi solidi, generativi, duraturi, che guardino alle prossime generazioni. Le Comunità Energetiche richiedono tempo, fiducia e capacità di lavorare su più livelli.

IL RISCHIO DELLA FINANZIARIZZAZIONE


Nel nostro dialogo hai distinto le Comunità Energetiche orientate alla comunità da modelli più centrati sulla valorizzazione economico-finanziaria. Qual è il rischio?


Il rischio è che la dimensione comunitaria diventi secondaria. Se il progetto è costruito solo per massimizzare produzione, autoconsumo, accumulo e remuneratività, allora diventa qualcosa di diverso.

Questo non significa che sia illegittimo. Produrre energia rinnovabile è comunque positivo. Se un’impresa installa un impianto di taglia industriale contribuisce alla transizione energetica. Una Comunità Energetica, però, dovrebbe avere un’ambizione diversa.

Non dovrebbe interessarsi solo ai grandi player che hanno superfici e capitali. Dovrebbe chiedersi anche che ruolo hanno le famiglie, i piccoli consumatori, i negozi, le realtà sociali, i soggetti fragili. Se “la signora Maria del panificio” diventa irrilevante, allora forse non stiamo parlando davvero di comunità e non stiamo utilizzando il linguaggio della cittadinanza energetica.


Quindi il tema non è contrapporre economia e comunità, ma evitare che l’economia svuoti la comunità.


Esatto. Una CER deve avere sostenibilità economica. Deve stare in piedi, oltre le misure statali. Deve avere un business plan credibile. Ma la sostenibilità economica dovrebbe servire a rafforzare la comunità, non a sostituirla. Il tempo della contrapposizione, peraltro, secondo me è finito. Non si può andare avanti litigando sempre con tutti, su tutto. Servono cooperazione, condivisione, inclusione. Il punto è trovare un equilibrio: rigore economico, capacità tecnica, partecipazione, impatto sociale e visione territoriale.

COME SOSTENERE FINANZIARIAMENTE LE COMUNITÀ ENERGETICHE NEL TEMPO


Arriviamo a un tema centrale: come si sostengono nel tempo le Comunità Energetiche? Gli incentivi sono una risorsa quando sono disponibili, ma non possono essere l’unico pilastro. Che cosa serve?


Non ci si può limitare o accontentare degli esiti dell’analisi di prefattibilità tecnica-economica, per quanto ben fatta. Serve innanzitutto un business plan credibile. Una CER deve sapere come funziona economicamente: quali costi ha, quali entrate può generare, quali investimenti deve sostenere, quali rischi deve considerare, quali scenari di crescita può costruire. Deve, progressivamente e gradualmente, iniziare a pensarsi come un’impresa sociale che funge da attore territoriale.

Il tema della bancabilità, conseguentemente, è cruciale. Le banche non fanno filantropia: se devono sostenere un progetto, chiedono garanzie, sostenibilità economica e capacità di rientro. Molte CER oggi faticano a presentarsi in questo modo, perché sono ancora giovani, fragili o poco strutturate.

Qui entrano in gioco competenze che non sono solo tecniche. Servono capacità di progettazione, rendicontazione, valutazione, costruzione di reti finanziarie, dialogo con fondazioni, enti pubblici e soggetti privati.


Fondi territoriali, bond territoriali, strumenti rotativi, garanzie pubbliche. Sono piste realistiche?


Sì, possono esserlo. Le Comunità Energetiche più solide potrebbero essere sostenute attraverso strumenti territoriali dedicati, soprattutto se dimostrano di produrre benefici pubblici.

Le Regioni, i Comuni o altri soggetti pubblici potrebbero avere un ruolo non solo come finanziatori diretti, ma anche come garanti o facilitatori. Non sempre il pubblico deve mettere soldi direttamente. Può anche contribuire a ridurre il rischio percepito da una banca o da un investitore, soprattutto se il progetto ha una chiara utilità sociale e territoriale.

Naturalmente questo richiede progetti seri. Non basta dire: “facciamo una CER perché è una cosa buona”. Bisogna costruire dati, scenari, governance, accountability e impatto misurabile.


Quindi la valutazione d’impatto può diventare anche una leva finanziaria?


Sì. Non sostituisce il piano economico-finanziario, ma lo rafforza. Se una CER riesce a dimostrare non solo quanta energia produce, ma anche quali benefici genera sul territorio, allora può diventare più credibile.

Le metriche ESG, la valutazione d’impatto, gli indicatori sociali e ambientali possono aiutare a raccontare il progetto in modo più completo. Una banca, una fondazione o un ente pubblico possono essere più disponibili a sostenere una CER se vedono che produce valore misurabile: riduzione della povertà energetica, partecipazione e coesione sociale, innovazione e creazione di posti di lavoro, benefici ambientali e pedagogia energetica.

Il punto è passare dalla narrazione generica alla rendicontazione del valore distribuito.

CER, ESG E ACCOUNTABILITY


Oltre alla gestione finanziaria anche questo è un tema molto vicino al lavoro di RUDI: rendere leggibile il valore generato. Quali dimensioni dovrebbe complessivamente indagare una CER per raccontare il proprio impatto?


