Sostenibilità digitale, mentalizzazione e cura tra tecnologia e relazione
Questa intervista nasce da un incontro e da una conversazione che si è sviluppata nel tempo, tra persone che lavorano su piani diversi ma con una preoccupazione comune: capire cosa sta succedendo alle persone dentro e fuori gli spazi di cura, in un mondo sempre più attraversato dal digitale.
Con Giuliano Castigliego, psicologo e ricercatore impegnato da anni sul rapporto tra salute mentale, media digitali e processi di mentalizzazione, il dialogo si muove tra pratica clinica, riflessione teorica ed esperienza sul campo. Non è una conversazione “sulla tecnologia”, ma su ciò che la tecnologia fa — spesso in modo silenzioso — ai tempi, alle emozioni, alle relazioni e alla possibilità stessa di pensare ciò che viviamo.
Ne emerge uno sguardo che non demonizza il digitale né lo idealizza, ma lo colloca dentro una cornice etica e relazionale precisa: come spazio intermedio, come supporto possibile tra un incontro e l’altro, come strumento che può aiutare a rallentare e a dare parola all’esperienza, senza mai sostituire la relazione umana.
Buona lettura…
Qual è il bisogno principale che ti ha spinto a lavorare su strumenti digitali di supporto tra una seduta e l’altra (o tra un contatto e il successivo)?
Il punto di partenza è una constatazione clinica molto semplice: la vita emotiva delle persone non accade in seduta. I momenti di crisi, i comportamenti problematici e le emozioni intense emergono quasi sempre tra un incontro e l’altro, nei contesti quotidiani. Strumenti digitali progettati con attenzione possono offrire una forma di prossimità leggera. Non intervengono, non correggono e non sostituiscono il professionista, ma aiutano la persona a fermarsi, osservare ciò che sta accadendo e iniziare a dargli un senso. In questo modo l’esperienza diventa pensabile e può essere portata nel lavoro clinico o di accompagnamento, invece di restare agita o confusa.
Quando parli di problemi “complessi” in ambito salute e benessere, quali sono secondo te i fattori che oggi pesano di più?
Parlo di complessità perché oggi i quadri clinici sono raramente lineari. C’è innanzitutto una forte variabilità della sintomatologia, che cambia nel tempo e si esprime in modo diverso a seconda dei contesti relazionali. Poi ci sono stili di attaccamento fragili o disorganizzati, che incidono profondamente sulla regolazione emotiva e sulla qualità delle relazioni. Infine, c’è il contesto digitale e mediatico: la velocizzazione del ritmo quotidiano e l’influenza dei social media riducono gli spazi di riflessione e mettono sotto pressione la capacità di mentalizzazione, favorendo risposte impulsive, polarizzate o agite. Questi tre livelli — clinico, relazionale e digitale — non sono separabili: si intrecciano continuamente e vanno letti insieme.
Come distingui il digitale come fattore di rischio dal digitale come leva di prossimità e supporto?
Il digitale diventa un fattore di rischio quando accelera i processi, semplifica eccessivamente o crea l’illusione di una relazione senza alterità. Diventa invece una leva di supporto quando rallenta, aiuta a nominare l’esperienza e rimanda esplicitamente a una relazione umana reale. La differenza non sta nella tecnologia in sé, ma nella cornice etica, nei confini e nelle regole d’uso che vengono definiti.
Entrare nel metodo, senza semplificare
A questo punto della conversazione il focus si sposta dal perché al come. Non nel senso di una spiegazione tecnica o procedurale, ma come tentativo di rendere leggibili alcuni passaggi chiave del lavoro quotidiano: i concetti che orientano le scelte, le strutture semplici che aiutano a dare forma all’esperienza, i confini che rendono uno strumento utilizzabile senza diventare invasivo.
Sono domande che toccano il cuore dell’approccio: che cosa significa davvero “mentalizzare”, perché alcune cornici operative funzionano meglio di altre, quale ruolo hanno i professionisti nel garantire sicurezza e senso, e che tipo di valore può emergere dal dialogo nel tempo. Non risposte astratte, ma riflessioni radicate nella pratica, dove teoria, esperienza e attenzione etica restano costantemente intrecciate.
In parole semplici: che cosa intendi per mentalizzazione e perché è centrale nel tuo approccio?
La mentalizzazione è la capacità di comprendere i propri stati mentali – emozioni, pensieri, intenzioni – e quelli degli altri. Ma è importante chiarire che questa capacità non nasce né si esercita in isolamento: avviene sempre all’interno di una relazione.
Mentalizzare non significa semplicemente “pensare a ciò che si prova”, ma trasformare sensazioni ed emozioni spesso confuse o travolgenti in qualcosa di pensabile e condivisibile. Molte forme di sofferenza psichica emergono quando questo processo si interrompe e il comportamento prende il posto del pensiero. Per questo la mentalizzazione non mira a controllare le emozioni, ma a renderle comprensibili.
