“L’essenza della Libertà è comunicare” H. Arendt

Le Giornate di Bertinoro e la libertà che genera futuro

Ci sono parole che usiamo da sempre, ma che improvvisamente tornano a chiedere di essere ridefinite.
È quello che accade a Bertinoro, anche per la 25ª edizione delle Giornate per l’Economia Civile, quando il titolo scelto — “Liberi per…” — ha costretto tutti a fare un passo indietro per poter andare più a fondo.

Una formula volutamente aperta, che ribalta la prospettiva dominante: non basta essere liberi da qualcosa o liberi di fare qualcosa. Serve chiedersi per che cosa vogliamo essere liberi. E la risposta — dichiarata fin dall’apertura — è il bene comune.

Come ha ricordato Stefano Zamagni, citando Hannah Arendt: “l’essenza della libertà è cominciare”.

Dall’ Opera: Vita activa. La condizione umana (titolo originale: The Human Condition) 1958 (prima edizione in inglese)

È un passaggio centrale del capitolo sul “principio di natalità”, dove Arendt afferma che l’agire umano è sempre possibilità di inizio, di novità radicale, di atto fondativo — ed è esattamente questo il concetto che Bertinoro riprende per parlare di libertà generativa, non come difesa — ma come atto inaugurante.

Quindi cominciare per che cosa, se la libertà non ha uno scopo condiviso?

Ma spieghiamolo meglio (visto che il Prof. Zamagni ci esorta a studiare, studiare, studiare)… cerchiamo di riportare quanto abbiamo letto, ascoltato ed appreso.

Non si parlava di libertà in astratto, e nemmeno la quotidiana retorica del “diritto a…”…. Ma del ritorno all’origine stessa dell’idea di libertà. Così:

  • Liberi da: è la libertà “negativa”, quella che ci ha permesso di liberarci dalle oppressioni, dai limiti imposti da altri. Conquista politica, difesa, emancipazione.
  • Liberi di: è la libertà “positiva”: poter scegliere davvero, accedere alle opportunità, disporre dei mezzi. È qui che nasce lo Stato sociale, dal Keynesismo al welfare.
  • Ma oggi serve un terzo passo: essere liberi per.

Liberi per che cosa? Per chi? In vista di quale fine?
Questa domanda non è teorica: è quella che determina il nostro modo di stare nel mondo.
Perché una libertà che non ha direzione rischia di diventare pura somma di preferenze individuali … e non energia trasformativa… e ancora…Una libertà che non chiude ma apre. Che non si difende, ma si dona. Che non è un traguardo, ma un movimento verso.

È qui che entra in campo l’economia civile, nella sua dimensione originaria: non come “terzo settore” residuale, ma come movimento culturale e istituzionale capace di abilitare libertà che generano bene comune, non solo benessere privato.

Le Giornate di Bertinoro — fin dalla loro nascita — esistono esattamente per questo: non analizzare la realtà, ma attivare immaginazione civile.

Questo perchè se guardiamo ai dati, ci accorgiamo che la libertà generativa evocata a Bertinoro non è un’utopia teorica, ma una realtà economica già in atto.
Secondo le ultime rilevazioni ISTAT e Unioncamere, come chi è nel settore sà bene, l’economia sociale in Italia vale oltre il 5% del PIL, con più di 900 mila lavoratori e quasi 360 mila organizzazioni attive. Una presenza che non solo è capace di reggere nei momenti di crisi, ma che cresce proprio quando le economie estrattive in questi contesti arretrano.

Ma il dato più interessante non è quantitativo — è qualitativo.
In un Paese in cui la fiducia vera verso politica, finanza, media tradizionali e persino tecnologia è in caduta libera, le organizzazioni dell’economia civile restano l’unico ambito con fiducia crescente.
Non perché più “buone”, ma perché generano valore condiviso, non valore estratto.
Perché redistribuiscono potere, non solo risorse. Perché attivano desiderio, legami, responsabilità, non consumo passivo. Non è un “settore che assiste”, ma un ecosistema che abilita. Tematiche in più contesti condivisi da Paolo Venturi e Mauro Magatti.

E ancora…l’economia civile non è — e non deve più essere raccontata come — un settore “caritatevole” o riparativo.
È infrastruttura democratica.
Un sistema capace di ri-generare potere, non solo di redistribuire ai margini.
Un luogo dove la libertà non si limita a proteggere l’individuo, ma diventa forza che istituisce futuro condiviso.