Dovrebbe certamente esplorare la dimensione energetica: produzione, autoconsumo, energia condivisa, emissioni evitate, benefici economici.

Come già anticipato, dovrebbe osservare, tuttavia, anche altre dimensioni: chi partecipa, come cambia la consapevolezza dei cittadini, come si trasforma il lavoro delle imprese, quali fragilità vengono intercettate, come vengono usati gli incentivi, quali relazioni si generano, quali competenze si sviluppano, che rapporto si costruisce con l’amministrazione pubblica.

La Comunità Energetica è un oggetto complesso. Se la misuriamo solo con dati energetici o metriche tecniche quantitative, perdiamo una parte rilevante del suo valore e della sua valenza identitaria.


E questo può aiutare anche a comunicare meglio con fondazioni, PA e imprese.


Certamente. Ogni soggetto ha bisogno di comprendere perché dovrebbe partecipare o sostenere il progetto.

Un Comune può essere interessato perché la CER contribuisce alla pianificazione energetica locale. Una fondazione può essere interessata perché produce impatto sociale. Un’impresa può essere interessata perché rafforza il proprio radicamento territoriale e la propria strategia ESG. Una banca può essere interessata se il progetto è credibile, sostenibile e ben documentato.

La valutazione d’impatto aiuta a costruire questo linguaggio comune.

FIDUCIA, TEMPI LUNGHI E RUOLO DEL GSE


Molte Comunità Energetiche oggi si confrontano con tempi lunghi, complessità amministrative e attese rispetto agli incentivi. Che effetto può avere tutto questo sulla fiducia?


Può avere un effetto molto delicato. Quando una CER arriva a un certo livello di sviluppo, ma non riceve ancora i primi incentivi o i primi proventi, rischia di bloccarsi.

Da un lato, non può avviare redistribuzioni o nuovi investimenti. Dall’altro lato, i partecipanti possono perdere fiducia, perché non tutti hanno lo stesso grado di pazienza o di comprensione rispetto a processi così complessi.

Il ritardo non è solo un problema amministrativo. Diventa anche un problema relazionale e comunitario. Per questo servono comunicazione chiara, governance multilivello trasparente e accompagnamento.

UNA PROSPETTIVA PER IL FUTURO


Se dovessi indicare una priorità per i prossimi anni, quale sarebbe? Più impianti, più comunità, più finanza, più governance, più dati?


Servono tutte queste cose, ma forse la priorità è costruire visione, è restituire ambizione a soggetti e territori travolti dalla rassegnazione. Il futuro non può incutere paura, ma deve stimolare speranza e innescare processi creativi. Gli impianti sono necessari, la finanza è necessaria, i dati sono necessari, la transizione digitale combinata a quella energetica è necessaria, la governance è necessaria. Ma senza una visione territoriale integrata, pragmatica ed olistica, rischiano di restare pezzi separati.

Le Comunità Energetiche possono diventare un’occasione straordinaria se le leggiamo come strumenti di pianificazione, partecipazione e soprattutto welfare. Se invece le riduciamo a un modo per prendere incentivi, perdiamo una grande opportunità.

La vera sfida è costruire comunità capaci di camminare con le proprie gambe. Il compito dei tecnici, dei consulenti, degli enti pubblici e dei facilitatori non è sostituirsi alla comunità, ma metterla nelle condizioni di comprendere, decidere e governare il proprio percorso. E di capire che la rivoluzione parte dal luogo più intimo che conosciamo e viviamo: la nostra casa e il nostro condominio, in relazione alle nostre scelte e ai nostri stili di vita. Siamo noi gli artefici del nostro destino. Il diritto all’energia condivisa è, potenzialmente, diritto alla felicità urbana!

Grazie Giuseppe per il tuo tempo!

Il dialogo con Giuseppe Milano conferma un punto centrale: le Comunità Energetiche non possono essere comprese solo attraverso la lente dell’energia prodotta e scambiata o dell’incentivo ottenuto.

Il loro potenziale più interessante riguarda la capacità di diventare infrastrutture sociali e territoriali: luoghi in cui cittadini, enti locali, imprese, ETS e soggetti finanziari possono imparare a collaborare intorno a una risorsa comune.

Per RUDI, accompagnare percorsi come quello di Koncert significa lavorare esattamente su questa soglia: rendere visibile ciò che spesso resta implicito o nascosto. Non solo quanta energia viene prodotta, ma quale fiducia viene costruita; non solo quali incentivi vengono generati, ma come vengono destinati; non solo quali impianti vengono installati, ma quale capacità decisionale, sociale e territoriale viene attivata. Le tecnologie digitali, poi, possono solo accelerare una transizione che non può essere fermata, ma che può corroborare i benefici multipli da assicurare ai territori ingaggiati.

In questa prospettiva, la valutazione d’impatto non è un adempimento finale. È uno strumento di governo, apprendimento, accountability e sviluppo. La conclusione, perciò, è che nessuno si salva e si salverà mai da solo. Solo uniti possiamo cambiare l’avvenire dei nostri territori.

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