Nel modello operativo chiedi spesso di descrivere comportamento, trigger ed emozione: perché proprio questa triade?
La triade comportamento–trigger–emozione consente di passare dal “che cosa ho fatto” al “che cosa è successo prima” e al “come mi sono sentito”. È una struttura semplice ma potente, perché rende visibili connessioni e ricorrenze nel tempo.
Rispetto a un diario tradizionale, riduce il rischio di letture colpevolizzanti e favorisce un atteggiamento esplorativo, che è alla base del processo di mentalizzazione.
Qual è il ruolo degli specialisti nel mettere in sicurezza contenuti e percorsi?
Tutti i contenuti e i percorsi sono selezionati, validati e aggiornati da professionisti. L’intelligenza artificiale non interpreta clinicamente e non prende decisioni terapeutiche.
Il suo funzionamento è vincolato a cornici definite a monte: la sicurezza non è solo tecnica, ma anche concettuale ed etica.
Come descriveresti il valore del “profilo” che emerge dal dialogo?
Per l’utente il profilo è uno specchio evolutivo: non un giudizio, ma una rappresentazione del proprio modo di comprendere sé e gli altri nel tempo.
Per il professionista è una mappa sintetica che integra l’osservazione clinica con informazioni longitudinali difficilmente accessibili nella sola seduta.
Qui il dialogo entra nella vita quotidiana: riconoscere i trigger, ascoltare il corpo e capire come digitale amplifica le reazioni.
Cosa significa “trigger” in modo operativo e come aiuti a riconoscerlo senza colpa o auto-giudizio?
Un trigger è un evento interno o esterno che precede un comportamento e ne aumenta la probabilità. Riconoscerlo significa leggerlo come un segnale, non come una colpa.
L’obiettivo non è giudicare, ma collegare: capire cosa accade prima di reagire, con curiosità verso se stessi.
Che ruolo ha la dimensione corporea nel lavoro su emozioni e consapevolezza?
Il corpo è spesso il primo luogo in cui le emozioni si manifestano. Sensazioni fisiche e tensioni anticipano il comportamento. Riconoscerle permette di intercettare prima ciò che sta accadendo e di ampliare lo spazio di riflessione.
Nei trigger che osservi, quanto pesano gli elementi digitali rispetto a quelli relazionali?
Gli elementi digitali pesano molto, soprattutto in termini di confronto sociale e iperstimolazione. Raramente però agiscono da soli: tendono ad amplificare vulnerabilità relazionali già presenti.
Quando il digitale entra in spazi delicati, servono confini chiari. Questa parte dell’intervista affronta rischi, limiti e responsabilità necessarie per proteggere la relazione di cura.
Quali sono i principali rischi nell’uso di AI in contesti umani delicati?
I rischi principali sono suggerimenti impropri, escalation emotiva non contenuta, dipendenza dallo strumento e l’illusione di una relazione senza alterità.
Quali regole di design sono indispensabili per evitare la sostituzione del professionista?
Confini chiari: niente diagnosi, niente prescrizioni, nessuna interpretazione clinica autonoma. Lo strumento deve sempre rimandare alla relazione umana.
Ci sono feedback sicuri e altri da evitare?
Sono sicuri i feedback che favoriscono consapevolezza e riflessione. Sono da evitare quelli prescrittivi o valutativi, perché chiudono il processo di mentalizzazione.
Come si tutela la privacy senza ridurre l’utilità dello strumento?
Attraverso privacy by design, minimizzazione dei dati, trasparenza e consenso informato. La fiducia è parte integrante della funzione dello strumento.
Qui lo sguardo si allarga: dai singoli strumenti ai loro effetti nel tempo, tra impatto reale, contesti collettivi e scelte responsabili.
Quali segnali indicano efficacia?
Maggiore continuità nel lavoro, migliore consapevolezza emotiva, riduzione delle escalation critiche e una relazione di cura più informata.
Come immagini l’utilità in contesti pubblici o comunitari senza medicalizzare?
Come strumenti di educazione e prevenzione, non come etichette diagnostiche.
Quando un approccio è trasferibile e quando serve un redesign?
È trasferibile se restano saldi i principi. Cambiato il contesto, serve sempre un adattamento responsabile.
Una regola d’oro per chi decide?
Se uno strumento rende le persone più consapevoli e i professionisti più presenti, sta funzionando. Se li sostituisce o li silenzia, no.
Riferimenti per la lettura:
Castigliego G., articoli su Nòva – Il Sole 24 Ore sulla mentalizzazione e il benessere digitale
Castigliego G., Inconscio digitale e sostenibilità, Fondazione per la Sostenibilità Digitale, 2023.
Brisch K. H. (Hrsg.), Gestörte Bindungen in digitalen Zeiten, Klett-Cotta, Stuttgart.