E in questo senso, è anche l’unico perimetro economico che non misura il suo successo sull’accumulazione, ma sulla capacità di produrre esternalità positive: fiducia, cultura, cura, educazione, partecipazione, clima, comunità.
Ciò che l’economia estrattiva chiama “costo”, qui diventa capitale sociale generativo.

Questa differenza non è morale. È strutturale.
Significa che il valore dell’economia civile non si esaurisce nella sua quota di PIL, ma nel fatto che trasforma la società mentre produce economia.
Non interviene dopo il fallimento del mercato o dello Stato — agisce prima, creando condizioni abilitanti: legami, conoscenza tacita, appartenenza, visione comune.
È — per usare direttamente le parole di Paolo Venturi — “la parte del sistema che non teme di mettere in discussione il sistema”.

È a questo livello che si colloca il posizionamento netto di RUDI, non come osservatore, ma come operatore di contaminazione.
Per noi, gli SDGs non sono un framework per rendicontare ciò che è già accaduto, né un’etichetta da apporre a posteriori su progettualità esistenti.

Gli SDGs sono — prima di tutto — un dispositivo abilitante di governo trasformativo.
Una infrastruttura logica e relazionale di orientamento alle decisioni, capace di connettere mondi che normalmente non si parlano: pubblico, impresa, comunità, finanza, cultura, tecnologia.

Non un “linguaggio da compilare”, ma una matrice di convergenza intersettoriale, per spostare lo sguardo a monte, sulla domanda fondamentale:
quali condizioni di futuro sto abilitando prima ancora di erogare un servizio, costruire un prodotto o attivare un investimento?

In questa direzione, gli SDGs diventano fattore di libertà generativa, non di accountability burocratica.
La leva per l’“essere liberi per”, non la check-list del “fare per dovere”.

È qui che RUDI opera: non per misurare l’impatto quando ormai è troppo tardi, ma per disegnare sistemi in cui l’impatto accade perché reso possibile fin dall’inizio.

È a questo punto che la parola libertà smette di essere concetto e diventa biografia.

Lo abbiamo visto chiaramente nell’intervento di Salvatore Iliano, fondatore della Cooperativa La Paranza, che da vent’anni custodisce — e più ancora, genera — vita attorno alle Catacombe di San Gennaro, nel Rione Sanità di Napoli.

E l’ha detto nella forma più radicale possibile:

«Noi siamo partiti dalla libertà per, prima ancora di avere la libertà da e la libertà di

La sua testimonianza ha fatto esplodere la differenza tra libertà “per sé” e libertà “per generare altro da sé”.

Perché lì, al Rione Sanità, la libertà non si è tradotta in un progetto culturale, ma in una natalità reale:

«I nostri figli — ha detto — sono nati grazie al lavoro della Paranza.
Non nonostante la Paranza.
Grazie alla Paranza.»

Non è una metafora. È il segno concreto di cosa accade quando la libertà diventa fertile e non solo emancipata.
Quando un luogo ferito non produce assistenza, ma fa nascere futuro.

E c’è un passaggio che ci riguarda direttamente come RUDI.
Perché — come abbiamo avuto modo di approfondire nella nostra intervista diretta con La Paranza — Iliano è stato netto su un punto:

«Il vero controllore non è lo Stato né la Fondazione che ti finanzia.
Il vero controllore è la comunità.
Perché quella non la freghi.
»

Tornando sui passi degli organizzatori delle Giornate … ecco allora cosa diventa evidente a Bertinoro: la libertà “per” non è un tema valoriale, è un fatto di responsabilità generativa.
Perché se la tua libertà non genera vita — biologica, sociale, istituzionale — allora non è ancora libertà, è solo autodeterminazione individuale.

Nel racconto della Paranza, la comunità non è “beneficiaria”, è istituzione del senso.
Non è pubblico da intrattenere, è potere da rendere corresponsabile.
È l’unica vera autorità legittimante.
Quella che ti può spegnere se tradisci il patto, e che ti può generare se ti riconosce.

Ed è qui che l’esperienza del Rione Sanità diventa la risposta viva alla domanda di Bertinoro:

Essere liberi per cosa?
Non per fare bene un progetto.
Ma per attivare un processo che non dipende più da te.
Che è più grande di te.
Che ha la forza di sopravviverti.

Quando questo accade — quando un gruppo non “fa un’attività”, ma istituisce un’eredità — allora non stiamo più parlando di welfare, cultura o turismo.
Stiamo parlando di rigenerazione reale del destino di un luogo.

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